La Cina ha davvero fatto tutto il possibile per contenere l’epidemia del nuovo coronavirus? Pechino ha realmente agito con i tempi giusti e nel miglior modo possibile? Le due domande restano senza risposta. Certo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha spezzato una lancia in favore del Dragone, elogiando le misure d’emergenza attuate da Xi Jinping. Questo, per il governo cinese, ha lo stesso valore di una medaglia.

“La Cina – ha dichiarato il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesum – ha condiviso subito la sequenza genetica del nuovo coronavirus 2019-nCoV sia con l’Oms che con altri Paesi, adottando una serie di efficaci misure per contenere la diffusione del contagio. L’Oms spera di rafforzare la cooperazione con la Cina ed è disposta a fornire a Pechino tutto l’aiuto necessario per contenere l’epidemia”.

Risultato: circa 56 milioni di persone in quarantena (tutti i residenti di Wuhan, la città infetta dal quale è partita l’epidemia, e l’intera provincia dello Hubei), motore economico del Paese bloccato e voli sospesi. Eppure i contagi non si sono fermati. Anzi: sono aumentati giorno dopo giorno, in tutte le province e municipalità cinesi così come all’estero. Per quale motivo? Come sottolinea Repubblica, c’è un grande vuoto nella storia del coronavirus.

Dieci giorni di fuoco

A fine dicembre iniziano a circolare le prime notizie sospette. Una malattia misteriosa, simile a una polmonite, da qualche settimana sta infettando i cittadini di Wuhan. I numeri aumentano quotidianamente, fino a quando le autorità non sono costrette a scendere in campo. I contagi non si fermano e ci sono i primi morti. Il 10 gennaio, circa un mese dopo il primo caso, gli scienziati di Pechino dicono di aver isolato il nuovo coronavirus e condiviso il suo profilo genetico con l’Oms.

Tutti si congratulano con la Cina: questa volta non sarebbe andata come nel 2002-2003, quando i funzionari del Partito comunista cinese (Pcc) si trincerarono dietro un silenzio di tomba contribuendo ad aggravare la situazione. Vana speranza: le mascherine vanno a ruba in tutto il Paese, la gente si blinda in casa e le attività chiudono i battenti.

I medici non possono parlare: è un ordine che viene dall’alto e va rispettato. La versione del partito è la seguente: mantenete la calma perché il virus non si trasmette da uomo a uomo. Vengono arrestate otto persone accusate di diffondere in rete notizie false sull’epidemia.

Un ritardo inspiegabile

Passano i giorni e aumentano i pazienti infetti ma la versione del governo non cambia. La Commissione sanitaria di Wuhan smette perfino di dare aggiornamenti sul contagio perché la burocrazia impone determinati passaggi. Ogni test va confermato a Pechino (cioè al governo centrale), e per farlo occorrono cinque giorni: un “buco” enorme e inspiegabile data la situazione sanitaria.

Dal 12 al 17 gennaio i gli alti papaveri del partito sono in città perché in quel periodo, a Wuhan, si tengono le sessioni annuali dell’assemblea cittadina e provinciale. I media non danno spazio alla notizia del virus, che viene surclassato dalle note politiche. Non scattano misure preventive. Quel che è più sconcertante è che non vengono neppure annullati gli eventi politici in programma, tra cui un banchetto per 40mila persone sponsorizzato dal sindaco Zhou Xianwang. Le autorità distribuiscono anche biglietti omaggio per i monumenti.

Sembra che non ci sia alcun allarme epidemia e i medici continuano a visitare senza protezioni. Circa cinque milioni di persone lasciano Wuhan per festeggiare il Capodanno cinese insieme ai loro cari. Nessuno viene controllato.

Domenica 19 gennaio riprendono i dati sui contagiati; forse perché ormai non ci si può più nascondere. La crisi vera e propria viene sdoganata solo il 20 gennaio. Il sindaco Zhou dichiara che non poteva fare altrimenti. Solo Pechino poteva dichiarare l’emergenza sanitaria, ma lo ha fatto dieci giorni dopo le prime avvisaglie. Quando forse l’epidemia poteva essere ancora arginata.

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