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Da diversi anni la Svezia è divenuta il teatro di una guerra tra bande per il controllo dei traffici illeciti, in particolare del mercato della droga, che sta venendo combattuta a mezzo di sparatorie e attentati dinamitardi. I gruppi criminali coinvolti sono molteplici, in larga parte provenienti da Medio Oriente e Africa orientale, e sono accomunati da tre caratteristiche: anelano all’egemonia, hanno dimostrato in più occasioni di non distinguere tra rivali e innocenti, e i loro arsenali provengono dall’ex Iugoslavia.

La guerra tra bande, un riepilogo

Questa guerra tra bande, di cui si scrive poco e male, ha gradualmente terzomondizzato città come Stoccolma, Göteborg e Malmö, e trasformato il terrore in una parte integrante della quotidianità; un paradosso se si considera che la Svezia è stata per decenni il paradiso liberale per antonomasia, un modello di riferimento per le forze progressiste di tutto l’Occidente.

I numeri confermano la tragicità del fenomeno criminoso: nei primi otto mesi del 2020 hanno avuto luogo 210 sparatorie e 24 morti, dal 2015 la guerra tra bande miete saldamente più di quaranta vittime l’anno, dal 2012 al 2018 è aumentato del 140% il ricorso delle bande alle armi esplosive, e quindi all’attentato dinamitardo quale mezzo di eliminazione del rivale, e la media di una detonazione ogni due giorni (150 nel 2015) è diventata un ricordo sbiadito, persino agrodolce, negli anni successivi (211 nel 2017, 162 nel 2018, 257 nel 2019). Le esplosioni sono il riflesso di due modi operandi simili ma distinti: gli agguati con granate e bombe a mano, e gli attentati a mezzo di autobombe.

Malmö è la città più interessata dall’epidemia di violenza gangsteristica, un terzo delle esplosioni che ha interessato il Paese nel 2019 ha avuto luogo proprio qui, e la situazione non è migliore a Göteborg, dove la scia di sangue, secondo quanto denunciato da Hakan Samuelsson della Volvo, starebbe danneggiando il clima d’investimenti e inibendo il mercato del lavoro.

Le bande, come soprascritto, sono accomunate, tra i vari elementi, da una peculiarità: hanno dimostrato in più occasioni di non distinguere tra rivali e innocenti. Il 7 giugno 2018, un intero quartiere di Linköping era stato travolto dall’onda d’urto di una bici-bomba contenente quindici chilogrammi di esplosivo; risultato: duecentocinquanta appartamenti danneggiati, venticinque ricoverati.

L’evento spartiacque, però, è accaduto l’anno scorso, più precisamente il 2 agosto. Quel giorno, a Botkyrka, un piccolo comune a sud di Stoccolma, una dodicenne è stata uccisa da un proiettile vagante. Nella sua tragicità, la morte della giovane ha contribuito ad alimentare un dibattito pubblico sul problema del gangsterismo di importazione, trasformando l’indifferenza in indignazione e l’accettazione passiva in voglia di cambiamento.

Il prezzo dell’emancipazione dalla condanna del silenzio è stata la morte di una dodicenne innocente, però, oggi, il tabù della guerra tra bande è finalmente caduto: se ne può parlare – e se ne parla – durante i comizi politici e nei salotti televisivi, e, soprattutto, chi sceglie di trattare l’argomento non è più tacciato di dietrologia, estremismo e secondi fini.

Le prese di posizione più dure sono provenute da Ulf Kristersson (Partito Moderato), che ha definito la guerra tra bande una “seconda pandemia” e i suoi protagonisti dei “terroristi domestici”, e da Anders Thornberg, l’attuale capo della polizia nazionale, secondo il quale la violenza potrebbe raggiungere dei livelli tali da minacciare la democrazia svedese.

La connessione balcanica

Nell’ultimo rapporto dell’Iniziativa globale contro il crimine organizzato transnazionale (GIATOC, Global Initiative Against Transnational Organized Crime), pubblicato in data 22 gennaio 2021, viene dedicato un intero capitolo alla guerra tra bande che sta sconvolgendo la Svezia. Gli esperti del Giatoc hanno concluso che “l’ondata di letale violenza delle bande degli ultimi anni è in parte alimentata dalle armi da fuoco e dalle granate provenienti dai Balcani”, più precisamente dalla Serbia.

Sconfittta, o meglio auto-estintasi, la cosiddetta “Juggemaffian” (let. mafia iugoslava), il panorama criminale ha osservato l’ascesa di nuove bande extra-europee, in larga parte provenienti da Africa orientale (Somalia) e Medio Oriente, la cui predisposizione all’efferatezza “fa sembrare degli amatori” i gangster dell’ex Iugoslavia che hanno egemonizzato le strade svedesi negli anni ’90 – parola di Janne Raninen, ex assassino a contratto.

I somali, oggi dominanti, non avrebbero potuto scalare la piramide del crimine nazionale senza armi; armi che, come indicano il rapporto e i numeri sui sequestri, sono sostanzialmente di fabbricazione serba. I nuovi hanno sostituito i vecchi e lo spargimento di sangue tra le due generazioni è stato evitato  attraverso il raggiungimento di un accordo: ai serbi è stato concesso di poter continuare liberamente i loro traffici all’interno delle proprie comunità, in cambio gli è stato chiesto di armare i loro successori, i somali. 

Il flusso di armi lungo la Belgrado–Stoccolma è composto principalmente da kalashnikov, granate e pistole della Zastava, è costante, ininterrotto e, soprattutto, è di proporzioni tali che il superamento della domanda da parte dell’offerta ha comportato la nascita di un mercato nero del mercato nero in cui viene rivenduta una parte del surplus, dell’eccedenza. È questo fenomeno che avrebbe provocato la trasformazione di Stoccolma nella città delle bombe. Reperire una granata, infatti, è diventato tanto semplice quanto economico; il prezzo medio si aggira sulle cento corone, ovvero poco meno di dieci euro, l’equivalente di un pasto semplice al McDonald’s.

Altri numeri utili a comprendere l’influenza della Balkan Connection provengono dalla polizia e dagli ospedali: un terzo delle pistole sequestrate generalmente è una produzione Zastava, la pandemia non ha contribuito a ridurre significativamente le sparatorie (117 feriti da arma da fuoco nel 2020 a fronte dei 120 dell’anno precedente), e “i medici si sono abituati ad operare vittime da arma da fuoco”.

Ad ogni modo, non sono soltanto i criminali serbi ad impinguare gli arsenali dei nuovi protagonisti del panorama criminale svedese: negli anni sono stati arrestati trafficanti di armi e sequestrati carichi provenienti da Slovenia, Bosnia ed Erzegovina, Macedonia del Nord ed Albania. I Balcani occidentali nella loro (quasi) interezza, in pratica, stanno partecipando ad una delle guerre tra bande più drammatiche e meno comprese del Vecchio Continente.