Il 18 giugno  in Thailandia è stato giustiziato tramite iniezione letale il detenuto Theerasak Longji, 26 anni, condannato per l’uccisione di un giovane 17enne nella provincia meridionale di Trang. Nel 2012, per rubargli il cellulare, lo aveva pugnalato 24 volte. È stata la prima esecuzione nel Paese asiatico da quando, nel 2009, sono stati condannati a morte due trafficanti di droga. L’attuazione della pena, che è stata criticata dai gruppi per i diritti umani, ha riacceso i riflettori sull’argomento.

Più di sessanta reati prevedono l’esecuzione

La pena capitale esiste da secoli in Thailandia e anche se per lunghi periodi non ci sono state uccisioni, sulla carta, per il governo di Bangkok, ci sono ancora oggi più di sessanta reati che la prevedono. Tra questi, troviamo l’omicidio e il traffico di stupefacenti. Negli anni, però, sono cambiati i metodi.

Dal 1805, quando il Paese era conosciuto come l’antico Regno del Siam ed era ancora una monarchia assoluta, fino al 1932, quando è passato ad una monarchia costituzionale, un decreto chiamato “Legge dei Tre Sigilli” permetteva ventuno diverse forme di esecuzione. Alcune di queste erano molto crudeli. I condannati per tradimento, ad esempio, venivano avvolti in un panno imbevuto d’olio e dati alle fiamme. Successivamente, poi, dal 1938, la morte avveniva tramite fucilazione.

L’ultimo boia della Thailandia

L’ultima esecuzione con arma da fuoco c’è stata l’11 dicembre 2002. Il boia si chiamava Chavoret Jaruboon, morto il 29 aprile 2012. In diciotto anni di “carriera” ha ucciso 55 prigionieri, per lo più nel carcere di massima sicurezza di Bang Kwang, conosciuto anche con il nome di “Bangkok Hilton”. Sulla storia di Jaruboon, nel 2014, è stato fatto anche un film: “The Last Executioner.

Prima di lunedì scorso, dal 2002 al 2009, sono state giustiziate sei persone. I detenuti condannati alla pena di morte in Thailandia, attualmente, sono oltre cinquecento. C’è anche un italiano tra loroDenis Cavatassi, 50 anni. È rinchiuso nelle prigioni thailandesi con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio del suo socio, Luciano Butti, ucciso nel marzo del 2011 a Pukhet, dove entrambi avevano un’attività di ristorazione.