Roger Waters compie oggi 81 anni. L’ex Pink Floyd, cantautore e polistrumentista, è nato il 6 settembre 1943 a Great Bookham, un villaggio della contea di Surrey, in Inghilterra. Oggi lo conosciamo non solo per le canzoni immortali ma anche per le battaglie politiche, prima contro Margaret Thatcher, negli anni Ottanta, e negli ultimi anni a favore dei diritti dei palestinesi. Si può essere d’accordo o meno con ciò che afferma Waters, uomo sincero dal carattere duro e spigoloso, ma tutto si può dire tranne che abbia preso determinate posizioni per moda o per tornaconti in termini di visibilità. Primo, perché non ne ha mai avuto bisogno, essendo lui una leggenda della musica internazionale. Secondo, perché le sue esternazioni su ciò che accade a Gaza (e non solo), gli sono costate moltissimo e gli hanno creato non pochi guai e grattacapi, quanto avrebbe potuto godersi in santa pace una pensione da ricco musicista che ha venduto milioni di dischi. E invece no, a 81 anni Roger Waters non sembra voler mollare di un centimetro. Ed è più attivo che mai, per difendere ciò in cui crede. Piaccia o meno ai benpensanti.
Waters, la Palestina e la polemica con Nick Cave
Contro di lui si è scatenata una vera campagna mediatica. Lo scorso anno, l’ex bassista e co-fondatore dei Pink Floyd, ha denunciato un boicottaggio organizzato dalla “lobby israeliana” che gli avrebbe impedito di alloggiare in hotel a Buenos Aires e Montevideo durante il suo tour. Pochi giorni prima, ospite del programma System Update del giornalista Glenn Greenwald, Waters era finito nel mirino dei media poiché affermò – in un discorso più articolato – che Hamas ha “l’obbligo morale di resistere all’occupazione” da parte di Israele. Nello stesso periodo è stato licenziato dalla casa discografica BMG poiché ha definito l’invasione russa dell’Ucraina “provocata”, sostenendo inoltre che Israele sta commettendo un “genocidio” contro i palestinesi.
Addirittura, in questo delirio collettivo nel quale le opinioni scomode vengono criminalizzate e messe in un angolo, l’ex Pink Floyd era finito nel mirino della polizia tedesca per presunta istigazione all’odio, per aver indossato una mise simile a quella degli ufficiali delle SS sul palco. Una stupidaggine o meglio, un pretesto, anche piuttosto demenziale, al fine di mettere pressione e inguaiare l’artista dato che si tratta degli abiti di scena che il cantante indossa abitualmente da 40 anni per portare in scena i brani di The Wall, di cui tratteremo in seguito. Che ovviamente nulla hanno a che fare con il nazismo.
Di recente, Waters è stato inoltre protagonista di una feroce diatriba con Nick Cave: una polemica che riguarda le loro posizioni opposte sul movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions), che mira a esercitare pressioni economiche e culturali su Israele. Waters è un sostenitore di lunga data del BDS insieme a Brian Eno e molti altri artisti e ha spesso chiesto ai colleghi di boicottare Israele, descrivendo le sue azioni come una protesta contro l’occupazione e l’apartheid israeliano. Nick Cave, al contrario, ha criticato pubblicamente Waters, definendo il supporto al BDS “imbarazzante” e dannoso. Cave ha spiegato che non crede nei boicottaggi culturali, vedendoli come un tentativo di “soffocare” la libertà artistica. Waters ha risposto con forza, caricando un video su Instagram in cui lo invitava a non “oltrepassare la linea del BDS” e a scusarsi con il popolo palestinese. Ha anche descritto la partecipazione di Cave a concerti in Israele come un modo per “giustificare” l’occupazione israeliana.
