L’ordine pubblico della Spagna sta venendo messo a dura prova da uno degli effetti perversi della globalizzazione: la trasformazione del crimine organizzato in un fenomeno transnazionale. Sebbene l’attenzione mediatica sia posta maggiormente sulle ramificazioni iberiche dei cartelli della droga latinoamericani, i cui stupefacenti per il mercato europeo vengono inviati in larga parte nei porti spagnoli, altrettanto meritevole di approfondimento è la meno conosciuta questione dei sindacati criminali provenienti dai Balcani.

Oltre 100 gruppi criminali censiti

Spagna, anno 2020: tre eventi, un omicidio e due arresti, senza alcuna connessione fra loro e per di più accaduti nell’arco di quattro mesi, accendono inaspettatamente un dibattito a livello di opinione pubblica riguardante lo stato di salute della sicurezza e dell’ordine pubblico nel Paese. La popolazione si sente insicura, in particolar modo nella Costa del Sol, e le forze dell’ordine denunciano l’esistenza di una “guerra di mafia” importata dall’estero. La domanda che tutti si pongono, inclusa la stampa, è la seguente: che cosa sta accadendo in Spagna?

I due arresti, indipendenti l’uno dall’altro, sono avvenuti fra agosto e settembre, mentre l’assassinio – che ha funto da classica goccia che fa traboccare il vaso – ha avuto luogo in pieno periodo natalizio, il 18 dicembre.

Barcellona è il teatro del primo arresto, avvenuto il 22 agosto, risultato di un’operazione di polizia che ha condotto alla cattura di un pericoloso ricercato internazionale di nazionalità montenegrina, Ljubomir Krivocapic, membro di spicco del clan Skaljari. La seconda traduzione in carcere è accaduta il 15 settembre, nella regione di Valencia, nell’ambito della maxi-operazione internazionale “Los Blancos” di Europol ed Eurojust contro il primo cartello della droga interamente albanese della storia.

Non saranno gli arresti di un mafioso montenegrino e di un narcotrafficante albanese, però, ad indignare l’opinione pubblica; per l’esplosione della rabbia si dovrà attendere il 18 dicembre. Quel giorno, verso mezzanotte, un assassino professionista irrompe in un ristorante nel centro di Albir (Costa Blanca) ed uccide a colpi di pistola un uomo di nazionalità albanese. Le forze dell’ordine ne sono sicure: “una vendetta legata al traffico di droga”.

Un filo conduttore lega gli eventi di Barcellona, Valencia e Albir: la provenienza dei protagonisti, ossia i Balcani. Secondo quanto appurato dal Centro de Inteligencia contra el Terrorismo y el Crimen Organizado (CITCO), la Spagna è casa di “un centinaio di gruppi [criminali]” originari di Serbia, Albania, Croazia, Montenegro, Slovenia, Bosnia, Macedonia, Romania e Bulgaria, i cui membri utilizzano il Paese sia come base operativa che come rifugio in tempo di latitanza. La loro presenza è particolarmente forte, visibile e radicata a Barcellona, Valencia e Malaga, dove “possono passare inosservati e trovare anche delle connessioni per aumentare il loro potere”.

Provenienza geografica a parte, un altro elemento caratterizza e accomuna questa costellazione criminale: la propensione alla violenza. Le bande serbe e albanesi spiccano per il ricorso a sparatorie, sequestri e attentati, incuranti del fatto che la violenza possa attrarre l’attenzione degli inquirenti e nell’aspettativa di piegare in tempi rapidi la concorrenza sul posto, sostanzialmente rappresentata da gruppi olandesi, britannici e magrebini.

Sangue sulla Costa del Sole

La costa del Sole è sporca di sangue, e la macchia si sta estendendo con lo scorrere del tempo. Nella sola provincia di Malaga, epicentro di una guerra per il controllo del mercato della droga e di fatti criminosi coinvolgenti le mafie dei Balcani, fra il 2018 e il 2019 i reati registrati dalle autorità sono aumentati da 79.225 a 80.174. L’incremento è da imputare in larga parte alle attività dei sindacati criminali dell’Est, che hanno determinato un’impennata di furti nelle abitazioni, estorsioni, prostituzione, intimidazioni e persino aggressioni contro forze dell’ordine e turisti.

La trasformazione infernale di Malaga ha mietuto venticinque vittime nel 2019, fra le quali figura Marco Yaqout. Personaggio pubblico, re della vita notturna spagnola e imprenditore milionario, Yaqout è stato ucciso da un assassino professionista il 21 gennaio di quell’anno, e la sua morte ha segnato profondamente la costa del Sole.

Il sangue non ha cessato di scorrere nel 2020 e, al contrario, il persistere di autobombe, sparatorie e omicidi, sullo sfondo delle crescenti aggressioni contro i turisti, ha spronato la popolazione locale a chiedere rassicurazioni e interventi alle forze dell’ordine onde evitare delle ricadute negative sull’industria turistica. Lo scorso due giugno, ad esempio, la tranquillità di Marbella, fra le più note destinazioni della costa del Sole, è stata brutalmente spezzata da un agguato a colpi di uzi che ha lasciato a terra Milos Perunic.

L’esecuzione di Perunic, di nazionalità montenegrina, secondo gli investigatori sarebbe stata indicativa dell’arrivo a Marbella della guerra fra le mafie di Serbia e Montenegro, scoppiata a Belgrado nel 2015 e che sinora ha provocato “dozzine di morti in tutto il continente”. La migrazione massiccia dei gangster balcanici in Spagna, del resto, non avrebbe potuto condurre che ad uno scenario soltanto: lo spostamento delle loro faide.

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