«La parola MOSS è stata scelta collettivamente dai tavoli di comunità. Volevamo dare l’idea di movimento e trasformazione a un progetto che rappresenta il culmine di ciò che lo ha preceduto, e cioè tutte quelle associazioni che sono nate negli anni, tra le altre, Arrevuoto, La Kumpania, Bandabaleno Murga di Napoli, Centro Hurtado, e tante altre che rappresentano le meraviglie del nostro territorio», racconta Barbara Pierro, 45 anni, una delle anime dell’ecomuseo urbano, che nasce nel 2021 in una delle aree metropolitane più vulnerabili di Napoli, Scampia. Il MOSS, primo ecomuseo della città partenopea, ha cominciato a muovere i primi passi grazie all’associazione interculturale “Chi rom… e chi no”, e attualmente mette a disposizione dei visitatori vari tour culturali all’interno del quartiere, insieme a workshop e laboratori in collaborazione con le varie università di Napoli ed europee.

Scampia conta circa 41.000 abitanti, di cui un migliaio di cultura romanì, prevalentemente di area balcanica con un’esigua presenza di romeni e bulgari. «Venti anni fa, giovani come eravamo e consapevoli del contesto in cui vivevamo, abbiamo scelto di metterci in gioco a partire dall’educazione e dalla politica provando a coinvolgere la comunità rom e la comunità non rom attorno all’idea di unirci per discutere sul senso di appartenenza. Gli anni dolorosi dello spaccio della droga, poi la faida successiva tra clan e, ancora, la repressione che ne è conseguita ci avevano psicologicamente distrutto», continua Barbara.

La popolazione romanì in Italia è lo 0,23% della popolazione locale. Uno degli ultimi censimenti svolto con impronte digitali, nel 2008, registra poco meno di 3 mila rom (di cui quasi 1500 minori) solo nella provincia di Napoli. Ma il dato non è reale perché molti sono sfuggiti al controllo a causa di precedenti penali, quindi si prevede che su Napoli siano almeno 4 mila gli abitanti rom. A Scampia, in via Cupa Perillo, si trova il campo più grande del Meridione che è in condizioni di totale abbandono delle istituzioni.
La Commissione europea si era pronunciata sul tema con un atto della Comunicazione n. 173 del 2011, obbligando gli stati membri a individuare un organismo interno allo stato che intervenisse sulle questioni rom attraverso l’istruzione, l’occupazione, la sanità e l’alloggio per garantire l’inclusione. Ma le politiche locali hanno preso sempre più le distanze dalle indicazioni europee e l’Italia è stata condannata da parte degli organismi nazionali per le condizioni di vita dei popoli romanì.
«La sede dell’ecomuseo si trova al piano superiore del ristorante Chikù, progetto gastronomico che nasce da uno dei sogni di “Chi rom e chi no” del voler dare forma pratica all’integrazione tra donne rom e donne napoletane. Oggi, la cucina italo-romanì sta sperimentando piatti misti grazie alla prima impresa sociale italiana “La Kumpania” che lavora con donne rom e non nel campo della gastronomia multiculturale», conclude Barbara.


