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A sette anni di distanza da Euromaidan, l’evento spartiacque della seconda decade degli anni 2000, a separare Occidente e Russia si trova una parete divisoria in cemento armato, insormontabile e insonorizzata. Questo muro impedisce alle parti di traslare in realtà ogni tentativo di riavvicinamento perché, molto semplicemente, rappresenta un ostacolo alla reciproca intelleggibilità: il blocco-Europa e il Russkij Mir comunicano senza comprendersi e il loro, in breve, è un dialogo tra sordi.

L’inintelleggibilità è una delle principali ragioni alla base del perdurare dell’attuale conflittualità, la cui esistenza, però, è da inquadrare nel più ampio contesto delle volontà egemoniche degli Stati Uniti di regnare sul Vecchio Continente allontanando lo spettro di un asse Mosca–Berlino e conducendo ad un disaccoppiamento tra i sistemi europeo e russo (quantomeno dal lato energetico).

Sette anni da Euromaidan, sette anni dal referendum che ha decretato l’inglobamento della Crimea alla Russia, sette anni dallo scoppio della guerra nel Donbass, sette anni dall’inizio del regime sanzionatorio e sette anni dalla caduta di Stati Uniti ed Unione Europea in un vortice di isteria russofobica, tanto culturale quanto politica, che ha alimentato il ritorno in scena delle cacce alle streghe di guerrafreddesca memoria.

Dallo scandalo Russiagate alla demonizzazione dello Sputnik V, passando per le filippiche della stampa nostrana ai tempi della campagna umanitaria “Dalla Russia con amore“, l’Europa è (di nuovo) avvolta dal manto della paura rossa, o meglio della “paura russa“, e questo clima di scontro esteso e semi-cronico non ha potuto che incidere negativamente anche a livello di rapporti tra i popoli.

Il sondaggio che ci parla del futuro della Russia

I russi, secondo un magniloquente sondaggio pubblicato recentemente, hanno (quasi) cessato di sentirsi e considerarsi europei. Non è soltanto l’orizzonte del Cremlino ad essere rivolto verso levante, in sintesi, ma anche quello del popolo russo; popolo che, storicamente, ha continuamente altalenato tra Europa e Asia.

Perché la Russia, urge rammentarlo ai digiuni di storia, è sempre stata lacerata da una divisione intestina tra liberali e conservatori, con i primi aventi come obiettivo una modernizzazione in senso europeo (anche a livello di valori) e i secondi plasmati dalla convinzione che la Terza Roma debba essere ritenuta un’entità civilizzazionale unica: né Europa né Asia, ma Eurasia. Il tricolore russo, per il quale il Pater Patriae Pietro il Grande si sarebbe ispirato alla bandiera olandese, esemplifica concisamente questo stato di remota tensione identitaria.

Oggi, però, numeri alla mano, i figli di Rurik e San Vladimir potrebbero aver imboccato la storica strada dell’asiatizzazione – per la felicità dell’ormai defunto Zbigniew Brzezinski, secondo il quale l’allontanamento dell’Ucraina dalla sfera d’influenza del Cremlino avrebbe dovuto servire precisamente l’obiettivo della trasformazione della Russia da un impero eurasiatico ad uno asiatico.

Il cambio di paradigma è stato raccolto dal centro Levada, l’ente di sondaggistica più prestigioso della Federazione russa, che il 18 marzo ha pubblicato un’indagine intitolata “La Russia e l’Europa” (Россия и Европа), il cui nome – coincidenza o meno – combacia perfettamente con il testo fondativo del panslavismo, pubblicato nel lontano 1869 dal pensatore Nikolaj Jakovlevič Danilevskij.

Il sondaggio, in breve

  • Poco meno di un russo su tre (29%) ritiene che la Russia sia un Paese europeo; un brusco calo rispetto al 2008, anno in cui la sua europeità geografica era sostenuta da uno su due (52%).
  • Il 70% dei russi non si considera europeo in termini di identità, in aumento rispetto al 63% del 2019 e al 52% del 2008.
  • Curiosamente, non è la gioventù a credere maggiormente nell’europeità dei russi e della Russia. I più affezionati a tale idea sono gli ultracinquantenni, cioè coloro che hanno vissuto gli ultimi anni dell’Unione Sovietica, i turbolenti Novanta e la rinascita dei primi anni 2000. Il 31% degli over-55 si considera europeo, ma soltanto il 23% dei membri delle fasce d’età 18–24 e 25–39.
  • Rispetto al 2017 si è ristretto in maniera significativa il bacino di coloro che provano un’affezione speciale nei confronti dell’Occidente; il loro numero è diminuito dal 41% al 30%.

Effetto guerra fredda 2.0

Historia homines docet che i popoli sono volubili e che nulla è eterno, perciò la tendenza catturata da Levada dev’essere considerata per ciò che è realmente: un fenomeno di riposizionamento identitario sicuramente interessante, e di cui prendere atto, ma che, lungi dall’essere sorto spontaneamente, è conseguenza degli accadimenti recenti che hanno minato il già complicato rapporto tra Occidente e Russia.

Scritto altrimenti, Levada ha catturato un mutamento transitorio, frutto dalla contingenza e condizionato dalle dinamiche dell’ultimo decennio (e oltre), ergo reversibile. Non è da escludere che il processo di de-europeizzazione della società abbia avuto inizio con Euromaidan, lo spartiacque che ha sanzionato definitivamente la riaccensione di ostilità mai del tutto sopite tra i blocchi, ma v’è un motivo se Levada ha utilizzato come punto di riferimento della propria indagine antropologica il 2008.

Perché se è vero Euromaidan è stato il casus belli della guerra fredda 2.0, lo è altrettanto che l’ante litteram ha avuto luogo nel 2008, anno del presagio funesto di ciò che sarebbe accaduto sei anni più tardi: la guerra tra Russia e Georgia, delta di una stagione di provocazioni subite passivamente dal Cremlino. Tbilisi fu la sorgente, Kiev la foce, e l’allontanamento del popolo russo dalla civiltà europea è la reazione fisiologica allo sbattere violento e costante delle sue onde sulla scogliera Russia.

Fu a partire dalla guerra russo-georgiana che un disilluso Vladimir Putin avrebbe iniziato a rivalutare il rapporto tra Russia e Occidente, prendendo finalmente atto delle manovre ostili nello spazio postsovietico e dell’allargamento ad Est dell’Alleanza Atlantica, benedicendo la proattività dell’eurasiatismo e investendo la Chiesa ortodossa dell’onere–onere di farsi carico della rinazionalizzazione delle masse.

In sintesi, l’Occidente, nel nuovo secolo come in passato, non ha saputo cogliere l’attimo – fraintendendo il “fenomeno Putin” e procedendo ad un’espansione aggressiva nello spazio postcomunista e spazio postsovietico – e, nel fare ciò, ha accidentalmente rivitalizzato l’eterno dibattito sul collocamento identitario e civilizzazionale della nazione russa. Nazione che, oggi più che mai, vede il proprio futuro a levante e crede nell’unicità del proprio io; una tendenza della quale i decisori politici terranno conto, regolando le proprie azioni di conseguenza.