L’ondata del coronavirus che ha travolto l’Italia in questo autunno ha generato un nuovo allarme con annesse domande in merito alla gestione dell’emergenza e alle giuste accortezze da applicare per evitare la diffusione dei contagi. Ne abbiamo parlato con il professor Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia del San Raffaele di Milano. É stato proprio lui, specialmente nelle ultime settimane, a essere tra i virologi più critici della gestione dell’emergenza a livello internazionale.

Cosa ne pensa del Dpcm che divide l’Italia in tre aree per la sua applicazione?

La ripresa dell’epidemia ha imposto a tutti gli Stati europei di prendere delle misure per contenere il numero degli infetti e soprattutto ridurre la pressione sulle strutture di ricovero. L’Italia si è adeguata. Personalmente giudico necessario l’intervento. Come spesso accade da noi è un po’ complessa la modalità di applicazione. Infine i provvedimenti per le zone cosiddette rosse sono molto simili al lockdown totale che abbiamo già fatto nel periodo marzo-aprile 2020.

Non si può consumare ai tavoli di bar e ristoranti dopo le 18. Lei crede che questa misura sia valida dal momento che tutti hanno, di conseguenza, anticipato l’orario dell’aperitivo?

È certamente una misura antipatica, ma spesso le medicine che si prendono per bocca sono amare. L’auspicio deve essere che funzioni, altrimenti tra 20 giorni dovrebbe essere una misura cancellata.

Si parla di un aumento dei casi di contagio tra i banchi di scuola. Secondo lei sarebbe il caso di adottare la didattica a distanza per tutti o va bene la misura attuale che prevede tale modalità solo per gli studenti delle scuole superiori?

La scuola di ogni ordine e grado deve essere in presenza. Le modalità telematiche possono essere complementari o riguardare periodi il più possibile brevi in caso di reale necessità. I dati ci dicono che gli infettati nelle scuole sono in numero minore di quelli che si temevano prima delle aperture. Piuttosto i trasporti prima e dopo hanno rappresentato la vera negligenza.

Una polemica incalzata sui social è quella legata alla possibilità di far rimanere aperte le chiese al contrario dei teatri e dei cinema che devono restare chiusi. Qual è la differenza, se c’è secondo lei, fra queste strutture per la pericolosità  dei contagi?

Ci sono evidenze che le persone si infettano nei cinema e nei teatri? No. Allora le chiusure sono sbagliate.

Quante ondate potrebbero esserci in totale di questo virus. È possibile fare delle previsioni?

No, non è possibile fare previsioni. Chi dice il contrario mente. Se non si interviene con una vaccinazione di massa è possibile che ondate di infezioni si susseguano. Dovrebbero essere tuttavia sempre d’intensità minore per il numero d’infetti e per la gravità della patologia determinata.

Da febbraio ad oggi, come giudica in generale la gestione della situazione nel nostro Paese?

All’inizio dell’epidemia tutti hanno fatto il possibile in una condizione di reale emergenza nelle zone più colpite. Si poteva fare molto di più dopo, quando in estate il virus ha allentato la presa e non si vedevano più molti casi gravi. Quello era il momento di riorganizzare la medicina territoriale e i trasporti. Questo virus si combatte fuori degli ospedali più che dentro.

In più di un’occasione ha affermato che alcune dichiarazioni dell’Oms hanno suscitato più confusione che altro. Secondo lei l’organizzazione ha delle responsabilità nell’esplosione della pandemia?

È stato dato tardi l’allarme da chi, come l’Oms, conosceva la situazione cinese. Sono state date informazioni che hanno confuso (come “gli asintomatici non trasmettono il virus”), per poi passare a una strategia soltanto passiva negli ultimi tempi. Se l’attività di questa organizzazione è questa, possiamo farne a meno.

Esistono studi sui pericoli dei coronavirus già da diversi anni: perché non si è agito in tempo?

Bella domanda. Non si è colto nel giusto modo il segnale dato dalle due precedenti epidemie di Sars (2002) e di Mers (2013). In merito alla domanda precedente, quale è stata l’attività dell’Oms in questo senso?

Cosa si può fare in futuro per prevenire altre pandemie?

Avere un monitoraggio attento, sviluppare vaccini (il sogno sarebbe un vaccino pan-coronavirus), sviluppare farmaci attivi. In definitiva affidarsi alla scienza.

A proposito di scenari futuri: cambierà qualcosa nel mondo scientifico dopo questa emergenza?

Credo proprio di sì. Anche nel mondo non scientifico. Auspicherei, per i decenni futuri, una maggiore sensibilità dell’opinione pubblica verso la ricerca scientifica che, da parte sua, dovrebbe essere totalmente trasparente.

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