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Con ogni probabilità non esiste uno sport al mondo che viene praticato con religiosa venerazione come il sumo. Di fatto, in Giappone, non viene nemmeno considerato uno sport. Gli anziani della Japan Sumo Association, i lottatori in pensione che una volta abbandonato il dohyo (anello) gestiscono tutto il circuito, non si considerano affatto degli amministratori, bensì custodi di una tradizione santa.

Durante la carriera i lottatori di sumo vengono organizzati in vari livelli: i dilettanti sono divisi in jonokuchi, jonidan, sandanme, makushita, juryo, makuuchi; i professionisti in juryo (la Serie B del sumo) e makunouchi, a loro volta suddivisi in maegashira (che consta di 16 livelli) e sanyaku, ossia i grandi campioni. È all’interno di questa élite ristrettissima che si trovano i guerrieri tra i guerrieri: komusubi, sekiwake, ozeki e yokozuna. Quest’ultimo è il grande campione per eccellenza, colui che al momento dell’ingresso nel dohyo indossa una pesante corda annodata detta tsuna. Lo yokozuna è l’unico che non può mai retrocedere dal suo rango e abbandona la carica solo dopo il ritiro (intai). Nell’organizzazione maniacalmente gerarchica della società giapponese raggiungere un livello del genere equivale ad essere considerato un kami, una divinità in Terra. Oltre che per la capacità di eccellere nell’utilizzo della forza bruta, infatti, la promozione o la retrocessione di un lottatore è stabilita dagli anziani in base alla dignità (hinkaku) intravista nello spirito dei lottatori (rikishi).
Facile comprendere dunque il motivo per cui l’intreccio tra sumo, tradizione e religione sia difficile da recidere. Ma per ulteriore chiarezza si consideri quell’insieme di intensi rituali derivati dallo shintoismo che fa da contorno al minuto scarso di lotta. Prima di un torneo, viene scavata una buca al centro del dohyo e riempita con noci, calamari, alghe e sakè purificati dai gyoji, gli arbitri che si innalzano a sacerdoti shinto. Il foro viene chiuso e al momento di salire sul dohyo, ogni rikishi si rivolge verso il pubblico, batte le mani come al cospetto di un santuario ed esegue lo shiko, il tipico movimento da cartone animato che un po’ tutti conosciamo e che consiste nel rimanere in equilibrio su una gamba mentre l’altra resta distesa verso l’alto. Il tutto per allontanare gli spiriti maligni simbolicamente rinchiusi nella buca.
Uscendo dall’area di gara verso i rispettivi “angoli”, poi, ad ogni lottatore viene offerta una mestolata d’acqua (chikara mizu, acqua della potenza) con la quale si risciacqua la bocca, e quindi un piccolo asciugamano di carta (chikara gami, carta della potenza) per asciugarsi le labbra.

Rientrati nel dohyo, si accovacciano uno di fronte all’altro, battono di nuovo le mani e le aprono completamente per mostrare tradizionalmente all’avversario di non avere armi in pugno. Il rito più solenne tra tutti, è quello che prevede il lancio di una manciata di sale sulla sabbia del ring, ultimo gesto di purificazione dell’ambiente circostante. Da quel momento, il dohyo non può essere più calpestato dalle donne. Un fatto che ha scatenato a più riprese le ire dei movimenti femministi e provocato interminabili accuse di sessismo verso uno sport già in perenne lotta contro gli scandali. All’ombra dei dohyo, infatti, si nasconde da sempre la lunga mano della yakuza.