Da The Dark Side of the Moon a The Wall
Impossibile parlare di Roger Waters senza ricordare cosa sono stati i Pink Floyd. Dopo il precoce addio alla band del “diamante pazzo” Syd Barrett, nel 1968, Waters divenne l’introverso leader dei Pink Floyd, con i quali ha prodotto alcuni dei migliori album pubblicati nel secolo scorso: tra questi spicca un grande classico come The Dark Side of the Moon (1973), che lo stesso Waters descrisse come come un’espressione di “empatia politica, filosofica e umanitaria” che doveva essere liberata. Considerato uno dei più grandi album rock di tutti i tempi, l’opera affronta temi profondi come avidità, conflitto, religione, mortalità e malattia mentale. Pubblicato negli Stati Uniti il 17 marzo 1973, l’album raggiunse la prima posizione in classifica solo per una settimana, ma detiene il record per il maggior numero di settimane nella Billboard 200 (oltre 800 settimane). Rimase nella classifica fino al 1988, ritornandovi nel 2009. Ha venduto oltre 45 milioni di copie in tutto il mondo, con un impatto forse paragonabile solo a Sgt.Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles.
Basterebbe quel disco dalla copertina iconica per rendere Roger Waters uno dei più grandi artisti e musicisti del Novecento. Ma tutta la carriera dei Pink Floyd è costellata di perle come A Saucerful of Secrets (1968), Atom Heart Mother (1970), Meddle (1971), Wish you Were Here (1975), Animals (1977) e l’opera rock per antonomasia, The Wall (1979). Se The Dark Side of the Moon era un lavoro corale, scritto con il contributo degli altri musicisti della band, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason – a cui va aggiunto il geniale produttore Alan Parsons – The Wall è quasi un disco in solitaria di Waters. Pubblicato nel 1979, seguito dal tour del 1980-81 e dal film con Bob Geldolf del 1982, è considerato l’archetipo del concept album come lo fu, in egual misura, Tommy dei The Who.
Potente e cupo dal punto di vista stilistico, The Wall racconta la storia di Pink, un protagonista immaginario, dalla sua infanzia nell’Inghilterra post-Seconda Guerra Mondiale fino all’isolamento come rockstar di fama mondiale, culminando in un finale catartico e distruttivo. La vita di Pink è segnata da perdita e isolamento, con la morte del padre in guerra e una madre iperprotettiva. Inizia a costruire un “muro” mentale per proteggersi dal dolore, aggiungendo un “mattone” per ogni trauma: l’infanzia senza padre, un’educazione oppressiva, la superficialità del successo e una relazione fallimentare. Il muro simboleggia la sua crescente alienazione e follia, fino a trasformarsi in una figura dittatoriale, simile a quella che ha segnato la vita dello stesso Waters sin dall’infanzia. Un capolavoro senza tempo.
La carriera solista e l’impegno politico
Abbandonati i Pink Floyd dopo The Final Cut del 1983, a cui seguirono strascichi polemici e battaglie legali con gli ex compagni di viaggio – David Gilmour in testa – Roger Waters si dedicò a una carriera solista nella quale approfondì le sonorità e i temi trattati in The Wall e The Final Cut con The Pros and Cons of Hitch Hiking (1984), con Eric Clapton alla chitarra, e i successivi Radio K.A.O.S (1987) e Amused to Death (1992), che rappresenta probabilmente la vetta artistica della sua carriera solistica. I temi più strettamente politici e sociali diventano la cifra stilistica di Waters. Amused to Death, infatti, suggerisce una società “divertita fino alla morte”, un riferimento al controllo che i media, in particolare la televisione, esercitano sull’opinione pubblica e sul modo in cui la realtà viene distorta e banalizzata. L’album prende ispirazione dal libro Amusing Ourselves to Death (1985) di Neil Postman, che critica la trasformazione delle informazioni in intrattenimento e denuncia il rischio che la cultura televisiva riduca il pensiero critico e il dibattito pubblico a spettacolo. Un gioiello, in cui peraltro svettano musicisti del calibro di Jeff Beck e Steve Lukather, forse meno celebre rispetto ai più noti capolavori floydiani, ma tutto da riscoprire in questa giornata di festa. Tanti auguri Roger!
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