Gli inglesi trattano i cani come i figli e i figli come i cani, ripeteva Mrs. Duffin, la mia anziana insegnante di inglese. Non aveva né cani né figli, ma un pacioso gatto di nome Thomas. Teacher Duffin scuoterebbe il capo di fronte alla notizia di una delle famiglie più ricche del Regno condannata per malversazioni nei confronti dei propri domestici, pagati meno del cibo per cani. Si tratta dei celeberrimi Hinduja: la dinastia di magnati, il cui nome appare un perfetta crasi tra oriente esotico e piccanti salami da spalmare, possiedono un impero sul quale non tramonta mai il sole. Dagli anni Venti, infatti, l’Hinduja Group ha continuato a rafforzare le sue attività con diversificazioni nei settori della mobilità, della tecnologia digitale, dei media, dell’intrattenimento e delle comunicazioni, dello sviluppo di progetti infrastrutturali, dei lubrificanti e dei prodotti chimici speciali, dell’energia, del settore immobiliare e dell’assistenza sanitaria, prima sotto la guida dell’ex presidente Srichand e ora sotto la guida del presidente Gopichand, abilmente supportato dai fratelli Prakash e Ashok Hinduja.

Con un patrimonio stimato di 37 miliardi di sterline, alcuni membri di questa famiglia di nababbi – che chissà perché vive in Svizzera – sono stati condannati al carcere dalla giustizia elvetica per lo sfruttamento abituale dei dipendenti nella loro magione sul lago di Ginevra. Uomini e donne costretti a turni disumani per un salario da fame. Alloggi con materassi arrangiati sul pavimento. Pochi contatti con il resto del mondo. Fra le tante follie, le spese sostenute nella tenuta da Mille e una notte per mantenere un singolo cane, risultate più alte di quelle per pagare i dipendenti. In media i domestici venivano infatti pagati meno di 8 euro al giorno, versati non in franchi svizzeri ma in rupie indiane, girati su conti a cui non avevano accesso diretto.
Ma se il conto in banca non fa nobiltà, in quel del Regno è proprio un nobile (italiano) a poter dare lezione di stile. Si tratta di Luca Rinaldo Contardo Padulli di Vighignolo che non potendo contare in patria sulle proprie ascendenze blasonate ma esclusivamente sul patrimonio di famiglia, negli anni Settanta volò a Londra per lavorare nel cuore della finanza europea, dopo essersi laureato alla Bocconi. Il nostrano conte è balzato agli occhi della cronaca per via di un acquisto da capogiro realizzatosi nel quadrilatero della moda milanese, un palazzotto in quel di via Bagutta 20 da 40 milioni di euro.
Indaga, indaga, il nostro conte non è un Carneade, ma è stato socio di Montedison, Ferfin, Alerion e Moleskine: secondo il Times, con il suo immenso patrimonio controlla 12 mila ettari di terreno, oltre alla tenuta del XVI secolo in cui vive nel Norfolk, e possiede più di 100.000 immobili. Ma questi non sono i suoi unici primati: il conte produce il 2% delle patate britanniche, avendo rilevato nel 1994 la Albanwise Wallace Estates, oggi annoverata tra le più grandi aziende agricole e immobiliari del Regno Unito. Dal 2005, invece, è direttore dell’hedge fund Camomille Associates con oltre 2,3 miliardi di asset.
Ma è lo stile di vita che fa del nostro conte un gentiluomo: di lui si dice che viaggi in economy, guidi ancora un vecchia Opel Corsa e usi i mezzi pubblici. Pare sia molto amato dai suoi vicini britannici, aprendo spesso i suoi giardini al pubblico e offrendo ogni estate uno spettacolo pirotecnico all’intera zona. E poi un primato che fa infuriare i Windsor: possiede, infatti, più terre di re Carlo III. Tuttavia, le autorità del Regno sono riuscite a trovare una pagliuzza nel pedigree del Padulli: lo scorso anno la sua società sarebbe stata accusata di non aver pagato l’adeguamento alle norme antincendio scattate dopo l’incidente alla Grenfell Tower di Londra. Conte, ma come? Ci cade sugli estintori? La società smentisce. Il conte tace con eleganza. Non sappiamo se egli abbia un cane, ma siamo certi ami i croccantini riscaldati.
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