Non si fa che parlarne, sul web come al bar. La serie tv sudcoreana Squid Game, fenomeno mediatico postpandemico, portato alla ribalta da mamma Netflix, sembra non essere solo una serie tv di quelle che incollano il pubblico allo schermo e generano meme. O almeno non più.

Allegoria distopica di un mondo futuribile, questo Hunger Games in stile K-pop tetro racconta di una serie di “giocatori” indebitati fino al collo, piegati dai loro pesanti fardelli di vita, che si ritrovano coinvolti in giochi di gruppo apparentemente innocenti-vedi Un, due, tre, stella!- per vincere montepremi da capogiro. Con la differenza, però, che l’eliminazione dal gioco viene sancita dalla fucilazione dei protagonisti. I giocatori sono tenuti costantemente sotto controllo da guardie vestite di rosso, sotto la sovrintendenza di un Front Man. I protagonisti scoprono sin da subito che chi perde viene ucciso, e ogni morte aggiunge 100000000 ₩ al montepremi finale di 45600000000 ₩.

La critica alla società sudcoreana

La serie, già dai primi episodi, ha perso l’innocente carattere dello sceneggiato, apparendo come un’istantanea della società sudcoreana, troppo spesso raccontata come l’alter ego amena e occidentaleggiante della tetra Corea del Nord di Kim Jon-un.

Scopriamo, invece, che i personaggi di Squid Game sono idealtipi dei mali sociali sudcoreani: c’è Seong Gi-hun, un uomo sommerso dai debiti che vuole vincere il premio nella speranza di riuscire a salvare la madre malata e ottenere l’affidamento della figlia; Cho Sang-woo,  capo di una società di investimenti che truffa i suoi clienti; Kang Sae-byeok, ventenne profuga nordcoreana, che gioca per far emigrare sua madre nella Corea del Sud; Oh Il-nam, uomo anziano e solo, affetto da un tumore cerebrale; e poi ancora il gangster Jang Deok-su, l’immigrato pakistano Abdul Ali costretto a giocare per mantenere la sua famiglia e Han Mi-nyeo, misteriosa madre nubile che cerca riscatto sociale nel mondo del “gioco del calamaro”, dove può acquistare la dignità che non potrebbe avere nel mondo esterno.

All’insegna di un realismo crudo e portato alle estreme conseguenze, la serie parte dalle strade buie e violente di Seoul e racconta il disagio delle classi dimenticate nella Corea che ci ha abituato a un soft power fatto di canzonette e blush esasperati. C’è un elemento che accomuna tutti i protagonisti di queste eliminatorie mortali: un debito economico insanabile e opprimente. Ebbene, non si tratta di una filippica arzigogolata contro il capitalismo, bensì della gravissima crisi del debito che affligge il Paese.

La Corea del Sud, infatti, non è più la terra di latte e miele del Secondo Dopoguerra ma lo Stato asiatico con la peggiore disparità di reddito. Afflitto da disoccupazione giovanile altissima, un mercato immobiliare impazzito, il Paese è nelle mani di un manipolo di enormi compagnie dove dilaga la presenza delle criptovalute: la società sudcoreana è diventata altamente competitiva e mostrare di farcela e di arrivare ai piani più alti della scala sociale è una smania che attanaglia, deprime e uccide. La nazione ha costantemente avuto il più alto tasso di suicidi tra le nazioni dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico dal 2003, diventati la principale causa di morte per i coreani di età compresa tra 19 e 29 anni lo scorso anno.

La pandemia, poi, ha fatto il resto, creando un vero e proprio circolo vizioso fatto di prestiti a maglie larghe-a fronte di poche garanzie-che sta creando una mostruosa generazione indebitata fin dalla giovanissima età. Tutto questo avviene mentre la politica è incastrata negli scandali in vista della corsa del 2022 per sostituire il presidente Moon Jae-in.

Squid Game e la Corea del Nord

Se Squid Game racconta l’utopia fallita della Corea del Sud, molti l’avevano scambiata inizialmente per una denuncia del sistema nordcoreano, al quale sembrerebbe rassomigliare maggiormente e in maniera inquietante. La serie, paradossalmente, si è trasformata in un assist per Pyongyang.  Mentre è diventata la n. 1 su Netflix in 90 paesi, non è un grande successo in Corea del Nord, dove è stata definita una “triste realtà di una bestiale società sudcoreana” che descrive “un mondo in cui solo il denaro conta – un orrore infernale” e celebra una società in cui “corruzione e canaglie immorali sono all’ordine del giorno”.

La sola reazione piccata alla serie tv in terra nordcoreana è di per sé una notizia. Il sito web pro-Corea del Nord Arirang Meari pare essere la fonte della stroncatura che-sotto sotto- stroncatura non è, anzi: pare proprio trattarsi di un plauso a chi ha messo in evidenza le nefandezze sudcoreane. Un’occasione ghiotta per Kim che affonda l’ennesima stoccata. Resta, tuttavia, da capire dove la società nordcoreana guardi Squid Game, visto che i media occidentali sono vietati e chi li cattura rischia il carcere: e questa è di per sé un’altra notizia. Proprio alla fine dello scorso anno è stata imposta una nuova e radicale legge sul “pensiero anti-reazionario”, che prevede fino a 15 anni in un campo di prigionia per coloro che vengono sorpresi a fare uso di media della Corea del Sud, secondo le sintesi delle regole ottenute dal Daily NK, il sito web con sede a Seoul che riporta da fonti interne alla Corea del Nord.

Su questo sfondo da geopolitica pop non è dato sapere come le due Coree si stiano muovendo una verso l’altra. L’unica notizia certa è che, solo pochi giorni fa, le due eterne sorellastre hanno ristabilito i canali di comunicazione transfrontalieri dopo che Pyongyang li aveva interrotti ad agosto. Secondo il ministero della Difesa sudcoreano, le forze armate dei due Paesi hanno anche ripristinato la loro hotline lungo le coste. Una riunificazione nell’etere avallata dal leader nordcoreano Kim Jong-un, che si era mostrato desideroso di di voler riavviare i contatti. “La Corea del Nord non ha motivi per provocare o ferire il Sud”, aveva risposto, serafico, Kim. Almeno fino al prossimo game.

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