Roma: Lina Souloukou si è dimessa: chi è la donna-manager che ha esonerato De Rossi

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Donne, Società /

Ci sono cose che i tifosi della Magica non perdonano: defenestrare i loro beniamini, ad esempio. Ed è proprio questa l’onta grave di cui si sarebbe macchiata Lina Souloukou, AD della Roma: esonerare Capitan Futuro Daniele De Rossi dalla sua veste di allenatore. Dopo appena quattro giornate del nuovo campionato di serie A, l’infausto pareggio di Genova e i tre punti in quattro partite ha fatto scattare la decisione del club di affidare la panchina della Roma a Ivan Juric.

Ora lascia la Roma anche lei. L’annuncio delle dimissioni attraverso un succinto comunicato sul sito della società sportiva: “Ringraziamo Lina per la sua dedizione in una fase particolarmente critica per il Club e le auguriamo il meglio per le sue future sfide professionali.”.

Il siluramento di De Rossi era costato alla donna non solo proteste civili e sana goliardia all’italiana, bensì vere minacce all’indirizzo della famiglia, con vergognose scritte sui muri romani e striscioni esposti fuori da Trigoria. Quanto basta a essere sottoposta a “misure di tutela” proposte dalla Questura e approvate dalla Prefettura.

Ma chi è questa algida manager greca chiamata a guidare la squadra di proprietà dell’americano Dan Friedkin? Nata a Larissa, classe 1983, è figlia di un ex calciatore ed ex campionessa di pallavolo. Dopo gli studi tra la sua Grecia e la Spagna, attraverso i quali si specializza in Diritto sportivo, giovanissima ha iniziato a inanellare una serie di ruoli di primo piano nel mondo dello sport internazionale: in casa è stata (aveva appena 21 anni) Doping Venue Manager & Coordinator per le Olimpiadi di Atene del 2004; membro della corte della Federazione Arbitrale greca (dal 2008 al 2013); Direttrice del Dipartimento Legale e Affari internazionali (dal 2016 al 2018) e General Manager dell’Olympiacos FC (dal 2018 al 2022).

Da tempo nella Commissione per il Dialogo Sociale della UEFA, Souloukou è arrivata alla Roma dopo alcuni anni all’ECA (ruolo che condivide con il presidente Friedkin), l’associazione dei club europei presieduta dal plenipotenziario del Psg, Nasser Al Khelaifi: qui è stata executive board member in qualità di “diversity representative” in difesa della parità di genere nel calcio.

Era arrivata nell’urbe nell’aprile dello scorso anno con le idee ben chiare: del resto, il calcio non è più solo pallone, ahinoi. Souloukou punta alla sostenibilità finanziaria e al calcio d’élite a livello nazionale e in Europa. “La famiglia Friedkin… si vede come custode di un’istituzione amata dai tifosi e vuole renderla sostenibile e più forte“, ha affermato all’alba del nuovo incarico. “È molto più di un business“. La Roma, però, si trova ad affrontare difficoltà che vanno oltre il suo controllo. La Serie A è indietro rispetto ai rivali come la Premier League inglese o la Liga spagnola in termini di fatturato e audience. Insomma, sa ancora troppo di ragù per i manager del Fútbol. E per la Roma, come per molti club italiani, il problema è aggravato dal fatto di non possedere il suo stadio.

Ma la manager ellenica è ostinata a rimanere nel solco della tradizione: tant’è che di fronte ai rumors di un interesse del club giallorosso a unirsi a una Superlega europea rinnovata, Souloukou rispedì le voci al mittente, dichiarando la propria apertura a riforme e all’inclusività, ma sempre all’interno delle strutture tradizionali del calcio europeo. Eppure queste premesse e promesse non sono bastate a frenare la rivolta del tifo. Oltre al siluramento di De Rossi, la spending review inaugurata da Souloukou non fa sconti a nessuno: licenziamenti, tagli al marketing, ultima ma non per importanza, non far superare a Dybala le 14 presenze di almeno 45minuti in modo da evitare il rinnovo automatico dell’ingaggio.

Questa domenica per Roma-Udinese si prospettava un clima al fulmicotone. La Curva Sud entrerà all’Olimpico con mezz’ora di ritardo e ha invitato gli altri tifosi a fare altrettanto. I Friedkin si son dati alla fuga per risparmiarsi i fischi e tanto altro. Restava solo lei, Lina. Condivisibile o meno, stava facendo il suo dovere. Ciò per cui era lautamente remunerata e ciò che i patron texani volevano. Adesso lascia anche lei, pagando più di tutti. Una parentesi triste dove si intersecano le due sciagure principali del calcio moderno: la deriva del business e la violenza di certi avanzi di galera che ci ostiniamo ancora a chiamare tifosi.