L’espansione del Covid19 in Russia è stata lenta ma inarrestabile. Il paese è passato nell’arco di soli due mesi dall’avere un bassissimo numero di contagi al trasformarsi nel secondo epicentro più importante della pandemia dietro gli Stati Uniti. Eppure, il modello di contenimento e prevenzione sembrava aver funzionato, almeno inizialmente, perciò occorre capire quali errori sono stati commessi e conservare il ricordo dell’esperienza russa per il futuro.

La situazione attuale

Il mese di aprile si è concluso con l’annuncio della positività al Covid-19 del nuovo primo ministro russo, Mikhail Mishustin. Prima di lui, soltanto un altro capo di stato era stato contagiato dal virus, il primo ministro britannico Boris Johnson. Al ricovero di Mishustin è seguito un naturale aumento del livello di allerta all’interno del Cremlino ma, ciò nonostante, fra inizio e metà maggio altre figure di primo livello hanno comunicato la positività al virus: Olga Lyubimova, ministro della Cultura, Vladimir Yakushev, ministro dell’Industria edile, e Dmitry Peskov, il portavoce presidenziale.

Le misure di sicurezza che circondano Vladimir Putin sono state gradualmente intensificate e il fatto che il virus abbia colpito persone come Peskov e Mishustin, che al presidente sono molto vicine per ragioni professionali, ha influito fino ad un certo punto. Infatti, prima del loro contagio, il 24 marzo il presidente russo si era recato all’ospedale di Kommunarka (Mosca) per un sopralluogo, visitando i ricoverati, valutando di persona le condizioni della strumentazione disponibile e discutendo con la dirigenza ospedaliera. Esattamente una settimana dopo, il primario della struttura, con il quale Putin si era intrattenuto a lungo e senza alcun tipo di protezione, è risultato positivo al Covid-19.

Il bilancio è drammatico: è dall’inizio di questo mese che i contagi stanno aumentando ininterrottamente al ritmo di 10mila nuovi al giorno ed il paese si trova ormai in seconda posizione nella classifica mondiale con 262.843 casi accertati al 14 maggio.

Cosa è andato storto?

La Russia era stata fra i primi paesi ad interrompere i collegamenti con la Cina nel tentativo di evitare l’entrata di potenziali turisti e viaggiatori infetti. Il 30 gennaio il lungo confine terrestre di 4.209 chilometri che separa i due paesi era stato chiuso al movimento di persone e nei giorni successivi erano state ampliate le restrizioni, sospendendo le principali tratte ferroviarie transeuropee dirette verso Mosca e San Pietroburgo, limitando fortemente il traffico aereo da e verso i paesi dell’Unione europea, Svizzera e Norvegia, e chiudendo i confini con Bielorussia.

La chiusura dello spazio aereo ai voli internazionali, avvenuta il 27 marzo, aveva consacrato l’entrata del paese nel più totale isolamento. Tale condizione era stata accompagnata dall‘irrigidimento del sistema di sorveglianza di massabasato su più di duemila telecamere intelligenti nella sola Mosca ed utilizzato per ripercorrere i movimenti di contagiati acclarati e potenziali e per vigilare sul rispetto degli obblighi di auto-quarantena imposti a decine di turisti stranieri.

La fiscalità dei controlli verso le persone di origine cinese nella capitale aveva raggiunto livelli tali da provocare addirittura l’intervento dell’ambasciata della Repubblica Popolare Cinese, a fine febbraio, sotto forma di lettera di protesta ufficiale pubblicata sul giornale russo Novaya Gazeta. Il sistema, comunque,  sembrava funzionare: a febbraio le telecamere intelligenti avevano consentito alle autorità di scoprire 88 casi di violazione della quarantena imposta a dei turisti stranieri, successivamente espulsi dal paese, mentre a marzo erano stati espulsi 100 studenti cinesi per lo stesso motivo.

Il bollettino del 16 marzo era l’apparente conferma del successo russo: 93 contagi accertati. Entro fine mese, però, i positivi avrebbero superato quota 1000 ed il numero medio dei nuovi contagi giornalieri è salito rapidamente dai 100 dell’ultima settimana di marzo ai 10mila di inizio maggio. Alla luce di questi fatti è lecito domandarsi quali siano state le falle, gravi ma sottovalutate, del modello basato su isolamento e sorveglianza.

Un primo problema, e non di poco conto, è stato l’eccesso di attenzione dedicato a Cina, Corea del Sud e Iran; soprattutto alla prima. Dopo la chiusura del confine terrestre russo-cinese il 30 gennaio, il mese seguente sono stati sospesi i voli turistici con Pechino ed introdotte restrizioni per limitare i movimenti in entrata da Seul e Teheran.

Mentre la Russia concentrava gli sforzi sui paesi asiatici l’Europa diventava l’epicentro globale del Covid19, ma le prime misure di contenimento verso il traffico via terra e via aerea dall’UE sono state implementate soltanto a partire da metà marzo. In questo lasso di tempo, migliaia di contagiati inconsapevoli, turisti o russi di rientro, hanno visitato Mosca e San Pietroburgo che sono, di fatto, i posti più colpiti. Quando il 27 marzo è stata assunta la decisione di sospendere tutti i voli internazionali era, ormai, già troppo tardi: il virus era in libera circolazione da più di un mese.

Un secondo problema, questa volta non di natura organizzativa ma di disciplina, è stato l’atteggiamento della popolazione russa. Nonostante gli inviti delle autorità al distanziamento sociale e alla riduzione delle uscite negli spazi aperti, i bassi numeri di contagi e le misure di contenimento relativamente modeste hanno indotto una falsa percezione di sicurezza nelle persone, che hanno continuato la loro abituale quotidianità come se nel paese nessuna emergenza fosse stata in corso. L’imposizione della quarantena su Mosca, che era stata prevista soltanto nello “scenario peggiore” e ritenuta una remota possibilità, è stata infine dichiarata il 30 marzo. Anche in questo, però, la decisione è avvenuta in ritardo ed è stato gravemente sottovalutato il potenziale danno di un virus estremamente volatile in una metropoli di quasi 12 milioni di abitanti.

Le conseguenze politiche

La popolazione sta riversando il malcontento per la situazione sul governo e sul presidente, entrambi accusati di aver agito con colpevole ritardo, di aver introdotto scarse misure di protezione sociale e di tutela economica per lavoratori, famiglie e disoccupati e di aver nascosto i reali dati sulla diffusione del Covid19 per veicolare l’idea che la minaccia fosse stata contenuta.

Il centro Levada, il principale ente per la statistica ed i sondaggi del paese, ha condotto un’indagine fra il 24 ed il 27 aprile per sondare la profondità del malessere; i risultati sono una stroncatura per il Cremlino. Meno della metà degli intervistati (il 46%approva le misure del governo e del presidente, mentre il 50% promuove la risposta delle autorità regionali e locali.

Come nel resto del mondo, anche in Russia il Covid19 rappresenta una sfida che supera il confine della semplice salute pubblica, toccando economia e stabilità politica. Lo scoppio dell’emergenza sanitaria ha spinto Putin a rimandare il referendum sulla modifica della costituzione, la cui approvazione è fondamentale per il destino del paese, ed il rischio è che il crollo di popolarità e fiducia dell’elettorato verso le istituzioni possa riflettersi in un voto di protesta che avrebbe conseguenze esiziali per la sopravvivenza del sistema post-eltsiniano e, quindi, per la stessa Russia.

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