Sanremo, la finale. Quasi le 2 di notte, un’ottava sotto Amadeus.
Solo gli eroi sono ancora svegli dopo lo stop al televoto, attendendo cosa accadrà fra i primi cinque classificati.
L’ultima serata del Festival è trascorsa senza lode e senza infamia con il direttore generale Carlo Conti che abbottona tutto e tutti, compresi i suoi co-conduttori, in nome del rigidissimo copione e del santissimo regolamento. Ma soprattutto di vari momenti “pubblicità progresso” lanciati nel bel mezzo dei cambi di scena. Eppure di brividi ce ne sono stati eccome, tra un Achille Lauro strepitoso, una Giorgia magistrale, una Noemi dal graffio bruciante. E poi c’era lui, quel piccolo alieno di Lucio Corsi per il quale tutti gli ex aspiranti duri nella vita hanno sperato, aspettando il miracolo, come quando abbiamo tifato per il Marocco agli ultimi Mondiali di calcio. Volevamo la favola.
Una serata che di nostalgia ne ha regalata eccome, con Lucio Venditti che pur distrutto da un 37.5 di febbre che lo attanaglia da ben 16 giorni, ha pensato bene di accoltellarci l’animo con Ricordati di me e Amici mai. Tuffi al cuore, tuffi nel passato. La bellezza degli anni Ottanta e Novanta, quella molto dopo Sotto il segno dei pesci, condensata in pochi minuti.
Poi, il ritorno dei Planet Funk, altra lacrimuccia nell’abaco dei Millennial. Coloro i quali hanno rivoluzionato la scena elettronica italiana e internazionale con il loro sound innovativo, che mescolava house, rock, dance ed elettronica, contribuendo a portare la musica elettronica italiana all’attenzione globale nei primi anni 2000, grazie a brani iconici come Chase the Sun, Who Said (Stuck in the UK) e Inside All the People. Magari averli sul palco principale sarebbe stato meglio, senza ingresso alla 007 col barchino a tutta birra.
Ma la gara incalza. Il televoto scotta. Così la gara continua.
Di fronte agli avanzi di pizza apprendiamo che fuori dalla top five – tutta al maschile – Cristicchi, favorito dalla prima serata e sorpreso dal successo di un pezzo “difficile”, è quinto. Gliel’hanno tirata, insomma. Ma gli viene comunque consegnato il premio Giancarlo Bigazzi per la miglior composizione musicale, assegnato dai maestri dell’orchestra, e quello della sala stampa radio tv Lucio Dalla; a Brunori Sas anche il premio Sergio Bardotti per il miglior testo. Giorgia giunge sesta, e Achille Lauro settimo: i pronostici saltano e i risultati vengono accolti da fischi all’Ariston e proteste sui social. Con gli ultimi residui di veglia, si giunge al vincitore. Olly con Balorda Nostalgia. Questo ventitreenne baffetto genovese perennemente abbigliato come se fosse stato sorpreso al citofono dal corriere di Amazon, aveva tutto al posto giusto per la vittoria. La faccia, il brano, i voti, una manager-re Mida come Marta Donà, fata madrina dei vincitori degli ultimi 5 Festival di Sanremo. Lui nemmeno ci crede: “Ciao pà, ciao mà, è assurdo ma è successo“.
Intanto se Brunori Sas si prende il terzo posto, l’alieno Lucio Corsi finisce secondo, quasi a confermare le parole del suo brano: Volevo essere un duro. Un’anomalia necessaria. Perché in un Festival sempre più levigato, sempre più bulimico di consensi e di algoritmi, serviva qualcuno capace di ricordarci che la musica non è solo canzone, ma immaginario, visione, follia consapevole, dolcezza. Perché mentre il palco dell’Ariston si riempiva anche troppo, lui è arrivato con quella faccia al cerone bianco un po’ Pierrot, un po’ Kiss e Renato Zero, con un’aria da alieno gentile che canta di sirene e di destini.
Avrebbe dovuto vincere perché non ha mai giocato per vincere. Perché mentre gli altri facevano a gara a chi ha il ritornello più virale, lui scrive canzoni che sembrano uscire da un libro di fiabe scritto da un marinaio che si dondola su un’amaca. Non ha vinto perché Sanremo non è per talento così puri e scomodi. E va anche bene così, perché la vita non è Sanremo, che è un trastullo di cinque giorni. E forse va bene così, quelli come lui meno vincono più prendono valore. Ma sarebbe stato bello, per una volta, vedere trionfare il sogno, la stranezza. Il ragazzino timido che non balla i lenti perché mette i dischi.
La musica è finita, gli amici se ne vanno.
Resta il “Tutta l’Italia, tutta l’Italia, tutta l’Itaaalia” che ci sfracellerà i cabbasisi sine die.
Però ci siamo divertiti.
Ora possiamo tornare a occuparci del mondo in fiamme.
Sipario.