Le tesi più radicali di Black Lives Matter penetrano, sempre di più, nella cultura mainstream globale: su tutte, quella relativa al white guilt – la colpa di essere bianco – mantra sempre presente nelle dichiarazioni dei leader di un movimento nato con motivazioni condivisibili – la lotta contro il razzismo – ma presto deragliato verso posizioni sempre più estremiste e anarchiche, nonché impegnato a promuovere la cancel culture e a sostenere campagne folli mirate, ad esempio, ad “abolire” la polizia. Fra le organizzazioni internazionali che sposano la visione identitaria di Black Lives Matter c’è anche l’Oxfam, la confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale e che ogni anno elabora e “fotografa”, in un report, le diseguaglianze sociali presenti nella nostra società.

Se anche l’Oxfam fa proprie le tesi identitarie di Black Lives Matter

Come nota Italia Oggi, Oxfam fa proprie le tesi del movimento Black Lives Matter, fino a sostenere che le diseguaglianze sociali sono in gran parte figlie del razzismo e dello sfruttamento dei bianchi ricchi sui “gruppi razzializzati”, un neologismo coniato dalla stessa Oxfam per indicare “i gruppi che non godono dei privilegi della popolazione bianca”. Una scelta di campo culturale esplicita: “Nel 2019, prima dell’insorgere della pandemia, si erano diffuse a livello globale le proteste contro la diseguaglianza. Nel 2020 il movimento Black Lives Matter ha gridato al mondo il rifiuto della disuguaglianza razziale. I sondaggi di tanti paesi esprimono un sostegno schiacciante all’azione per costruire un mondo più equo e sostenibile all’indomani della pandemia”. Il Covid-19, sostiene il rapporto, “deve diventare un punto di svolta nel mondo, e nel dopo pandemia non si dovranno ripetere gli errori commessi dopo la crisi finanziaria del 2008”. La colpa di tutto? Naturalmente dell’uomo bianco.

“Diseguaglianze, la colpa è della società razzista”

Secondo un’attivista brasiliana di Oxfam citata nel rapporto, la pandemia da Covid “ha infatti evidenziato come i nostri sistemi sono profondamente iniqui, razzisti e patriarcali danneggino in particolare i neri e altri gruppi discriminati ed emarginati, in Brasile e nel mondo”. Ovviamente, sottolinea, queste disuguaglianze e queste ingiustizie non sono una novità: “si basano sul razzismo patriarcale che è alla base del capitalismo mondiale”, il quale per decenni “ha sfruttato, espropriato e distrutto vite umane”. In Brasile, ad esempio, “sono in particolare le donne nere a costituire il fulcro di molteplici disuguaglianze, e i loro diritti hanno subito ripetuti attacchi”.

Se al posto della parola “bianchi” ci fosse scritto qualcos’altro o il nome di qualche minoranza presente sul pianeta, si parlerebbe apertamente di razzismo: invece sui “bianchi” cattivi, nel mondo del politicamente corretto, si può tranquillamente sparare a zero. Dopotutto, secondo alcuni attivisti di Black Lives Matter, un maschio bianco dovrebbe sentirsi in colpa a prescindere, perché ha la pelle di quel colore piuttosto che un altro ed è dunque un “privilegiato”. Un atteggiamento che in luce i pericoli della identity politics con la quale il mondo anglosassone sta facendo pesantemente i conti: una politica ridotta non più a battaglia delle idee ma impegnata in una guerra identitaria fra gruppi etnici, che rischia di produrre solo caos e odio settario.

“Ciò che chiamiamo politica dell’identità è nata dai movimenti sociali degli anni ’60” – ricordava di recente sul Washington Post il celebre politologo Francis Fukuyama – “attorno alle richieste di afroamericani, donne, gay e lesbiche e altri gruppi emarginati per il riconoscimento della loro dignità e rimedi concreti agli svantaggi sociali. Queste richieste si sono evolute nel corso degli anni per soppiantare quella classe socioeconomica che tradizionalmente la sinistra aveva come riferimento quando pensava alle disuguaglianza. Riflettono importanti rimostranze ma, in alcuni casi, hanno iniziato ad assumere un carattere esclusivo”.