La Superlega annunciata nel contesto del calcio europeo da dodici club (Manchester United, Liverpool, Manchester City, Arsenal, Chelsea, Tottenham, Barcellona, Real Madrid, Atletico Madrid, Inter, Milan e Juventus) come nuova organizzazione privata in grado di organizzare una competizione riservata a un’élite del pallone auto-incoronatasi come tale ha provocato durissime reazioni da parte di Boris Johnson e Emmanuel Macron. Spesso divisi negli ultimi tempi, con il Canale della Manica che si è fatto via via più largo mano a mano che la Brexit si formalizzava, l’inquilino di Downing Street e quello dell’Eliseo hanno fatto fronte comune nell’opporsi alla Superlega.

Johnson ha scritto su Twitter che la Superlega “colpirebbe al cuore” i movimenti calcistici nazionali, e detto che i club devono rispetto a tifosi e competizioni interne. Macron ha invece chiarito che la Francia è pronta a sostenere “tutti i passi” che le istituzioni calcistiche valuteranno per difendere le attuali competizioni. Si è dunque creato un importante asse contrario al nuovo torneo ipotizzato dai club europei e studiato da tempo su iniziativa del presidente juventino, Andrea Agnelli, e dall’omologo del Real Madrid, Florentino Perez: la Uefa, la federazione calcistica europea, ha sposato la strategia della linea dura dichiarandosi pronta a un ricorso-monstre (fino a 50 miliardi di euro di richiesta di risarcimenti) e a escludere dalle sue competizioni le squadre aderenti alla Superlega e i loro atleti; le federazioni calcistiche di Inghilterra, Spagna e Italia hanno sottolineato la loro contrarietà; club di peso come il Bayern Monaco campione dell’ultima Champions League hanno mostrato la loro contrarietà. Ma la discesa in campo del capo di Stato francese e del capo di governo britannico segnala che la questione ha un tratto politico fondamentale.

Johnson difende la patria del calcio

Nulla, quando si parla di calcio, può essere confinato alla sfera meramente sportiva: il calcio è un fenomeno sociale di portata globale, oltre che un settore economico che mobilita investimenti per decine di miliardi di euro su scala planetaria. Regno Unito e Francia hanno i loro motivi precisi per opporsi alla nuova “geopolitica del pallone”, privatistica e autoreferenziale, che potremmo definire come l’ultima manifestazione della globalizzazione neoliberista: il tentativo di creare un sistema chiuso, oligopolistico e sostanzialmente apolide, che tuteli la posizione dominante dei dominatori del settore, valorizzi il brand a scapito dei movimenti nazionali, tagli fuori i possibili concorrenti di scala minore, premi la redditività al di sopra di ogni fattore.

Fumo negli occhi per il movimento calcistico britannico, ora come ora valorizzato dal più alto giro d’affari al mondo. La Premier League ha venduto i diritti Tv per il ciclo 2019-2022 per 4,55 miliardi di sterline e, anche se per il 2022-2025 ci si aspetta un ridimensionamento, il movimento governato dalla Football Association ci tiene a garantire la sua autonomia, la sua natura di “padre” del calcio globale. La spaccatura tra i club aderenti alla Superlega e il resto del movimento imbarazza il calcio britannico: l’organicità di un movimento in grado di attrarre investimenti e talenti a ciclo continuo si è rivelata garantita da club controllati da proprietà straniere (come tutte le formazioni britanniche aderenti escluso il Tottenham) e propensi a pensare globalmente per agire localmente.

La spaccatura nel calcio britannico renderebbe ancora più periferiche una serie di nobili e antiche formazioni calcistiche che hanno partecipato a un business fortemente redistributivo come quello della crescita di valore della Premier, rendendo possibile l’ascesa di nuove, interessanti realtà (come il Leicester campione nel 2016) nel Paese. E manifesterebbe inevitabilmente una spaccatura tra le due anime del Paese che Johnson mira a ricomporre nel post-Brexit e post-Covid, in cui immagina una Global Britain capace però di sanare le durissime faglie interne. Una spaccatura nel mondo del calcio sarebbe un vero e proprio trauma nazionale per gli inglesi, specie se si consumasse nei mesi in cui il Regno Unito immagina l’Europeo estivo come banco di prova per mostrare la tenuta del sistema-Paese in vista della ripartenza post-Covid.

Macron applica al calcio l’autonomia strategica

La presa di posizione della Francia di Macron appare motivata da ragioni ancora più strettamente politiche. Parigi, negli ultimi anni, ha stretto una relazione speciale con gli apparati di governo del calcio globale, la Uefa e la Fifa, che neanche gli scandali che hanno affossato Michel Platini negli scorsi anni hanno duramente intaccato. La nazione che esprime la squadra campione del mondo in carica, destinata a difendere il titolo in casa dell’alleato Qatar nel 2022 ha visto proprio nel suo club simbolo, il Paris Saint Germain, un esempio in controtendenza rispetto al gotha del calcio europeo. Il Psg è squadra che riflette da tempo la visione sportiva del governo transalpino e la sua postura nella governance continentale del pallone. Coerentemente con il suo approccio che vede nella partecipazione alle organizzazioni internazionali un fattore di “moltiplicatore di potenza” la Francia nel calcio ha contribuito a veicolare il business dei suoi club, contribuendo alla creazione di un sistema di regole di fair play finanziario in grado di tutelare il Psg della famiglia reale qatariota.

Si nota inoltre nelle parole di Macron un eco profondo della volontà del presidente di rafforzare l’autonomia strategica europea di fronte ai colossi geopolitici e economici della Terra, ovvero Stati Uniti, Cina e Russia. Non a caso ben quattro dei dodici club (Manchester United, Liverpool, Arsenal, Milan) aderenti alla Superlega sono controllati da fondi o famiglie statunitensi, la Juventus fa riferimento alla famiglia Agnelli-Elkann sempre più stanziata al di là dell’Atlantico, l’Inter ha proprietà cinese, il Chelsea russo e i due colossi spagnoli, Barcellona e Real Madrid, assomigliano più a corporation globali che a società nazionali.

La Superlega appare dunque all’Eliseo come una campagna di conquista di un calcio continentale sempre più plasmato in relazione ai dettami degli interessi francesi

Insomma il mondo del calcio appare un settore in cui i contrappesi del primato della politica e un ancoraggio diretto tra il mercato del settore e un preciso radicamento nazionale possono creare un bilanciamento rispetto ad aggregazioni innaturali e commerciali come la Super League. Questo prescindendo dal vissuto più profondo di questo sport, che vive di storie impronosticabili, dell’imprevedibilità del risultato, di piccole e grandi favole, della sua identità: Macron e Johnson segnalano che per il mondo del calcio si è aperta una partita politica, se non addirittura geopolitica e che dentro e fuori l’Ue i Paesi sono uniti contro la svolta dei dodici club europei. Una scelta che potremmo definire “sovranista”: il calcio, per ogni Paese, è inevitabilmente fenomeno nazionale. E questo non sembra esser stato capito dalle proprietà, in larga parte extra-europee, dei club aderenti al progetto.