Edward Snowden, l’ex agente della National Security Agency (Nsa) che fra il 2012 ed il 2013 ha dato vita ad uno dei più grandi scandali della storia recente degli Stati Uniti divulgando informazioni ultra-riservate sulle attività di sorveglianza, ha analizzato quanto sta accadendo nel mondo per via della pandemia di Covid19 e ha lanciato l’allarme: la libertà è a rischio nel dopo-crisi.

La denuncia: si rischia la distopia

Snowden risiede a Mosca dal giugno 2013, forte dell’asilo politico concessogli dal governo, che viene periodicamente rinnovato e ha recentemente chiesto un’estensione di altri tre anni.

Dalla capitale russa, l’ex agente della NSA ha partecipato a distanza all’edizione annuale del Copenhagen International Documentary Festival ed è stato invitato a parlare di un argomento strettamente attuale “Privacy nell’era del coronavirus“.

Snowden ha espresso la sua posizione, in maniera chiara e netta, denunciando le similitudini fra la pandemia ed il dopo-11 settembre: eventi catastrofici, avvenuti all’improvviso, che hanno gettato le popolazioni nel panico e spinto i governi a lanciare una stretta sulle libertà negative con la scusante della prevenzione. Due casi, come puntualizza lo stesso attivista, diversi in origine – un evento naturale ed un atto terroristico – ma uguali a livello di conseguenze.

“Tra due anni questo problema sarà sparito. Ma le conseguenze delle decisioni che prendiamo ora sono permanenti. E penso che questo sia cruciale da tenere a mente: dal punto di vista di una società libera un virus è dannoso, ma la distruzione dei diritti è fatale. È una cosa permanente, si perdono diritti conquistati attraverso rivoluzioni. Sono stati necessari cento anni di sforzi e di lotte per ottenerli, e ci rinunciamo in un momento di panico. Questa è la connessione con l’11 settembre: […] Con la nascita del Patriot Act, abbiamo avuto la nascita della sorveglianza di massa.”

Snowden è preoccupato dal ricorso massivo al tracciamento dei cellulari per mezzo della geolocalizzazione, dell’analisi delle celle, dei metadati sugli utenti che le compagnie telefoniche consegnano ai governi, o che questi ultimi ottengono in maniera coercitiva; una tendenza comune a paesi sviluppati e meno sviluppati, da Taiwan all’Italia.

L’attivista si chiede quanto possano essere effettivamente utili le informazioni ricavate e, soprattutto, mette in dubbio la veridicità delle garanzie sull’anonimizzazione dei dati che, a suo parere, sono insostenibili perché “analizziamo lo scenario migliore: cancellano quello che nel codice di identificazione della scheda Sim si chiama MZ, da cui possono risalire al tuo numero di telefono. Poi c’è un secondo identificatore, International Mobile Equipment Identifier, e questo è fisso nel telefono vero e proprio, e non si può cambiare. Questi due identificatori vengono accoppiati. Puoi scambiare la tua scheda SIM e ottenere un altro numero di telefono, ma la compagnia telefonica, la rete telefonica, sa che è lo stesso telefono fisico con una scheda SIM diversa”.

Intelligenza artificiale e sorveglianza

Ciò che ha turbato realmente l’attivista, estrazione dei dati a parte, è l’applicazione dell’intelligenza artificiale ai tradizionali metodi di sorveglianza. Ricollegandosi ad un articolo scritto dal filosofo israeliano Yuval Harari per il Financial Times, secondo Snowden la pandemia sta rapidamente trasferendo l’attenzione delle agenzie di sicurezza dal “cosa fanno i cittadini in rete” ad un ambito molto più personale, ossia il “come stanno i cittadini”, e le ripercussioni di un simile evento sono profondissime.

“Sanno già cosa stai guardando su internet, sanno già dove si muove il tuo telefono. Adesso vogliono sapere qual è il tuo battito cardiaco, qual è il tuo polso. Cosa succederà quando inizieranno a mescolare queste [informazioni] ed applicare l’intelligenza artificiale?”

Snowden e Harari hanno la risposta a tale quesito: le agenzie di sicurezza potrebbero chiedere ai proprietari delle applicazioni mobili per la salute e per il fitness, ad esempio, di estrapolare, conservare ed inviare regolarmente i dati sulla temperatura corporea e sulla frequenza cardiaca. Ipotizzando la cristallizzazione di tale schema anche nel dopo-pandemia, in maniera permanente, uno specialista della sorveglianza potrebbe attivare invisibilmente l’applicazione da remoto, utilizzando le tecnologie intelligenti per misurare le reazioni corporee nel momento in cui una persona sta guardando un film, un programma, un video propagandistico, e decifrare in maniera efficace le opinioni in merito.

Non è fantascienza, infatti, la possibilità di capire ciò che una persona pensa riguardo un certo argomento ricorrendo al controllo della sudorazione e del battito cardiaco. Esistono da decenni, infatti, le famose macchine delle verità; e la loro funzione potrebbe, un domani, essere perfezionata grazie all’intelligenza artificiale ed al suo abuso da parte della autorità nel nome di un presunto interesse collettivo.