(Teheran) Il ragazzo sorride felice, accanto a lui, in un cupo fotomontaggio, vi sono i suoi resti dopo che è saltato su una mina. Non era raro, nell’Iran degli anni Novanta, trovare memoriali per i martiri della guerra Iran-Iraq di questo tipo. La propaganda iraniana rese per decenni centrale nella sua ideologia il martirio. Le povere vittime di quel conflitto divennero quindi il perno di una cruenta propaganda che utilizzò tutti i mezzi tecnologici a sua disposizione. Questi fotomontaggi servivano per ammonire tutti a rispettare le rigide leggi della Repubblica islamica, in quanto i martiri, si sosteneva, erano morti per essa. In realtà, erano morti per difendere l’unità del Paese, vero sacro Graal di ogni iraniano, più che per diventare i custodi delle leggi ispirate da Khomeini.

I poveri ragazzi che sopravvissero al conflitto, e che volevano soltanto tornare a vivere, si trovarono di colpo i loro amici e compagni, morti nella guerra, come custodi, dall’altro mondo, di leggi che impedivano ai vivi di poter inseguire molti dei loro sogni.

La propaganda della Repubblica islamica, fino dalla sua fondazione era molto cupa. I colori prescelti erano il nero o il verde, molte facciate dei palazzi venivano ricoperte con immensi murales propagandistici. Qualcosa di molto diverso dalla street art che si diffondeva, in quegli anni, negli Stati Uniti, un’arte di strada, di protesta o nata per riqualificare luoghi degradati. Nell’Iran degli anni Ottanta si creava il celebre murales, vicino all’ex ambasciata americana, con la bandiera statunitense in cui le strisce rosse sono bombe che precipitano colando sangue e le stelle diventano teschi. Difficile pensare che, pochi anni prima, Andy Warhol fosse uno degli autori più collezionati dalla famiglia reale iraniana.

La nuova propaganda usava mezzi moderni come la street art, dando però loro un significato diametralmente opposto a quello libertario e anarchico delle strade americane. Come le cassette e i registratori erano stati un mezzo fondamentale per diffondere i messaggi di propaganda di Khomeini, negli anni in cui lo Shah Mohammad Reza Pahlavi era stato al potere, ecco che la fotografia divenne centrale per il nuovo regime di Khomeini. Le fotografie del suo volto serio e cupo facevano capolino in ogni negozio del paese o spazio pubblico. Milioni di Khomeini che guardavano metaforicamente ogni passo degli iraniani, per evitare che qualcuno potesse gioire di piaceri non concessi.

Una donna cammina davanti al volto dell'ayatollah Ruhollah Khomeini (LaPresse)
Una donna cammina davanti al volto dell’ayatollah Ruhollah Khomeini (LaPresse)

I primi movimenti organizzati di street art iniziarono nel 2002 a Teheran vicino all'”Ekbatan Complex”, con un gruppo chiamato “A.k.a. Tanha” e “Street ratz”. Ekbatan fu scelto perché è un posto isolato e quindi era più facile che la municipalità non cancellasse subito tutto. La street art iraniana, essendo illegale era e rimane un fenomeno effimero. Si crea di notte a volto coperto, si fotografa e probabilmente la mattina l’opera è già sparita per mano della polizia.

Nel 2006 a Tabriz operava un gruppo chiamato “Ice punkz”. La maggior parte di loro oggi vive a New York. Facevano skateboard, stencil e street art. Molto famosi nel mondo, ma ora rifugiati negli Stati Uniti, vi sono i fratelli “Icy and Sot”.

Oggi tra gli street artist più interessanti che ancora operano a Teheran vi sono Nafir e Frz, che fanno una street art che fonde l’arte tradizionale iraniana con il linguaggio contemporaneo globalizzato.

Parte dei loro lavori si ispirano all’arte dei mosaici e dei tappeti. Un’arte geometrica che solo all’occhio attento, rivela le mille forme animali e antropomorfe che contiene. Questo perché nel mondo islamico attraverso la geometria e la matematica, si può rappresentare il non definito o conosciuto. Quel Dio che, secondo l’Islam, l’uomo non può pensare copia di se stesso. Ecco che il geometrico permette di esprimere concetti teologici o filosofici non altrimenti rappresentabili. Ma la geometria permette anche di nascondere forme animali e umane. Volendo anche messaggi celati o enigmatici. Proteste contro il potere che possono essere comprese solamente da chi conosce la chiave dell’enigma. Quando il periodo luminoso dei primi califfati islamici terminò, nell’Islam nacquero alcune correnti estremiste. Esse tentarono di ampliare il divieto di rappresentare Dio o Maometto con il divieto di rappresentare essere umani o animali. La geometria permise quindi agli artisti di nascondere le loro opere figurative tra le sue pieghe.

