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Società

Russia, così la caccia al migrante irregolare azzoppa il mercato del lavoro

Dopo la strage del Crocus City Hall è partita la caccia al migrante irregolare. Che rischia, però, di far mancare lavoratori decisivi.
Russia

Che la Russia non sia crollata sotto il peso della guerra e delle sanzioni è un fatto. Ma da qui a credere che non debba affrontare e risolvere problemi seri il passo sarebbe lungo, troppo lungo. Anche perché il nazionalismo spinto e la propaganda che fanno da collante ideologico allo sforzo bellico non sempre si conciliano con la gestione e la risoluzione dei problemi economici.

Subito dopo il febbraio del 2022, quando il Cremlino lanciò l’invasione dell’Ucraina, vi fu un massiccio esodo verso l’estero (quello “vicino” di Georgia, Armenia e dell’Asia Centrale e quello “lontano” dei Paesi Ue e occidentali in genere) di circa un milione di persone, in gran parte giovani professionisti qualificati. Scattò allora “l’allarme programmatori”, definizione che sintetizzava una certa preoccupazione per l’improvviso deficit di competenze destinato ad aprirsi soprattutto nelle professioni legate alle nuove tecnologie. Lo Stato russo ha reagito in diversi modo, anche con lotterie e corsi di formazione gratuiti e retribuiti per indirizzare i giovani verso i settori dove sembrano aprirsi i “buchi” più insidiosi.

Poi, però, le cose sono cambiate. Intanto, di quel milione in fuga (chi per opposizione ideologica alla guerra, chi per il timore di finire al fronte) nel giro di poco più di un anno la metà aveva già fatto ritorno in patria. Anche in questo caso, per le ragioni più diverse: chi per l’impossibilità di accedere a posti di lavoro di pari rango rispetto a quelli occupati in patria, chi citando la diffusa diffidenza occidentale nei confronti dei russi. Ma poi, soprattutto, sono cambiate le richieste del mercato del lavoro. Non più tardi di qualche giorno fa, il ministro del Lavoro, Anton Kotjakov, ha detto chiaro e tondo che nei prossimi cinque anni le offerte di lavoro andranno per due terzi a persone con istruzione e qualifica professionale secondaria e solo per un terzo alle persone con istruzione e qualifica professionale superiore. E infatti, non a caso, in tutte le ultime rilevazioni sui salari si è visto che i meglio pagati, negli ultimi tempi, sono autisti e tornitori, al livello dei medici e dei migliori specialisti IT. Nel dicembre scorso, il quotidiano economico Kommersant notava che gli  stipendi di corrieri e rider arrivavano anche sopra i 300 mila rubli (circa 3 mila euro) e che a Mosca e nella regione venivano ricercati circa 15mila addetti alle consegne. Le aziende, per attrarre i candidati, non solo aumentavano i salari ma fornivano l’auto o il furgone aziendale. E ugualmente i posti disponibili non venivano coperti. Si era nel periodo delle feste, ovvio. Ma se si pensa che il salario medio più alto è stato raggiunto in Russia nel dicembre del 2023 con 103 mila rubli, si capisce bene si capisce bene che dietro la fiammata occasionale c’è un fenomeno di più ampio respiro.

La sindrome dello straniero

È uno dei frutti dell’economia di guerra, ovviamente. Come lo è l’ondata di xenofobia a sfondo nazionalistico che si è sollevata a partire dal 22 marzo del 2024, quando un commando di terroristi ha colpito il pubblico del Crocus City Hall di Mosca, uccidendo 145 persone inermi. L’aspetto ideologico dell’atto terroristico è molto dibattuto, tra coloro convinti che fossero sicari prezzolati dai servizi segreti ucraini e quelli che invece parlavano di miliziani legati allo Stato islamico del Khorasan, già molto attivo nel Caucaso. Ma quello che ha davvero segnato la società russa (e su cui tuttora banchettano i politici) è stato il fatto che gli autori del massacro fossero tutti immigrati dal Tagikistan. Stranieri e asiatici. Era facile prevedere quale impatto avrebbe avuto questa circostanza, e infatti già allora ne parlammo, proprio in queste pagine, con chi la Russia la conosce bene, per esperienza diretta e pratica quotidiana. E se non fosse bastato il Crocus, a confermare i pregiudizi e i problemi reali è arrivato, nel dicembre scorso, l’assassinio del generale Igor Kirillov, ucciso a Mosca da una bomba piazzata da un uzbeko.

Lutti a parte, sottostimare il problema dei migranti in Russia sarebbe ingiusto e soprattutto fuorviante. In Russia vive oggi circa 1 milione di tagiki e i migranti dal resto dell’Asia Centrale sono circa 10 milioni. Basterebbe questo (per dire: ci sono anche circa 1,3 milioni di ucraini secondo quanto dicono le autorità russe, 1,6 milioni secondo quelle ucraine). Siamo quindi intorno al 10% della popolazione, forse oltre. Basta pensare quale tema sia l’immigrazione in Italia, dove gli immigrati formano circa il 9% della popolazione, per capire che anche la Russia non poteva restare indenne alla sindrome dello straniero.

Le conseguenze sul lavoro

Comunque sia, dai giorni neri del Crocus City Hall è stato tutto un susseguirsi di provvedimenti che hanno reso più severe le norme, limitato i diritti dei migranti tutti e soprattutto scatenato una vera caccia al migrante irregolare. un crescendo che nel 2024 ha portato all’espulsione di 80 mila stranieri, ovvero il doppio di quanti ne erano stati espulsi nel 2023. Gli ultimi episodi nei giorni scorsi. A San Pietroburgo, nella zona del porto, si è svolta una massiccia retata di immigrati: 500 persone fermate e 100 espulse seduta stante perché non in possesso dei necessari documenti. Il 25 gennaio, inoltre, è entrata in vigora la legge tesa a stroncare la pratica dei matrimoni fittizi allo scopo di ottenere residenza e poi cittadinanza. Per potersi sposare, straniero/a e russo/a dovranno dimostrare di aver vissuto insieme per tre anni o di avere generato dei figli.

Lasciando da parte la questione dei diritti delle persone o dei problemi dell’ordine pubblico, le conseguenze si sono subito viste sul mercato del lavoro. Interi settori, come quello dei trasporti o quello delle costruzioni, sono andati in sofferenza, perché abituati a impiegare tantissimi immigrati. Al punto da generare frizioni tra i rappresentanti degli industriali, spalleggiati dalla zarina dei conti, Elvira Nabiullina, governatrice della Banca Centrale, e i politici che devono raccogliere voti, in prima fila Vjaceslav Volodin, esponente di Russia Unita (il partito “di Putin”) e presidente della Duma, e Valentina Matveenko, anche lei di Russia unita, presidentessa del Consiglio della Federazione.

Così tra chi spinge e chi tira, e con un contorno di proteste da parte dei Paesi dell’Asia Centrale che si vedono ridurre le rimesse dei migranti, che spesso sono risorsa da non trascurare, i politici legiferano e gli imprenditori si arrangiano. L’ultima novità è arrivata dalla confederazione degli imprenditori edili: per rimpiazzare i tagiki e gli altri dell’Asia Centrale ex sovietica, hanno cominciato a “importare” muratori dall’India. Chiedono poco e lavorano tanto, pare.

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