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Per chi in questi anni ha seguito le alterne vicende che hanno visto protagonisti Rosa Bazzi e Olindo Romano, i coniugi condannati all’ergastolo dopo tre gradi di giudizio come autori del massacro mediaticamente noto come “strage di Erba“, avvenuto l’11 dicembre del 2006 ai danni di Raffaella Castagna, del figlioletto Youssef Marzouk, della madre Paola Galli, di Valeria Cherubini, vicina di casa, e del marito di quest’ultima Mario Frigerio, unico sopravvissuto, quella dell’1 marzo era sicuramente una data attesa con grande curiosità.

Caso più unico che raro, infatti, in quella giornata era attesa l’udienza presso il tribunale di Brescia in cui si doveva prendere la decisione di una possibile e clamorosa revisione del processo. Su richiesta degli avvocati della difesa, però, tutto è slittato al 16 aprile 2024.

Questo inedito sviluppo di una vicenda da sempre controversa ma apparentemente chiusa ha avuto innesco dalla decisione del sostituto procuratore di Milano Cuno Tarfusser, che il 31 marzo del 2023 deposita una richiesta di revisione del processo. Proprio qualche giorno prima dell’udienza di Brescia, Tarfusser è stato colpito da una censura del CSM, l’organo di controllo dei magistrati, in quanto – secondo l’accusa che gli viene mossa dai colleghi – non avrebbe tenuto conto della scala gerarchica e avrebbe agito senza averne le facoltà.

Tarfusser non ci sta e con un comunicato stampa definisce quella del CSM “una decisione di politica giudiziaria, volta a tutelare un sistema giudiziario ormai in decomposizione“. E poi l’affondo: “Assolvermi avrebbe non solo delegittimato i vertici della Procura Generale di Milano, ma avrebbe messo in pericolo la fallimentare politica delle nomine ai vertici degli uffici giudiziari dominata dalla perversa correntocrazia che il cosiddetto scandalo Palamara non ha minimamente scalfito”.

Cuno Tarfusser rivendica quindi la sua decisione, frutto di un attento e imparziale studio degli atti processuali. Uno studio dal quale si sarebbe accorto delle pesantissime anomalie che hanno caratterizzato la conduzione delle indagini e, di conseguenza, lo svolgimento dei processi. Non solo: il magistrato sottolinea anche di aver agito secondo le regole: “Il 24 marzo 2023, perfettamente consapevole delle norme, dei ruoli, della gerarchia e consapevole della delicatezza del mio atto, ho chiesto al capo un incontro urgente per discutere diffusamente di una cosa tanto delicata quanto importante su cui stavo lavorando da alcune settimane. Ho atteso una settimana intera e, constatato che il capo ha ignorato la mia richiesta, ho esercitato la mia funzione di magistrato, autonomo e indipendente, soggetto solo alla Costituzione, alla legge, agli atti processuali e alla mia coscienza”.

Non è un divo della magistratura, Tarfusser. Non uno abituato alle luci della ribalta. Adesso che inevitabilmente il suo è diventato un nome noto al grande pubblico, mantiene la discrezione che si confà a un magistrato, nonostante in tanti, nell’ultimo periodo, lo abbiano accusato di aver in questo modo cercato pubblicità. Quali che fossero le intenzioni più profonde di Tarfusser, un dato è certo: l’affluenza di pubblico all’udienza del 1 marzo è stata impressionante.

La folla è rimasta in attesa sotto la pioggia fuori dall’aula di tribunale. Tanti i curiosi accorsi solo per vedere Rosa e Olindo, i coniugi ormai entrati nell’immaginario collettivo. Un evento mediatico, più che giudiziario. Ma non poteva essere altrimenti: quello della strage di Erba è stato uno dei blockbuster della cronaca nera recente. Non certo l’unico.

Un certo atteggiamento della stampa verso i casi di cronaca nera è cominciato probabilmente con il delitto di Novi Ligure, quando i due fidanzatini Erika e Omar irruppero nella quotidianità di milioni di italiani con la storia dell’orrore di cui si erano resi protagonisti. Poi è stata la volta del delitto di Cogne e di Anna Maria Franzoni; e poi ancora il delitto di Garlasco e l’omicidio di Yara Gambirasio. L’elenco potrebbe essere lungo.

In quasi tutti i casi citati, in particolar modo per quanto riguarda il delitto di Garlasco, che in questo senso è la vicenda che, dal punto di vista delle indagini, ricorda più da vicino quella della strage di Erba, il ruolo dei media è stato decisivo. Prima ancora che cominciasse il processo vero e proprio, gli assassini – o presunti tali – erano stati condannati nei talk show, sulle pagine di riviste patinate, in libri usciti alla velocità della luce. A mero titolo esemplificativo: il libro “Vicini da morire”, del giornalista Pino Corrias, venne pubblicato da Mondadori nell’ottobre del 2007, a meno di un anno dal compimento della strage di Erba e prima dell’inizio del processo.

Una deriva, quella del processo mediatico, che in molti, troppi casi ha condizionato non solo l’opinione pubblica, ma anche il lavoro degli organi inquirenti. Quando milioni di persone sono convinte di una cosa, è molto difficile sostenere il contrario e reggere il peso dell’opinione pubblica. Ci vuole fegato. Ci vuole coraggio. E spesso, in tanti casi delicati, sono mancate entrambe le cose.

Dalle pagine del Fatto quotidiano, il 2 marzo la giornalista Selvaggia Lucarelli, sempre pronta a nuotare controcorrente (anche quando la corrente è a favore), ha descritto non senza ironia la “tragica commedia dell’arte” andata in scena a Brescia, sottolineando con forza le parole dell’accusa e ridicolizzando quanti invece sono a favore dell’innocenza di Rosa e Olindo che, ricordiamolo, hanno confessato la loro responsabilità per il massacro. Una confessione – ed è questo uno dei perni della richiesta di revisione – che sarebbe stata indotta, facendo leva sulla fragilità dei due coniugi.

La Lucarelli – che non è ovviamente la sola a ritenere ingiustificata una possibile riapertura del caso – lamenta il fatto che i media abbiano avuto un ruolo cruciale nel consentire di arrivare a questa situazione. Ma dov’era la Lucarelli quando lo stesso circo mediatico crocifiggeva Rosa e Olindo prima che un giudice si pronunciasse in merito alla loro colpevolezza? Evidentemente non rimase colpita quando a trasmissioni come Quarto grado vennero mostrati gli incontri condotti dal criminologo Massimo Picozzi con i due coniugi, quando i dettagli dell’omicidio vennero dati in pasto al grande pubblico senza ritegno, solamente per alimentare lo share.

Forse il circo mediatico è tale solo quando non alimenta la propria convinzione; diventa deleterio solo quando propone una soluzione che non rientra nella propria sfera di valori, di idee, magari anche di preconcetti.

Nonostante tutto, su una cosa siamo d’accordo con la Lucarelli: al di là dello schierarsi dalla parte degli innocentisti o dei colpevolisti, è vero, la scena della gente in fila sotto la pioggia per assistere all’udienza del 1 marzo è stata una scena pietosa. E allora sì, il circo mediatico va condannato. Ma non solamente quando fa comodo.

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