Nel 2025 la Somalia si trova di fronte a una delle emergenze sanitarie più gravi degli ultimi decenni: l’epidemia di difterite ha colpito con una forza che ha sorpreso sia il governo sia le organizzazioni umanitarie presenti sul territorio. Secondo i dati diffusi dall’Istituto Nazionale di Salute della Somalia, dall’inizio dell’anno sono stati registrati oltre 1.600 casi e almeno 87 decessi, un balzo preoccupante rispetto agli 838 casi e ai 56 morti dell’intero 2024. La malattia, che si trasmette attraverso le vie respiratorie e provoca gonfiore delle ghiandole, febbre alta e gravi difficoltà respiratorie, colpisce in modo particolare i bambini.
In alcuni reparti pediatrici, oltre il 97% dei pazienti affetti ha meno di 15 anni, segno di quanto la fascia più vulnerabile della popolazione sia esposta a un rischio diretto e immediato. La difterite è storicamente considerata una malattia prevenibile, grazie a un vaccino diffuso dalla metà del Novecento, ma in Somalia la copertura vaccinale resta disomogenea e centinaia di migliaia di bambini non hanno ancora completato il ciclo di immunizzazione.
Questa lacuna strutturale, unita all’attuale contesto di instabilità, ha reso il Paese terreno fertile per la diffusione del batterio, che nelle ultime settimane ha raggiunto anche aree precedentemente meno colpite. Gli ospedali di Mogadiscio e delle regioni centrali riportano un incremento costante dei ricoveri, mentre nelle comunità rurali più isolate i casi rimangono spesso non registrati, suggerendo che i dati ufficiali possano essere solo una parte della realtà.
Nonostante le difficoltà, alcune campagne di sensibilizzazione sono state avviate a livello locale, ma la mancanza di risorse limita la possibilità di raggiungere le aree più remote: gli esperti avvertono che senza un intervento immediato e coordinato, l’epidemia rischia di espandersi ulteriormente, rendendo vani i progressi ottenuti negli ultimi anni sul fronte della salute infantile. La Somalia si ritrova così nuovamente al centro di una crisi sanitaria che potrebbe avere ripercussioni durature anche sulla stabilità sociale del Paese.
Carenza globale di vaccini e tagli agli aiuti
Uno degli elementi più rilevanti per comprendere la gravità dell’attuale epidemia è la scarsità di vaccini disponibili e la difficoltà logistica nella loro distribuzione. A livello internazionale si registra da mesi una riduzione delle forniture, ma in Somalia il problema si intreccia con un contesto ancora più complesso: la quasi totale dipendenza del sistema sanitario dagli aiuti esteri. Fino al 2024 gli Stati Uniti rappresentavano il principale finanziatore del settore sanitario somalo, sostenendo sia i programmi di immunizzazione sia le squadre mobili che portavano le dosi nei villaggi più remoti.
Con la decisione di Washington di ridurre drasticamente i fondi – passati da 765 milioni di dollari a soli 149 milioni nel nuovo anno fiscale – molte cliniche hanno dovuto chiudere, le campagne vaccinali sono state sospese e migliaia di operatori sanitari si sono trovati senza risorse per continuare a lavorare.
A questo si aggiunge il progressivo ridimensionamento dei contributi europei: Regno Unito, Francia e Germania hanno tutti rivisto i loro bilanci per la cooperazione internazionale, incidendo ulteriormente sulla capacità della Somalia di fronteggiare la crisi. Il governo di Mogadiscio, già accusato da organizzazioni come Amnesty International di destinare quote troppo basse del proprio bilancio alla sanità (meno del 5% nel 2024, contro l’8,5% dell’anno precedente), non è in grado di compensare questi tagli.
Le conseguenze sono visibili: intere aree del Paese rimangono prive di vaccini, mentre le dosi disponibili vengono distribuite con priorità solo ai casi più urgenti. Il risultato è un circolo vizioso: la mancanza di copertura alimenta la diffusione del batterio e l’aumento dei contagi mette sotto pressione un sistema già fragile e frammentato. L’assenza di piani alternativi o strategie nazionali di lungo periodo accentua il senso di vulnerabilità e alimenta la dipendenza strutturale dagli aiuti esterni.
