La Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani in Sud Sudan descrive una dinamica chiara e ripetuta: decenni di risorse — in particolare i ricavi petroliferi — non si sono trasformati in servizi pubblici ma in rendite private. Il rapporto, costruito su due anni di indagini, mostra che dal 2011 gli afflussi petroliferi hanno superato i 25,2 miliardi di dollari ma, nonostante ciò, gran parte di queste risorse non è mai apparsa nei bilanci destinati a sanità, istruzione o alimentazione pubblica.
Programmi statali come “Oil for Roads”, concepiti per tradurre petrolio in infrastrutture, risultano oggi emblematici: dei 2,2 miliardi stanziati, 1,7 miliardi non sono tracciabili e il 95% delle opere promesse non è stato completato. Parallelamente, contratti e appalti a società politicamente connesse — citata la Crawford Capital Ltd. per le riscossioni irregolari di entrate non petrolifere — hanno drenato risorse fondamentali e ostacolato l’arrivo degli aiuti umanitari.
Servizi collassati e dipendenza dai donatori
La sottrazione sistematica di fondi si traduce in effetti tangibili e immediati: scuole, ospedali, strutture idriche e programmi di sicurezza alimentare sono sottofinanziati o inattivi. Tra il 2020 e il 2024 il Ministero degli Affari Presidenziali ha speso quasi sei volte la propria dotazione, mentre sanità e agricoltura hanno ricevuto frazioni esigue delle risorse previste; ciò spiega perché oggi i donatori internazionali spendono di più per i servizi di base in Sud Sudan rispetto al governo stesso.
Il rapporto non si limita a denunciare: formula 54 raccomandazioni — dalla trasparenza sui proventi petroliferi alla creazione di meccanismi indipendenti di controllo — che puntano ad invertire una traiettoria che ha portato alla fame, a morti prevenibili e a opportunità mancate. Ma resta forte il monito: senza volontà politica reale e sanzioni contro l’impunità, le proposte rischiano di rimanere lettere su carta, mentre la popolazione continua a pagare il prezzo più alto.
Il collasso delle protezioni sociali
La corruzione ormai profondamente radicata si intreccia con l’instabilità politica e il deterioramento dei diritti umani: l’incapacità dello Stato di garantire servizi si traduce in privazioni quotidiane — malnutrizione, mancate cure, scuole chiuse — che la Commissione considera violazioni dirette dei diritti economici e sociali.
Le riforme previste dall’accordo di pace rivitalizzato restano in larga parte non attuate: le risorse non arrivano dove servono, la spesa pubblica favorisce le élite e i meccanismi di responsabilità sono deboli. In questo contesto, il rischio di marginalizzazione e di radicalizzazione sociale aumenta: comunità senza prospettive diventano terreno fertile per reclutamento, mobilitazione militare e nuove tensioni inter-etniche, mentre la fiducia nelle istituzioni crolla.
Le raccomandazioni della Commissione — dal monitoraggio delle entrate petrolifere alla responsabilità penale per i crimini economici — sono dunque finalizzate a ricostruire almeno gli elementi minimi di uno Stato che funzioni; il tempo per la loro attuazione è però limitato, e la finestra di opportunità si sta rapidamente restringendo.
L’incubo della guerra riaffiora
Il Sud Sudan si trova oggi sospeso tra la promessa mai mantenuta della pace e l’incubo di un nuovo conflitto civile: le tensioni esplose tra il presidente Salva Kiir e il suo vice Riek Machar hanno riacceso i timori di una guerra su vasta scala, capace di trascinare con sé l’intera regione del Corno d’Africa. La detenzione di Machar e di diversi suoi collaboratori da parte del governo ha rappresentato la scintilla che rischia di far saltare gli equilibri fragili costruiti dall’accordo di pace del 2018.
La frattura politica affonda le sue radici in rivalità etniche e tribali che non sono mai state superate: Kiir appartiene al gruppo Dinka, mentre Machar proviene dai Nuer, due comunità che storicamente si contendono potere politico e accesso alle risorse. A questi contrasti storici si sommano dispute politiche irrisolte e una corruzione endemica: le recenti nomine decise dal presidente, come quella dell’uomo d’affari Benjamin Bol Mel –considerato il suo possibile successore – hanno esacerbato le tensioni, alimentando la percezione che il potere resti concentrato in poche mani.
Al peggioramento della situazione interna si aggiunge la guerra in Sudan tra le forze di al-Burhan e la RSF di Hemedti: la distruzione delle infrastrutture petrolifere a Khartoum ha privato il Sud Sudan della sua principale fonte di reddito. Dopo essersi inizialmente allineato con la SAF, Kiir ha spostato il suo sostegno verso la RSF e gli Emirati Arabi Uniti, nel tentativo di garantire l’accesso a petrolio e oro. In risposta, la SAF avrebbe rafforzato i legami con Machar e lo SPLA-IO, accusati di ricevere forniture militari da Khartoum.
Questa dinamica di ingerenze contrapposte non è priva di conseguenze: una nuova guerra civile nel Sud Sudan potrebbe difatti moltiplicare i flussi di rifugiati verso i Paesi vicini, aggravando le tensioni transfrontaliere e logorando ulteriormente la stabilità politica di un’area già fragile. Le Nazioni Unite hanno più volte avvertito che il Sud Sudan si trova a un passo dalla ripresa della guerra civile e hanno sollecitato entrambe le parti a rispettare l’accordo di pace del 2018. Ma la comunità internazionale appare divisa e meno incisiva rispetto al passato: il recente taglio degli aiuti da parte degli Stati Uniti rischia di indebolire ancora di più gli sforzi di stabilizzazione e di peggiorare la già drammatica crisi umanitaria.
Le prospettive, al momento, appaiono cupe: senza un ritorno immediato al dialogo politico e un impegno serio contro la corruzione e l’impunità, il Sud Sudan rischia di precipitare in un conflitto che potrebbe durare anni, destabilizzare l’intera regione e spazzare via ogni possibilità di transizione democratica.
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