Con la gestione dell’approvvigionamento dei vaccini e nella fase delle trattative con le grandi casa farmaceutiche l’Europa ha dimostrato quanto purtroppo il Vecchio continente abbia perso l’importanza che ha lungamente detenuto nel corso della storia. A causa di un enorme numero di errori che spaziano dal non aver sottoscritto delle clausole vessatorie all’essersi disinteressati completamente alla supervisione della condotta dei Big Pharma, l’Unione europea si è trovata in difficoltà nella gestione stessa della campagna vaccinale.

Fiale arrivate in ritardo, con la promessa di consegne straordinarie che ancora non sono arrivate e criticità nel trasporto delle soluzioni non sono che la punta dell’iceberg di un fallimento marchiato (quasi) esclusivamente Bruxelles. Ma non una Bruxelles qualsiasi, bensì quella che ha tra i suoi principali esponenti i cosiddetti Paesi frugali del Benelux e dell’asse franco-tedesco. Un’alleanza di intenti che da sempre ha contraddistinto gli obiettivi comunitari che però, adesso, potrebbe segnare anche la più grande disfatta nella storia comunitaria.  Forse un punto di non ritorno che potrebbe segnare un’importante percorso di svolta in grado di dare nuovi equilibri (e nuovi obiettivi) a tutta l’Unione europea.

Macron e Merkel sono paralizzati, mentre Draghi e Mitsotakis agiscono

La linea tenuta dal presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nei confronti delle casa farmaceutiche è stata un disastro, così come il sostegno ottenuto da Francia e Germania una grave macchia nel curriculum politico di Emmanuel Macron e di Angela Merkel. E proprio a causa di questa disfatta il presidente francese e la cancelliera tedesca si sono nelle ultime settimane completamente eclissati sotto al piano internazionale. Quasi paralizzati da un errore drammatico che potrebbe condannare non solo l’Europa ma anche i loro stessi cittadini. In questo scenario ecco però che le redini della situazione vengono prese da due Paesi che, sino ad un paio di anni fa, sono sempre stati additati come causa principale dei problemi debitori dell’Unione: l’Italia di Mario Draghi e la Grecia di Kiriakos Mitsotakis.

Forse perché a differenza degli altri la pandemia è stata patita maggiormente, dal lato sanitario per Roma e dal lato economico per Atene, forse perché la Storia antica insegna quanto i due popoli siano combattivi, i due Paesi sembrano davvero destinati a segnare la svolta per l’Europa. Dopo la dichiarazione di Mario Draghi di voler vietare l’esportazione dei vaccini al di fuori d’Europa, anche il premier greco Mitsotakis ha sposato tutta la linea dell’ex presidente della Bce, che benché un tempo fosse visto come nemico di Atene adesso pare essere l’unico ad essersi mosso nella direzione corretta. Segno, forse, di come la sua figura sia forse la carta migliore in questo momento che si può giocare non soltanto l’Italia ma l’Europa tutta.

L’Europa ha bisogno di una figura forte che tenga testa al resto del mondo

Mentre le conseguenze sanitarie ed economiche della pandemia si fanno ancora sentire in tutta l’Unione, la battaglia dei vaccini è appena agli inizi. Chi possiede il siero (e, anzi, è in grado di produrlo) detiene la più potente arma dei giorni nostri, in grado di cambiare lo scenario di una comunità o del Paese con il quale sta trattando le forniture. E questo si avvicina maggiormente alla definizione di conflitto.

Durante un periodo segnato dai grandi scontri internazionali (siano essi di natura militare, economica o sanitaria) è molto importante dunque il modo stesso in cui la propria immagine viene venduta ai nemici. E se in questo momento Macron, Merkel e i rappresentanti dei Paesi frugali sono l’immagine di una leadership ferita e sconfitta, Draghi e Mitsotakis incarnano la reale combattività di un’Europa che crede ancora di poter tornare ad occupare i posti che contano nello scacchiere internazionale.

All’elenco manca forse la Spagna, tradita da un momento politico di instabilità che l’ha atterrata in modo ancora maggiore rispetto alle attese. Ma se questa volta l’Europa si salverà, dunque, il merito potrebbe essere proprio di quei Paesi che più duramente negli scorsi anni sono stati indicati come vero problema dell’Europa e che più duramente hanno patito la pandemia. I quali però, al tempo stesso, hanno sempre avuto le energie per rialzarsi e a differenza del passato hanno però deciso di ergersi a difesa degli interessi non soltanto nazionali ma anche comunitari. In un certo senso vendicandosi – con la comprensione – di tutta l’incomprensione che hanno subito negli scorsi due decenni, nella speranza di prendersi finalmente quei posti che contano all’interno dell’Unione dai quali sono stati tenuti distante.