Cos’è che accomuna Cina, Giappone e Corea del Sud? Una demografia avversa caratterizzata dal contemporaneo calo dei tassi di fertilità e dall’aumento dell’invecchiamento della popolazione. E pensare che in Asia, dopo la Seconda Guerra Mondiale, la paura malthusiana regnò sovrana per molto tempo.
Il moltiplicarsi incontrollato delle persone – si pensava – avrebbe causato carestie e carenze di risorse, e bloccato lo sviluppo socio-economico dei Paesi. Questa preoccupazione era talmente grande che i due giganti del continente, Cina e India, erano arrivati ad adottare rigide politiche per controllare la crescita della popolazione.
Oggi, invece, la situazione è completamente diversa. Redditi più elevati, crescenti livelli di istruzione, una maggiore partecipazione delle donne alla forza lavoro e una visione modificata dell’ambiente familiare hanno contribuito a far crollare i tassi di natalità.
D’altro canto, un accesso più facile all’assistenza sanitaria (resa via via più efficiente) e il miglioramento degli standard di vita, hanno incrementato l’aspettativa di vita. Altri fattori, quali il costo elevato degli alloggi, i lunghi orari di lavoro e gli alti prezzi dell’istruzione, hanno agevolato la crescente riluttanza a sposarsi e ad avere figli. Ebbene, il risultato dell’equazione rispecchia lo stato demografico delle società di numerose nazioni asiatiche.

Il peso della demografia
In Cina, dove le autorità hanno abolito la politica del figlio unico nel 2016 (durata 36 anni), è in corso una campagna affinché i giovani si sposino e abbiano figli. Per capire il motivo basta dare un’occhiata ai dati ufficiali. Il 12% della popolazione cinese, circa 166 milioni di persone, ha 65 anni o più, mentre il tasso di crescita è sceso allo 0,49% e quello di fertilità a 1,7 figli per donna (distante dal tasso di 2,1 figli richiesto per mantenere una popolazione stabile). Senza cambiamenti sostanziali, la popolazione cinese rischia di scendere a 1,3 miliardi entro il 2050 e a meno di 800 milioni nel 2100.

La situazione è ancora peggiore nei vicini Giappone e Corea del Sud. La popolazione giapponese sta diminuendo dello 0,17% all’anno; quella sudcoreana sta crescendo di un misero 0,36%; i tassi di fertilità sono di 1,1 figli per Seoul e 1,4 per Tokyo. Le prospettive, in entrambi i casi sono allarmanti. Già, perché la popolazione nipponica, che oggi ammonta a quasi 126 milioni di individui, scenderà a 104 milioni nel 2050 e a soli 72 milioni nel 2100. Le cifre nel caso della Corea del Sud, ora con 52 milioni di persone, parlano di 46 milioni entro il 2050 e 24 milioni nel 2100.
Il rallentamento della crescita demografica dell’Asia è una buona notizia se analizziamo il dossier dal punto di vista ecologico e ambientale (meno inquinamento e meno risorse sfruttate). È però altrettanto vero che una popolazione in calo provoca una riduzione della spesa dei consumatori e una forza lavoro meno robusta. Detto altrimenti, i modelli di consumo che hanno plasmato i successi moderni di Shanghai, Guangzhou e Osaka rischiano di eclissarsi. Con meno consumatori e famiglie, infatti, la domanda di beni di consumo durevoli, abitazioni e automobili è destinata a diminuire.

Un problema comune
Il problema è in realtà diffuso in tutta l’Asia. Lo scorso dicembre persino il leader nordcoreano Kim Jong Un ha esortato le donne ad avere più figli, invocando sforzi collettivi per affrontare il calo dei tassi di natalità nel Paese. Il motivo? Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, nel 2023 il tasso di fertilità in Corea del Nord era sceso a 1,8 figli per donna. E anche il Sud Est asiatico, a lungo fucina di giovani lavoratori, sta facendo i conti con il grande gelo demografico.
La Thailandia, per esempio, sta esaurendo i lavoratori; entro il 2050, Bangkok potrebbe avere 11 milioni di persone in età lavorativa in meno rispetto ad oggi (ovvero un quarto in meno). Anche i Paesi in cui la popolazione in età lavorativa aumenterà massicciamente entro il 2050 stanno esaurendo le persone intorno ai vent’anni. L’età media nelle Filippine è adesso di 25 anni ma sarà di circa 32 nel 2050; in Indonesia, l’età media è di 29 anni e salirà a 36 entro il 2050. Per la prima volta nella storia, nessun paese del Sud-est asiatico avrà un’età media inferiore ai 30 anni entro il 2050.
Ci sono alcune eccezioni, come detto. L’India, il Paese più popoloso del mondo, conta oltre 1,4 miliardi di persone. Attualmente il tasso di crescita annuale di Delhi è dell’1,2%, con un tasso di fertilità di 2,1 figli. Entro il 2050, la popolazione indiana salirà a 1,7 miliardi e poi si stabilizzerà a 1,5 miliardi nel 2100. La grande eccezione è il Pakistan, con un tasso di crescita del 2,37% e un tasso di fertilità di 3,3 figli, ben al di sopra del tasso di sostituzione. Entro il 2050 il Pakistan avrà 366 milioni di abitanti e 490 milioni entro il 2100, tensioni politiche permettendo.

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