La matematica e la geometria diventano quindi una forma di liberazione, perché non solamente permettono di rappresentare concetti divini o filosofici, altrimenti non rappresentabili, ma anche perché consentono di beffare il potere usando linguaggi in codice. Anche la poesia medioevale di Omar Khayyam, Hafez e Rumi è centrale nell’arte di Nafir e Frz. Si tratta di poesie spesso intrise di etica sufi.

Una dei poemi più belli di Omar Khayyam recita:

“Quando l’ebbro Usignolo trovò la via del Giardino e ridente trovò il bocciolo di Rosa e la coppa del Vino, venne, e in misterioso bisbiglio mi disse all’orecchio: Considera bene: la vita trascorsa mai più, mai più non ritorna”.

Nafir si ispira anche alla poetessa iraniana, del ventesimo secolo, Forough Farrokhzad, che sosteneva che la vita “è un ripetersi del ripetere”. Si può ritrovare questo concetto nei tappeti come nella ceramica. È una questione numerica, dietro questa ripetizione verso l’infinito si cela il circolo della vita. Non è in realtà una ripetizione sempre uguale, come potrebbe sembrare all’inizio, ma semplicemente uno scorrere circolare del tutto simile a quello dell’esistenza. I due artisti hanno creato, insieme allo street artist Khammosh, il collettivo Eastreetart.

Khamoosh, basato anche lui a Teheran, crea opere, a mano libera con le bombolette, molto belle. Sono ispirate alla vita urbana e quotidiana della città. L’artista ama mettere accanto alle figure che rappresenta giochi di calligrafia che mischiano le tecniche dei writers con la millenaria arte calligrafica persiana. Sempre a Teheran operano Akvan e Elf Crew. In Iran oggi vi sono anche street artist donne, come Serror, il cui lavoro si ispira spesso a tematiche ambientalistiche e Run che è specializzata in volti femminili molto interessanti.

Vivono invece oggi in Turchia, ma hanno operato molto a Teheran, gli street artists Mad e III.

Tra le persone che meglio hanno colto la scena della street art iraniana e l’evoluzione della propaganda e dei murales di stato, vi è il regista Keyvan Karimi che ha fatto lo splendido documentario Writing on the City. Karimi racconta come la propaganda iraniana si sia piano piano ingentilita per rispondere alle esigenze del regime, che negli ultimi anni ha quasi abbracciato un modello cinese di apertura al mercato. Questo nonostante le sanzioni economiche e politiche. Il tutto, come per i cinesi, con poche aperture sui diritti umani. Un po’ meglio è andata invece sulle regole della morale pubblica, oggi meno severe di un tempo. Karimi racconta che i volti di Khomeini e Khamenei si sono fatti meno seri nel tempo e che la pubblicità dei beni di consumo ha cominciato a soppiantare la propaganda per la strada. Anche i grandi murales di stato si sono fatti meno politici e più astratti. Oggi campeggiano opere che rappresentano grandi giardini o ispirate all’epica iraniana.

Il regista racconta anche l’altra faccia della medaglia, l’evoluzione delle scritte sui muri contro il governo in vera e propria street art.

Per questa splendida opera Karimi è stato condannato a molti anni di carcere. Oggi vive in esilio in Francia.

In questi ultimi anni gli street artist iraniani, pur avendo molte difficoltà a lavorare con le municipalità, visto i temi politici anti sistema delle loro opere, riescono però a collaborare con le moltissime gallerie d’arte private della rinomata e glamour scena di Teheran.

La capitale con suoi milioni di abitanti è una vera giungla urbana in cui prospera il mondo underground con le sue mille sotto culture. Faro di questo mondo fu sicuramente la poetessa Forough Farrokhzad, che pur morendo prematuramente negli anni sessanta, ha segnato moltissimi intellettuali iraniani “anti sistema” di oggi. La poetessa sfidò la morale religiosa e conservatrice incarnando nella sua vita e nelle sue opere le battaglie per la liberazione della donna. In una delle sue più celebri poesie – Peccato – scrisse:

Peccai un peccato pieno di piacere, accanto a un corpo tremante e privo di sensi; O Dio, io non so che feci in quel luogo solitario, buio e silenzioso.