Il sumo si è evoluto nel corso di molti secoli come una forma periferica di intrattenimento in cui lottatori, formatori e promotori dipendevano da bande locali per garantire strutture adeguate e afflusso di pubblico. In tempi moderni, ovviamente, l’equilibrio è cambiato, con la Japan Sumo Association che si occupa dell’organizzazione e con le entrate economiche garantite non solo dalla vendita di biglietti ma anche da quella dei diritti tv alla NHK, la televisione pubblica nipponica. Tuttavia, il sumo come spettacolo tradizionale non può sopravvivere senza l’apporto di mecenati “rispettabili”, molto meno disposti a finanziare lo sport dopo lo scoppio della bolla speculativa degli anni ’90. Nell’ultimo ventennio, allora, i mecenati sono stati gradualmente sostituiti da una classe di nuovi oligarchi giapponesi, diventati spaventosamente ricchi in circostanze quantomeno dubbie e quindi associati ai clan della yakuza. Non è un caso che proprio grazie alla rilevanza mediatica, i padrini si mostrino con sfrontatezza in diretta tv mentre assistono ai tornei di sumo dai primissimi posti delle arene più famose del Giappone, come il Ryogoku Kokugikan di Tokyo.

Essendo uno dei tempi del sumo, è pertanto proibito disputare al suo interno incontri di onnazumo, la versione femminile del sumo, che pure risale al 18° secolo ma viene relegata nella dimensione amatoriale. Da questa congenita disparità di trattamento sono scaturite situazioni al limite del tragico, come quando lo scorso aprile il sindaco della città di Maizuru Ryozo Tatami si è accasciato al suolo privo di conoscenza mentre pronunciava un discorso inaugurale all’interno del dohyo e diverse donne si sono precipitate a soccorrerlo. L’arbitro ha ordinato loro di abbandonare l’anello in fretta, per poi ripetere il lancio del sale per purificare di nuovo il ring. La Japan Sumo Association si è affrettata a condannare il gesto, sebbene Oguruma, il capo della JSA abbia liquidato la questione maschilismo parlando di “tradizioni secolari impossibili da cambiare nel giro di un’ora”.

Ma da cosa deriva questa discriminazione? In linea di massima è relativa al sangue. Il sumo è un’arte marziale che non prevede escoriazioni nei lottatori, in caso contrario il dohyo verrebbe profanato dal versamento di sangue. La donna, poiché soggetta al ciclo mestruale, è di conseguenza considerata impura per sua stessa natura. In realtà però, la disparità tra i due sessi è inscritta già nel Kojiki, il più antico testo di narrativa giapponese pervenutoci e primo riferimento dello shintoismo. Nel Kojiki si narra che quando Izanagi e Izanami (gli Adamo ed Eva dello shinto) scesero su una massa d’acqua informe che era la Terra, eressero un Palazzo e si unirono in matrimonio per iniziare a popolarlo. Durante il concepimento Izanami disse: “Che giovane amabile”, mentre Izanagi replicò: “Che splendida fanciulla”. Presto Izanami scoprì di essere incinta ma quando venne il momento del parto diede alla luce un bambino debole e privo di ossa, che venne abbandonato in mare su una barca di canne. Saliti al cospetto degli dèi sul Ponte Fluttuante del Cielo per chiedere spiegazioni, vennero ammoniti senza appello: “Dovete ripetere la cerimonia nuziale ancora una volta, e che l’uomo parli per primo!” Dalla loro “corretta” unione nacquero così le divinità che avviarono l’opera di creazione delle otto grandi isole della divina terra di Yamato, il Giappone.

Sebbene le pratiche religiose siano un po’ in crisi anche nel moderno Sol Levante, la considerazione dello shintoismo come pratica annessa alla natura stessa della vita comunitaria prevede un rispetto della tradizione talvolta insindacabile, come nel caso del sumo. In questo senso lo sport assume la funzione di pratica di venerazione degli antenati, non solo come questione di fede ma come di riconoscimento della presenza degli avi in ogni cellula dei discendenti, portatori degli insegnamenti ereditati. Di fronte alle istanze progressiste, è più facile che il sumo così com’è cada in disgrazia, ostracizzato dall’opinione pubblica (soprattutto esterofila), piuttosto che rinunci a quei precetti che l’hanno reso mitologico.

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