diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

Quel che rimane della miniera di rame dell’isola di Bougainville, in Papua Nuova Guinea, è uno scenario di desolazione e di abbandono, un pugno nell’occhio all’interno di un ambiente con davvero pochi rivali al mondo. Considerata meno di mezzo secolo fa come una delle più grandi miniere a cielo aperto al mondo, Panguna adesso è stata completamente abbandonata dal gruppo del Rio Tinto poiché ha smesso di rientrare all’interno delle strategie aziendali. Tuttavia, i risultati dello sfruttamento del territorio sono ancora evidenti, al punto da aver messo in pericolo la stessa sopravvivenza della popolazione aborigena della regione. E in questo scenario, sono oltre 12mila i “maledetti” – come vengono chiamati dalle tribù confinanti – che vivono sopra ad un terreno ormai arido e nel quale ogni attività agricola è diventata ormai impossibile.

Una storia di diseguaglianza

Nessuna delle popolazioni che abita e abitava sull’isola di Bougainville ha mai ottenuto un piccolo ritorno dallo sfruttamento intensivo dei propri territori, nonostante le criticità che in questo modo sono venute alla luce. L’intero “bottino” della miniera di rame è stato negli anni accumulato dall’azienda anglo-australiana Rio Tinto, che dalla metà del secolo scorso in avanti ha portato avanti le sue attività estrattive, riservando ai locali un trattamento al limite della legalità. Adesso, però, quando di Panguna non rimangono che gli edifici arrugginiti e i camion parcheggiati all’esterno delle strutture di stoccaggio, l’urlo di vendetta della popolazione non può più essere soffocato.

Grazie all’intervento di uno studio legale australiano, 155 famiglie di Bougainville hanno fatto causa a Rio Tinto, accusandolo di aver provocato enormi danni ambientali e di aver messo in crisi la sopravvivenza di 12mila aborigeni. Secondo i portavoce dello studio di avvocati, come riportato dalla testata giornalistica francese Le Monde, “Non tutto cosa è legale dovrebbe però essere lecito”. E in base a questo, l’intenzione è quella di chiedere un risarcimento che possa permettere alla popolazione locale di ricostruirsi una vita e al tempo stesso porti ad un indennizzo economico nei confronti della Papua Nuova Guinea a causa dei danni provocati al patrimonio storico della regione.

Rio Tinto ha distrutto patrimoni storici fondamentali

Come sottolineato già nello scorso 2018 dallo storico Michael Slacknel pieno degli svolgimenti dei lavori sarebbe stato distrutto il sito archeologico noto col nome di “Juukan 2”. I segreti custoditi al suo interno sarebbero stati fondamentali per lo studio della vita degli aborigeni prima dell’arrivo della colonizzazione europea e a seguito della sua distruzione, forse, non sarà mai più possibile ottenere tutta questa serie di informazioni.

Sebbene secondo l’inchiesta del governo papuano – in dirittura d’arrivo per il prossimo 9 dicembre – ciò fosse dovuto non a delle irregolarità ma a un “semplice” malinteso, appare evidente come l’operato aziendale nella regione sia andato ben oltre il “moralmente permesso”. E soprattutto, è stato messo in evidenza come l’estrazione intensiva abbia conseguentemente devastato il patrimonio storico ed ambientale di una regione che adesso deve fare i conti con una serie di problematiche dalla difficile gestione. Tuttavia, l’estrema facilità con le quali le aziende hanno ottenuto negli ani il permesso di abbattere i siti protetti è impressionante: 463 richieste accettate su 463 presentate, sinonimo di nessun ostacolo lungo la strada dei grandi imprenditori operanti sull’isola. E proprio questo particolare, assieme alle altre pulsioni storiche, aveva addirittura indotto la popolazione di Bougainville a richiedere ed effettuare un referendum indipendentista, per staccare definitivamente la spina da Port Moresby.

Il silenzio sui nativi dell’Oceania

Il continente oceanico è stato negli anni vittima di uno sfruttamento intensivo che ha colpito in modo particolare le abitudini e lo stile di vitta delle popolazioni indigene locali. Nonostante i trattati internazionali e gli accordi, infatti, i loro diritti sono stati ripetutamente calpestati e soggiogati alle necessità commerciali internazionali, proprio come accaduto nel caso dell’isola di Bougainville.

Contrariamente a quanto accaduto però in altre parti del mondo e in modo molto simile al Sud America, le vicende sono state “nascoste” dal silenzio internazionale, anche a causa dell’operatività nella regione di molteplici attori internazionali e di grandi multinazionali. E questa serie di contingenze, in ultima battuta, ha provocato dei danni al patrimonio storico e ambientale che forse ormai non potranno più essere sistemati.

La causa intentata contro il Rio Tinto, però, potrebbe dare rilievo internazionale alla voce degli aborigeni, riportando di nuovo all’attenzione mondiale le problematiche del continente australiano. In uno scenario in cui, forse per la prima volta, si potrebbe avere la possibilità di fermare la distruzione di un patrimonio ancora poco conosciuto ma dall’importanza vitale.