La leadership sulla Fifa di Gianni Infantino sembra sempre più precaria e dopo il dietrofront netto che la sortita della Uefa ha imposto sul piano di privatizzazione di parte della gestione commerciale dei Mondiali di calcio per il presidente dell’organo di governo del calcio mondiale le prospettive di una rielezione a marzo sembrano essere passate da certe a problematiche: e ora emerge dal Regno Unito un’altra rivelazione che, se confermata, avrebbe del clamoroso. Il Times ha scritto che la Fifa sarebbe fortemente intenzionata a garantire che nel futuro Mondiale 2030, che Spagna, Marocco e Portogallo ospiteranno congiuntamente, sia il regno nordafricano a ospitare la finale allo Stadio Hassan II di Casablanca, impianto faraonico in via di costruzione che con 115mila spettatori dovrebbe essere, a lavori ultimati, il più grande del mondo.
La Fifa smentisce, la politica e il calcio si sommano
Netta la smentita da parte dell’organo di Zurigo a riguardo. La Fifa ha affermato che la sede della finale “sarà scelta a tempo debito”. Tutto questo è avvenuto mentre il presidente ha convocato nei pressi della capitale marocchina Rabat un summit ha in cui ha espresso le sue scuse per gli errori compiuti nel presentare il piano di apertura di mercato. La scelta sarà delicatissima. Del resto, l’altro stadio in ballo per la finale non è un impianto qualunque, ma il leggendario Santiago Bernabeu di Madrid, negli scorsi anni rinnovato e ammodernato profondamente, stadio simbolo della nazionale che attualmente è campione d’Europa e del mondo e del club più blasonato della storia del calcio globale, quel Real Madrid che vanta 36 titoli spagnoli e ben 33 trofei internazionali, di cui 15 Champions League.
Tutto questo avviene nel pieno di una partita per la governance del calcio globale in cui Infantino intende giocare tutte le sue carte e su cui vuole rilanciare dopo aver visto, a valle del Mondiale, dissiparsi una posizione di forza sulla scia di iniziative che, col senno di poi, sono apparse rapsodiche e disomogenee. Non prendere in considerazione la prevedibile rivolta della Uefa, cuore del calcio globale, contro la proposta di apertura ai privati e non mettere in conto che l’aperta vicinanza del capo della Fifa al presidente Usa Donald Trump potesse creare dei malumori è stato un indubbio errore politico che controbilancia i brillanti risultati economici che, dati alla mano, Infantino può rivendicare per la kermesse iridata.
E del resto, il Mondiale 2030 sarà un’evoluzione ulteriore della maxi-edizione appena conclusasi. Sarà il secondo mondiale a 48 partecipanti, vedrà per la prima volta Paesi di due confederazioni, la Uefa e la Caf africana, co-ospitanti, sarà la Coppa del Mondo del centenario e, di fatto, si giocherà in tre continenti perché Argentina, Paraguay e Uruguay ospiteranno le gare inaugurali proprio in onore della pioneristica edizione del 1930 vinta dalla Celeste di Montevideo. Se Infantino vincerà la rielezione a marzo, vi arriverà ancora da presidente nel suo quarto mandato. Ci arriverà? La sfida è aperta: nei giorni scorsi il Galles ha aperto la breccia, ritirando ufficialmente il supporto e, come ha scritto Valerio Moggia, ha fatto rumore lo smarcamento della Giordania, mentre a favore del presidente il Guardian segnala esserci la Caf, la rappresentante delle 54 federcalcio africane. Ad oggi, va detto, un vero “anti-Infantino” non c’è, anche se non mancano i profili identificati come potenziali candidati.
Un Mondiale e tante sfide
In tal senso, la partita per la prossima kermesse iridata si gioca su più prospettive. L’avvicinamento alla Coppa del Mondo sarà un banco di prova per i rapporti di forza nel calcio mondiale; sarà una prova del nove per capire se la Uefa manterrà la compattezza nella sua linea verso la gestione del mondo del pallone condotta da Infantino; a suo modo, testerà degli equilibri politici che in questi ultimi giorni sono emersi concretamente e dovrà chiamare in campo anche gli stessi governi di Spagna e Marocco: così come Madrid e Rabat dovranno trovare una quadra sull’attuale tensione politica, connessa ai drammatici fatti di Ceuta della scorsa settimana. dovranno ricordare, nel contesto della loro relazione inevitabile e profonda, che la Coppa del Mondo sarà una vetrina per entrambi i Paesi e che potrebbe essere quntomeno critico trasformarla in un fattore di divisione.
Ad oggi il dualismo sulla finale c’è ed esiste, anche perché, prosaicamente, un solo stadio potrà ospitarla e il dualismo tra modernità e tradizione, tra il Bernabeu e l’Hassan II, tra il Paese campione del mondo e la potenza emergente del calcio africano, racconta molto di queste tendenze. Ma il Mondiale 2030 sarà il Mondiale di entrambi i Paesi (e del Portogallo, ovviamente) ed è comune interesse che sia un successo. Quattro anni passano in fretta. Infantino o non Infantino, il tema resterà. E sarà una sfida comprendere quanto la partita per la finale sia effettivamente un proxy della sfida per il futuro controllo dell’organo di Zurigo o sia destinata a non diventare effettivament eun fattore di divisione.