È diventato suo malgrado il simbolo della malasanità italiana, il sessantenne Franco Amoroso, malato tumore morto il 26 gennaio, esattamente una settimana dopo l’agghiacciante foto che lo ritraeva sdraiato sul pavimento del pronto soccorso di Senigallia, sfinito da sei ore senza uno straccio di barella. La moglie, furibonda, aveva detto all’Ansa di essere “arrabbiata non solo per lui ma anche per tutte le persone che stavano aspettando lì, qualcuno anche dal giorno prima”. Manca il personale, e quel che c’é, sottolineava la donna con sconforto, “lavora correndo”. È la realtà media degli ospedali del nostro Paese, che gli italiani subiscono reagendo in due modi: con rassegnazione, o con il ricorso al privato. Questa seconda alternativa, naturalmente, solo per chi può permettersi di sostenerne i costi.
I guasti del Sistema Sanitario Nazionale sono vecchi di almeno un ventennio. Dovuti a “contenimenti della spesa” (leggi: blocco delle assunzioni e riduzione dei posti letto, dai 159 mila del 2013 ai 179 mila del 2023) politicamente ascrivibili a governi di entrambi gli schieramenti. Ma se scattiamo il fermo immagine della situazione attuale, il moto di indignazione per il caso del signor Amoroso non fa che confermare, ove mai ce ne fosse stato bisogno, un dato ormai caratteristico e strutturale: l’ingiustizia sociale. A metterla in questi termini, fra i molti, è il sindacato più vicino al governo in carica, l’Ugl, partendo da un comparto fondamentale: “L’assistenza ambulatoriale è il punto più critico”, ha dichiarato pochi giorni fa Gianluca Giuliano segretario nazionale del ramo salute,”i cittadini sono costretti a pagare di tasca propria per prestazioni fondamentali. Questo non è solo un problema organizzativo, è un problema di giustizia sociale. Quando la capacità di curarsi dipende dal reddito, significa che stiamo tradendo i principi su cui è nato il nostro sistema sanitario”.
Per rendersi conto della gravità, basta mettere in fila cifre e fatti. Il problema che impatta maggiormente sul servizio all’utenza è il drammatico deficit di infermieri. In Italia, secondo il Quotidiano Sanità, sono 277 mila (dati Ssn 2023). Secondo la Fondazione Gimbe, statisticamente corrispondono a poco più di 5 ogni mille abitanti, con marcate disparità fra i territori della penisola. Peggio di noi, in Europa, solo la Grecia, la Spagna, l’Ungheria, la Polonia e la Lettonia. Il numero di infermieri che lascia il settore pubblico, fra abbandoni, pensionamenti e trasferimenti all’estero, è in costante aumento da dieci anni, con un’impennata dal 2022 in poi, all’indomani del biennio pandemico. Nell’ultimo quadriennio, si contano 42 mila cancellazioni dall’Albo. Attualmente, una stima al ribasso indica in 65 mila le unità che servirebbero per coprire i buchi d’organico, ma secondo i sindacati la cifra va tranquillamente più che raddoppiata. Stipendi bassi, in rapporto all’aumentata percezione della fatica, sono la causa diretta dell’ecatombe.
Mille medici l’anno in fuga
Un poco meglio va con i medici, che assommano a 109 mila (quasi la metà sopra i 55 anni), di cui 37 mila medici di base. Di qui a dodici anni, si ipotizza un’uscita complessiva di ben 39 mila camici bianchi. Per i secondi, continuerà il calo – riconducibile in particolare al valore delle borse di studio specifiche, metà di quelle ospedaliere – con un picco di 7 mila in meno entro il 2027. Cioè in pratica domani. Le motivazioni sono principalmente tre: la “gobba pensionistica” in pieno corso; l’imbuto formativo, per il combinato disposto del numero chiuso alla facoltà di Medicina e della limitata disponibilità nelle scuole per specialisti; e, come per gli infermieri, l’insoddisfazione per retribuzioni inadeguate, a fronte di alti costi di studio, stress da burnout lavorativo e peso delle incombenze burocratiche, che tengono i dottori più in ufficio che in corsia. L’ultimo dato rintracciabile sulla fuga nel privato parla di oltre 4300 medici passati al privato nel 2022 (erano 1500 circa nel 2016). Quanto agli espatriati, secondo un numero fatto circolare tre anni fa dalla Federazione Medici Chirurghi e Odontoiatri, ammonterebbero a mille all’anno.
Da ultimo, il ritardo nella costruzione delle 1.038 Case di Comunità, che si affiancheranno agli ospedali per l’assistenza primaria ai malati cronici, sgravando così i pronto soccorsi grazie al coinvolgimento dei medici di famiglia (che, ricordiamolo, non sono dipendenti pubblici, e dunque c’è da capire come inquadrarli). O sarebbe forse più corretto dire che dovrebbero affiancare, visto che secondo il report di dicembre della Corte dei Conti, che monitora i 10,5 miliardi del Pnrr finalizzati allo scopo, quasi un terzo dei progetti (26,6%) risulta definanziato. In sostanza, c’è il pericolo che una percentuale non trascurabile dei nuovi centri restino irrealizzati. Soprattutto per la mancanza di personale di cui sopra.
Il rischio, insomma, è di lasciare sul terreno delle scatole vuote. Magari a macchia di leopardo, secondo la tradizione che vede i servizi sanitari regionali essere ben lungi dal garantire in modo omogeneo i cosiddetti Lea (Livelli Essenziali di Assistenza). A tutt’oggi, il Ministero della Salute certifica che sono 8 su 20 la Regioni che non assicurano tutte e tre le aree di riferimento (ricoveri ospedalieri, cure territoriali e prevenzione): Sicilia, Calabria, Basilicata, Abruzzo, Molise, Liguria, Valle d’Aosta e, ebbene sì, la Provincia autonoma di Bolzano.
Se il quadro può apparire a tinte eccessivamente fosche, va registrato che il governo Meloni ha messo sul piatto 6,3 miliardi in più per quest’anno (di cui 280 milioni di aggiunta ai compensi), arrivando a un totale di 143,1 miliardi. Un incremento che tuttavia non compensa di certo i 41 miliardi che gli italiani sborsano ai privati per visite, esami, operazioni e terapie. Per cosa, in primo luogo? Per evitare le liste d’attesa, incubo di chi è costretto, per insufficienza di reddito, a rivolgersi alla sanità pubblica. O a rinunciare del tutto a curarsi. Nel 2024, stando all’Istat, il 9,9% della popolazione confessava di non essere stata in grado di fruire di prestazioni mediche. Oltre alla privatizzazione, per così dire, invisibile (ma visibilissima nelle evidenze numeriche, come la crescita dell’8,4% della voce “assicurazioni volontarie”), suona un campanello d’allarme di portata anche umanamente spaventosa.
Arrivare a scelte disperate di questo tipo testimonia, non con aride enumerazioni, ma con la carne viva e sanguinante che il diritto alle cure, per una percentuale comunque inaccettabile di pazienti, è un lusso per privilegiati.