La Romania è una di quelle nicchie europee dove negli ultimi decenni si è diffuso il cosiddetto turismo medicale.  Medicina estetica e odontoiatrica che promettono meraviglie ai propri pazienti in poco tempo, con una burocrazia snella e con costi che si aggirano anche ad essere il 50-70% inferiori al resto d’Europa. È in questi stessi ospedali e in queste stesse cliniche che in queste settimane si combatte il coronavirus quasi “a mani nude”: i medici, sul piede di guerra, minacciano dimissioni di massa.

Il caso della città di Suceava

La Romania in queste ore (al 5 aprile 2020) sfiora quasi i 4000 contagi e 150 morti.

Suceava è una cittadina di circa centomila abitanti della regione della Bucovina, perla di un itinerario patrimonio dell’UNESCO. Qui i contagi ammontano a quasi 900 ed un quarto degli infetti sono medici ed infermieri che, da settimane, lavorano in assenza di mascherine, guanti, disinfettanti ed altri dispositivi di protezione personale: si ritiene che il virus sia arrivato in città con un uomo di 71 anni tornato dalla Lombardia alla fine di febbraio e successivamente ricoverato in ospedale con sintomi di coronavirus. Da allora i contagi si sono diffusi rapidamente. La città, messa in quarantena assieme a tutta la contea circostante, ora è diventata un primato tristemente noto e l’ospedale locale è diventato il simbolo di un focolaio di Covid-19 dove si combatte con armi spuntate.

Negli ultimi giorni di marzo l’ospedale era stato chiuso per essere sanificato, dopo che i tassi di contagio erano saliti alle stelle. Tuttavia, ciò non ha limitato il dilagare dell’epidemia. Di fronte ad una catena di comando impreparata e pasticciata, giovedì scorso, il governo di Bucarest ha inviato un medico militare a dirigere l’ospedale, dopo le dimissioni del precedente manager. “Siamo stati mandati a morte” hanno dichiarato alcuni medici intervistati dal quotidiano francese Le Monde, chiedendo di mantenere l’anonimato. Sono gli stessi che minacciano di togliersi il camice e dimettersi, esponendosi al pubblico ludibrio e alle filippiche dei colleghi che li accusano di tradire il giuramento di Ippocrate.

Il sistema sanitario rumeno

Il caso di Suceava si sarebbe potuto verificare ovunque in Romania e nessuna cittadina di dimensioni medio-grandi è immune, in questo momento, da un destino simile. Il caso rumeno è frutto di anni di sottofinanziamento del sistema sanitario unito ad un dato sconcertante: la Romania possiede la più bassa densità medica d’Europa. Non c’è quindi da stupirsi che il 16% dei casi di coronavirus nel Paese siano operatori sanitari. Dopo una serie di dimissioni negli ultimi giorni, causate dalla mancanza di equipaggiamento protettivo disponibile, il presidente Klaus Iohannis la scorsa settimana ha chiesto al governo di approvare un bonus di 500 euro al mese per il personale medico direttamente coinvolto nella lotta contro il coronavirus. Ha aggiunto che il denaro verrebbe dai fondi dell’Unione Europea.

La Romania ha la spesa più bassa per l’assistenza sanitaria in percentuale del PIL nell’Unione: il Ministro della Sanità Tataru ha ammesso nella sua conferenza stampa di venerdì che le risorse erano ormai esaurite quando è scoppiata la pandemia e che il sistema sanitario sta affrontando una situazione senza precedenti. Risposta al vetriolo da parte del presidente dell’Ordine dei Medici Bogdan Tanase che bolla il contributo da 500 euro come una “bustarella”, non risolutiva affatto delle carenze del sistema, poiché il problema non sono solo i fondi carenti ma gli stock inesistenti.

Il sistema sanitario rumeno ha una lunga storia di difficoltà e inefficienze. Innanzitutto, soffre di un deficit costante causato soprattutto dall’enorme sproporzione fra cittadini tassati ed esenti a cui ripetutamente si è cercato di mettere riparo con piccoli correttivi che non hanno sortito grandi effetti; a questo si aggiunge un esercito di medici e infermieri sottopagati che molto spesso scelgono di lavorare all’estero dove sono retribuiti almeno dieci volte tanto che in patria e maggiormente tutelati. La fuga dei cervelli ha colpito alcune specializzazioni precise, come la terapia intensiva, fondamentale nella lotta al Covid-19. Così il sistema rumeno si ritrova con un esercito di medici in là con gli anni (l’età media dei medici di base è tra i 50 e i 60 anni) che, in caso di contagio, rischiano maggiormente (dati Euronews). La corruzione non ha risparmiato il sistema, dove le inchieste e gli arresti eccellenti svelano ripetutamente l’esistenza di piramidi del malaffare sanitario spesso foraggiate con la connivenza dei pazienti, che pur di vedersi accorciare lunghe liste di attesa, sono disposti a pagare esose “elargizioni” pur di essere operati al più presto o di accedere velocemente ad una visita specialistica.

Gli atteggiamenti che aggravano l’epidemia

A fine marzo Bucarest aveva dichiarato il blocco totale degli spostamenti: esercito e polizia nelle strade a vigilare il rispetto delle norme. Ai cittadini è consentito esclusivamente di uscire per motivi di lavoro o per approvvigionamenti alimentari mentre per gli over 65 vi è il divieto assoluto di uscire con isolamento obbligatorio in casa.

A complicare parzialmente la situazione ha contribuito la confusione di messaggi e atteggiamenti discutibili da parte di alcuni sacerdoti ortodossi: nell’ultima settimana sono moltissime le denunce ai media e sui social di celebranti che somministrano l’eucaristia con un unico cucchiaio per tutti i fedeli presenti. Un atteggiamento grave e irresponsabile in grado di infettare in una sola celebrazione decine e decine di persone. Anche nel mondo ortodosso regna la più totale confusione: i celebranti non avevano ancora ricevuto precise istruzioni da parte del Patriarcato che, a fine febbraio, in via cautelativa, aveva annunciato ai propri fedeli delle misure preventive straordinarie che consentivano, ad esempio, di poter utilizzare propri utensili durante i riti. Ma poiché le misure sono state lasciate alla discrezionalità dei fedeli, adesso si teme un’esplosione di contagi, soprattutto fra le fasce più anziane della popolazione, quelle che frequentano maggiormente i riti religiosi. Solo lo scalpore di questi filmati e l’inasprimento delle misure nella maggior parte dei Paesi del Mondo hanno portato alla scelta di celebrare le funzioni a porte chiuse, senza fedeli.

Ad aggravare la situazione c’è il possibile effetto del controesodo dei giovani rumeni. Dopo la notizia dei primi casi e poco prima che venissero varate misure straordinarie, sono tantissimi gli expat che hanno deciso di rientrare precipitosamente nel Paese (presumibilmente da altri paesi focolaio) per raggiungere genitori anziani o indigenti nelle periferie delle città e nelle aree rurali più povere. Queste zone non sono assolutamente attrezzate per fronteggiare un’emergenza simile ed è così che proprio nella placida Romania rurale rischia di montare una terribile bomba sanitaria.

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