Famiglie senza protezione e ospedali sovraccarichi
Se i dati ufficiali restituiscono l’immagine di una crisi in crescita, le storie raccolte sul campo mostrano la dimensione umana di questa emergenza. Nella città di Ceeldheere, nel centro della Somalia, Deka Mohamed Ali ha visto i suoi quattro figli ammalarsi nel giro di poche settimane. Nessuno di loro era stato vaccinato: la figlia maggiore di nove anni è riuscita a guarire, ma il fratello di otto è morto e i due più piccoli sono ora ricoverati a Mogadiscio. La sua testimonianza riflette una condizione diffusa: molte famiglie, costrette a spostarsi per sfuggire ai conflitti armati e prive di accesso a strutture sanitarie stabili, non hanno alcuna possibilità di vaccinare i propri figli.
Negli ospedali, i medici denunciano una situazione sempre più difficile: all’ospedale pubblico De Martino, uno dei principali della capitale, i ricoveri per difterite sono quintuplicati in pochi mesi, ma le scorte di farmaci e antitossine sono ormai esaurite. Medici Senza Frontiere e Save the Children parlano di una crisi che non riguarda solo la difterite: da aprile a oggi i casi di morbillo, pertosse, colera e gravi infezioni respiratorie sono raddoppiati, segno che la riduzione degli aiuti esteri sta aprendo la strada a una serie di epidemie parallele.
Le condizioni igieniche precarie nei campi per sfollati, il sovraffollamento delle abitazioni e la mancanza di acqua potabile facilitano ulteriormente la diffusione delle malattie: in questo contesto, il personale sanitario lavora in condizioni estreme, spesso senza strumenti adeguati e con risorse limitate, costretto a compiere scelte difficili su chi curare per primo. Le testimonianze dei residenti raccontano di quartieri in cui quasi ogni famiglia ha almeno un bambino malato e dove la morte di minori è diventata un fatto quotidiano.
Queste storie hanno anche un effetto psicologico profondo sulle comunità, che iniziano a percepire un senso di abbandono da parte delle autorità locali e internazionali: la fiducia nelle istituzioni sanitarie è in calo, mentre cresce l’esitazione verso i vaccini, alimentata da paura e disinformazione. Un circolo vizioso che rischia di rendere ancora più complessa la lotta contro la diffusione della malattia.
Il rischio di nuove epidemie dimenticate in Africa
La diffusione della difterite in Somalia non è soltanto un problema locale: rappresenta un segnale allarmante per la comunità internazionale sul rischio concreto di un ritorno di malattie prevenibili in contesti fragili. L’epidemia dimostra quanto sia pericoloso ridurre l’impegno umanitario nei Paesi che non dispongono di un sistema sanitario autosufficiente: la Somalia, come altri Stati che dipendono in larga misura dai finanziamenti esterni, non è in grado di affrontare autonomamente crisi di questo tipo, e ogni taglio agli aiuti si traduce immediatamente in vite perse.
Esempi comparativi arrivano da altri Paesi africani: in Nigeria, dove le campagne vaccinali hanno registrato rallentamenti a causa delle tensioni interne e delle difficoltà logistiche, nel 2024 sono stati segnalati oltre 17.000 casi di difterite, con centinaia di decessi. In Sudan, la guerra civile ha reso quasi impossibile mantenere attivi i programmi di immunizzazione, aprendo la strada alla ricomparsa di malattie come la poliomielite e il morbillo. Anche in Repubblica Democratica del Congo, la riduzione dei fondi internazionali ha comportato la chiusura di cliniche rurali e il ritorno di epidemie che si pensavano sotto controllo.
La riflessione che emerge è quindi più ampia: la riduzione della cooperazione internazionale, motivata da ragioni economiche o politiche interne ai Paesi donatori, ha effetti che vanno ben oltre la Somalia e investono la sicurezza sanitaria globale. In un mondo interconnesso, nessuna epidemia resta confinata a lungo, e il ritorno di malattie che altrove sono sotto controllo rappresenta una minaccia potenziale per l’intera comunità internazionale. Investire nella prevenzione, garantire campagne vaccinali stabili e sostenere i sistemi sanitari più deboli non è soltanto un atto di solidarietà, ma una misura necessaria per evitare che crisi come quella somala si trasformino in problemi globali di difficile gestione.
La Somalia diventa così un caso emblematico e un campanello d’allarme: senza un rafforzamento concreto della cooperazione sanitaria globale, le epidemie dimenticate rischiano di tornare ad essere una realtà diffusa. E questa volta non riguarderanno solo i Paesi più poveri, ma potrebbero arrivare a influenzare anche le società più sviluppate, mettendo in discussione la tenuta dei sistemi sanitari occidentali.
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