Sembra incredibile, eppure, sui campi di battaglia siriani qualcuno ha pensato di mettere bandiera. Non una bandierina, ma un bandierone: quello rainbow. Se si tratta di nuova frontiera della propaganda gender o di realtà è ancora presto per giudicarlo. Per ora infatti se ne sa davvero poco, ovvero che si chiama “The Queer Insurrection and Liberation Army” (Tqila) e, per come ce l’hanno raccontata, sarebbe la prima unità militare dedicata agli appartenenti al mondo Lgbtq.  

Proprio così: “Lesbiche, gay, bisessuali, transgender e queer armatevi e partite” per combattere, a modo vostro, lo Stato islamico in Siria. Ed infatti i volontari non si mescolano nelle fila delle unità già esistenti, preferendo ritrovarsi ex novo sotto il segno di quell’arcobaleno di stoffa che, nel 1978, divenne il simbolo globale dell’attivismo pacifico dei movimenti gay.  

“Non potevamo più restare a guardare”

Oggi però i toni sono decisamente meno bonari di allora. A partire dalla sua ascesa in Iraq, a metà del 2014, l’Isis ha sistematicamente perseguitato la minoranza gay e la eco di quegli orrori è arrivata fino in Occidente assieme ad immagini e filmati che avremmo preferito non vedere mai. Macabre esecuzioni di persone inermi, bendate e gettate dagli edifici più alti del Califfato perché accusate di esser omosessuali. Ad attenderli lì sotto una folla inferocita, pronta a colpire a morte chi avrà la sfortuna di sopravvivere all’impatto. Per non parlare di quello che accadde nella discoteca Pulse di Orlando. Era giungo 2016 quando Omar Mateen, che aveva giurato fedeltà al sedicente Stato islamico, uccise 49 persone. Dopo il massacro,  il leader del gruppo Abu Bakr al-Baghdadi fece sapere, attraverso l’agenzia di stampa Amaq, che il terrorista aveva colpito quella discoteca proprio perché frequentata dalla comunità gay.

È per questo che è nata Tqila, perché “non potevamo più restare a guardare”. Almeno stando a quello che hanno reso noto le “Forze Guerrigliere Internazionali Rivoluzionarie Internazionali” (Irpgf), il movimento anarchico – costituito per lo più da foreign fighter – da cui si è staccata questa stravagante costola gay friendly che sostiene di combattere l’Isis al fianco della milizia curda Ypg.  

Anche se la notizia arriva solo oggi, il gruppo sembra si sia costituito ad aprile scorso e, stando a quello che ha raccontato a Newsweek il suo portavoce Heval Rojhilat, è attivo a Raqqa. Ed è proprio nell’ultima roccaforte siriana delle bandiere nere che, nel giorno della sua liberazione, promette di issare “la bandiera di Tqila (AK47 su sfondo rosa), la bandiera dell’Irpgf e la bandiera arcobaleno”.

La rivoluzione gender di Tqila

Ma sinora, invece che sul campo di battaglia, il Tqila sembra essersi affermato in rete, mostrando più una scorza da circolo Arci di provincia che da formazione combattentistica. Come in quella foto che circola su Twitter, dove alcuni membri sono immortalati dietro ad uno striscione su cui spicca uno slogan dal sapore sessantottardo: “Dentro i quartieri di Raqqa, questi ‘faggots’ (modo offensivo per definire gli omosessuali, ndr) uccidono i fascisti”. Bizzarro anche un secondo cinguettio, nel quale viene affermato che i membri di Tqila “cercano di rompere la divisione di genere e di far avanzare la rivoluzione femminile, nonché la rivoluzione sessuale”.