In Giappone la guerra dei liquori è sempre più tesa. I due sfidanti? Il sake, simbolo culturale nazionale, specchio di una tradizione autoctona e millenaria. Contro il whisky, un distillato straniero messo in commercio soltanto nella prima metà del Novecento e arrivato nel Paese dall’Occidente, con le “Black Ships” del commodoro Matthew Perry, la famosa spedizione militare statunitense che nel 1854 pose fine ai 220 anni di isolamento nipponico.
Dopo secoli di dominio incontrastato, oggi il sake inizia a sentire il fiato sul collo del suo rivale. L’alcol bevuto dai locali sin dall’VIII secolo, che si credeva allontanasse gli spiriti maligni, deve fare i conti con il boom dei cosiddetti highball, i long cocktail, i malti giapponesi e, in generale, con i prodotti di un mercato sempre più globalizzato.
L’avversario più temibile del sake, dicevamo, si chiama whisky. Inventato nel Regno Unito e qui servito alla scozzese, con ghiaccio e soda, sarebbe stato perfezionato all’ombra del Monte Fuji per creare una variante più affine ai palati locali. Risultato: dalla fine degli anni Duemila in Giappone si è registrato un vero e proprio boom di whisky.
Il motivo? Si abbina bene alla cucina nipponica e offre sollievo ai consumatori, soprattutto durante le estati calde e umidi. I numeri evidenziati dal Wall Street Journal sono emblematici, visto che tra il 2015 e il 2020, le vendite nazionali di whisky sono aumentate del 50%. E che, soltanto nel 2023, i bevitori giapponesi hanno speso 3,5 miliardi di dollari per questo liquore.

Il braccio di ferro tra sake e whisky
I produttori di sake sono in difficoltà perché non sanno come contenere i fiumi di whisky che scorrono nelle notti giapponesi. Il consumo della bevanda tipica del Paese è infatti in calo. Dagli anni Settanta a oggi c’è stata una discesa del 75% e del 30% se guardiamo soltanto all’ultimo decennio. A rosicchiare il dominio del sake, come anticipato, troviamo “specie invasive” come birra ma soprattutto whisky.
La situazione è talmente preoccupante che persino il Governo è sceso in campo per introdurre una rete di “ambasciatori” col marchio “sake samurai“, con il chiaro obiettivo di promuovere un’industria entrata in sofferenza. L’anno scorso la bevanda ha ottenuto lo status di patrimonio mondiale dell’Unesco – come lo champagne francese o la birra belga – ma le cose non sono affatto cambiate. Almeno per il momento.
E non è finita qui, perché il sake tradizionale è schiacciato, oltre che dalla concorrenza dei rivali, dalle nuove sperimentazioni dei birrifici giapponesi. Sperimentazioni che includono ricette di sake artigianale, con ingredienti insoliti per ottenere sapori luppolati ispirati alla birra e note floreali simili al gin. Pensate che c’è persino un birrificio che ha creato un particolare sake margherita di ispirazione italiana mescolando l’umami dei pomodori secchi con gli amminoacidi prodotti durante il tradizionale processo di fermentazione della bevanda.

In cerca del rilancio
La sensazione è che i giovani imprenditori giapponesi vogliano cambiare radicalmente l’immagine del sake, considerata nell’opinione pubblica globale come una bevanda appartenente ad un epoca lontana e passata. La risposta per fronteggiare il whisky, dunque, coincide con la sperimentazione, ovvero con sake artigianali dai sapori più insoliti.
Ricordiamo che il gusto del Giappone per il whisky risale al 1919, quando tale Masataka Taketsuru, conosciuto per essere il padrino del whisky giapponese, si recò in Scozia per un apprendistato, prima di tornare in patria per aiutare a fondare le prime distillerie locali. Da quel momento in poi, il liquore occidentale ha avuto i suoi alti e bassi ma il consumo è davvero decollato quando le persone hanno iniziato ad aggiungere ai bicchieri soda e ghiaccio.
Nel frattempo, i modelli di consumo degli alcolici si sono scontrati anche con il problema demografico del Paese. Il rapido invecchiamento della popolazione giapponese, infatti, spinge molti bevitori a tutelare la propria salute. E il fatto che il sakè abbia un alto contenuto di zucchero allontana gradualmente gli anziani dal consumo della bevanda. In silenzio, intanto, il whisky guadagna terreno. Nel 2016 c’erano appena 10 distillerie in tutto il Giappone; oggi il numero è salito a 130. E il sake? È alla ricerca di una nuova forma per rilanciarsi in patria e all’estero.
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