Dritto al punto come è solito essere, Boris Johnson non ha negato che la scelta britannica di non fermare, per ora, la corsa di avvicinamento al Freedom Day del 19 luglio in cui cadranno definitivamente le restrizioni anti-Covid è un rischio calcolato. Inizialmente previsto per il 21 giugno, il giorno per consacrare il ritorno alla normalità nel Paese è stato spostato per monitorare gli impatti della Variante Delta che ha portato a una nuova corsa dei contagi. Il fatto, però. che buona parte dei contagi sia asintomatico e che il numero delle ospedalizzazioni si mantenga ridotto, in una fase che vede la media mobile settimanale dei decessi quotidiani rimbalzare tra le 15 e le 20 unità da un mese, e il consolidato set di strumenti legislativi e comunicativi messo in essere da Downing Street hanno spinto su questa direzione il governo di Sua Maestà.

Johnson è deciso e, dopo la conclusione della final four dell’Europeo di calcio, si aprirà la settimana decisiva per arrivare al Freedom Day. Pur non nascondendo che il 19 luglio il Regno Unito potrà registrare ben 50mila infezioni quotidiane, BoJo non intende fare marcia indietro. E le ragioni sono di un’ampia serie di ordini: sanitarie, sociali, culturali, politiche

Il dato sanitario è senza dubbio quello più importante. Il Regno Unito ha sfondato quota 80 milioni di dosi di vaccino somministrate e il 50,6% della popolazione è già stato completamente immunizzato, con picchi di oltre il 55% in Galles. In particolare, stando ai dati del National Health Service il 65% della popolazione adulta risulta già pienamente immunizzata e Londra si pone l’obiettivo l’obiettivo dichiarato di arrivare ai due terzi entro il 19 e a offrire la doppia dose all’intera popolazione over 18 per settembre. Avvicinandosi dunque a quella immunità di gregge che va testata alla prova delle varianti, ma che appare più conseguibile confrontando il rapporto tra i morti e i nuovi casi dell’inverno scorso, quando Londra toccò picchi di 1.400 decessi in 24 ore, e la fase attuale. Il nuovo ministro della Sanità, Sajid Javid, ha sottolineato che la marea dei casi potrebbe alzarsi dopo il 19 luglio. Una volta che allenteremo le restrizioni, e con il progredire dell’estate, ci attendiamo che crescano ancora in modo significativo: fino a poter arrivare a un dato di 100.000 contagi”, ha affermato a Bbc Radio 4.

Difficilmente un governo ammetterebbe a cuor leggero dati tanto importanti senza una chiara consapevolezza dell’effetto delle vaccinazioni sulla popolazione. Ma c’è anche un dato socio-culturale da tenere in considerazione. Fin dall’inizio della pandemia il Regno Unito si è trovato di fronte alla necessità di imporre restrizioni e manovre di confinamento e riduzione della socialità nel contesto di una società fortemente individualista e dalle reti sociali in graduale destrutturazione sin dall’inizio dell’era del capitalismo neoliberista. L’appello alla responsabilità individuale che BoJo e il suo governo pongono in essere oggi per spingere a un atteggiamento consapevole dopo il Freedom Day i cittadini va nella direzione della presa di consapevolezza che ulteriori restrizioni, dopo un anno e mezzo di lockdown, confinamenti, isolamenti e fase di alternanza tra aperture e chiusure, sarebbero difficilmente digeribili da una popolazione a cui è stato assicurato che la vigorosa accelerazione delle vaccinazioni avrebbe rappresentato la chiave di volta per il ritorno alla normalità. Si è arrivati al famoso “muro” di cui già si parlava a inizio pandemia: la fase in cui un governo ritiene necessario, per ristabilire l’ordine e la fiducia collettiva, barattare un aumento delle infezioni e dei decessi da Covid in cambio dell’offerta di una prospettiva post-emergenziale. Chiaramente, in una cultura individualista, utilitarista e di stampo protestante come quella britannica tali questioni sono affrontate in maniera molto più diretta, e in un certo senso cinica, rispetto a contesti dove alla salute collettiva delle comunità si dà maggior peso come negli ambienti di impostazione cattolico-mediterranea.

Vi è infine un elemento politico: Johnson intende occupare il centro della scena con una decisione forte che sappia spiazzare definitivamente l’opposizione laburista dopo che il volo dei Conservatori è stato danneggiato negli ultimi mesi da scandali e accuse a ministri e onorevoli. In fin dei conti il premier ha insistito in prima persona per avere una campagna vaccinale vincente e un cronoprogramma di riaperture che intende portare a compimento. Sulla risposta alla pandemia e sulla sfida alla crisi economica Downing Street è parsa avere in mano il pallino del gioco, mentre i laburisti di Keir Starmer sono a lungo apparsi disorientati e anche sulle possibili, legittimi critiche a una decisione rischiosa il capo dell’opposizione è apparso disorientato attaccando il premier senza dimostrare di aver conoscenza dei dati e dei prospetti su contagi attuali e previsti.

Londra, in un certo senso, ammette che anche nella lotta al Covid i governi possono arrivare solo fino a un certo punto e teme l’effetto-logoramento dettato da nuove restrizioni cicliche. La palla è buttata nel campo della scienza, con i verificabili effetti della campagna vaccinale, e della società, affidando alla responsabilità dei cittadini la scelta di immunizzarsi e di avvicinare la copertura anti-Covid generalizzata. In nome di questa scelta, Londra intende perseguire l’avvicinamento al Freedom Day accollandosi il rischio di un aumento, per quanto in larga misura asintomatico, di casi e sfruttando l’ampia capacità di tamponamento (tra gli 1 e gli 1,2 milioni i test svolti quotidianamente nel Regno) per monitorare in tempo reale la curva. In parte rischio calcolato, in parte azzardo l’operato di Johnson è, in un certo senso, british fino in fondo. Difficilmente un altro leader, al posto dell’ex sindaco di Londra, avrebbe posto in essere scelte differenti.

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