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Si può ridere della disabilità? No, non siamo impazziti. Questa è una domanda che milioni di persone si stanno ponendo di fronte all’account Tik Tok delle Paralimpidi di Parigi 2024. Un profilo con 4 milioni di follower e migliaia di like che non solo riporta le prodezze dei paratleti ma anche le loro gaffe, i loro errori e scivoloni … insomma, le loro papere. Quanto basta a scatenare un vespaio di polemiche a proposito del confine tra ridere e de-ridere che spesso può apparire molto labile.

Cominciamo col dire che il giudizio degli “abili” a tal proposito non conta nulla, o almeno poco. Di fronte a mille discorsi filosofici infarciti di panegirici sul buon gusto, soltanto una persona con disabilità ha il diritto ma soprattutto gli strumenti per valutare cosa sia offensivo e cosa non lo è. E poiché ogni uomo è diverso dall’altro sulla faccia della terra, anche la comunità degli atleti paralimpici si è divisa sull’argomento.

Certo è che il Comitato Paralimpico non è ammattito dalla mattina alla sera decidendo, dopo decenni di sforzi per l’inclusione, di mettere alla berlina atleti non vedenti, con amputazioni o altri tipi di menomazioni fisiche. Tanto da scegliere di proseguire con questa linea comunicativa per giunta gestita da un ex atleta paralimpico, il deus ex machina di questa scelta certamente audace. Dietro questa operazione controversa ci sono, infatti, Craig Spence, responsabile della comunicazione del Comitato Paralimpico, che ha affermato che gli atleti paralimpici possiedono un grande senso dell’umorismo. Un’affermazione un po’ totalizzante ma … ne comprendiamo lo spirito. “A loro piace ridere di queste cose, come a tutti noi, ed è per questo che abbiamo cercato di essere davvero provocatori sull’account TikTok delle Paralimpiadi“, ha detto Spence. La persona dietro i post sui social media, è invece Richard Fox, ex atleta paralimpico. Un insospettabile, insomma.

Per chi si trova per la prima volta davanti all’account dei Giochi Paralimpici non è semplice intuire immediatamente che si tratti di un account ufficiale. Anzi, si potrebbe pensare di essere finiti di fronte a uno scherzo crudele di un profilo che bullizza gli atleti, mentre scivolano dalle carrozzine o mancano la pista del salto in alto. Le reazioni degli sportivi sono invece molto interessanti e quelle che contano in questo momento. “Mi piace. Mi piace tutto. Mi piace qualsiasi tipo di copertura che accenda una discussione, a cui forse possiamo reagire e dire, ‘Ehi, questo non andava bene’, o forse promuovere una copertura controversa e dire ‘No, è esattamente quello che voglio dire in questo momento’“, ha dichiarato il portabandiera della cerimonia di apertura e capitano di basket in carrozzina del team americano Steve Serio .

Il messaggio, anche se tagliente, sembra piuttosto chiaro. Non si tratta di un torneo della parrocchia per sfortunati reduci di guerra: gli atleti paralimpici non partecipano. Sono in competizione e non sono piccoli angeli che vivono nella bambagia. Il Comitato aveva cominciato giorni prima a far assaggiare al pubblico questo approccio, pubblicando diversi video su YouTube per mostrare il lato più audace dei suoi concorrenti, tra cui “Parigi 2024: ciò che conta davvero” e “Parigi 2024: mancano 100 giorni – Benvenuti alle Paralimpiadi “. Lo slogan di entrambi è stato: “Queste sono le Paralimpiadi… non stanno giocando“. La serie “What Really Matters“, infatti, si apre con una nota stridente . Un simpatico uomo afferra il volante di un’auto con il piede. Si china verso il passeggero e dice con un sorriso: “È la prima volta che viaggi in auto con un tizio senza braccia?“. Il ragazzo senza braccia è la medaglia d’argento paralimpico Matt Stutzman, mentre il passeggero è Chuck Aoki, campione del rugby in carrozzina.

Ma in queste ore stanno facendo il giro del mondo alcuni video diventati virali. Come quello del ciclista Darren Hicks, che ha solo una gamba, che vince l’oro nel paraciclismo a cronometro a Tokyo con un sottofondo audio che suona come un sergente istruttore dei Marine che urla “sinistr, sinistr, sinistr“. Così coinvolgente che viene da chiedersi chi sia davvero oggetto di scherno, Hicks o le buffe manovre alla Full Metal Jacket.

Un altro audio che ha lasciato sotto shock gli spettatori nella sezione commenti è quello in cui Zheng Tao, amputato di entrambe le braccia, che sbatte la testa contro il muro per aggiudicarsi l’oro ai Giochi di Londra 2012. Secondo atleti e responsabili della comunicazione questo aiuta. Spence difende a oltranza l’approccio, giustificandolo con i numeri. “Stiamo stracciando le regole e coinvolgendo un nuovo pubblico“, ha affermato. “Abbiamo ricevuto un sacco di commenti che dicono, ‘Non sapevo che fosse successo, guarderò le Paralimpiadi di Parigi 2024’. Se alcune di quelle quattro milioni di persone si sintonizzano e guardano i giochi Paralimpici per la prima volta, allora abbiamo fatto il nostro lavoro“. Come dargli torto.

Quello che sfugge a molti, e che invece è il cuore dell’iniziativa del Comitato mira non all'”inclusione” ma alla normalizzazione. Al rifiuto della retorica tossica dei “superuomini” che nuoce all’inclusione stessa (tecnicamente si chiama stereotipo del “supercrip): gli atleti sono lì per vincere una performance. Ecco perché un atleta disabile ha il diritto di ridere di se stesso e di invitare gli altri a fare lo stesso lontano dai pietismi. Ed è solo agli atleti paralimpici che spetta il diritto di dire come ci si sente e cosa può funzionare nell’approccio allo sport paralimpico, ri-appropriandosi del diritto all’autoironia e, dunque, consentendola anche agli “abili”. E poi, occorre ricordare, che lo spirito della linea editoriale del Comitato non è certo quella di de-ridere ma di sorridere, tutti insieme, al di là del numero di arti che possediamo. Quanto agli odiatori della rete, che utilizzeranno il profilo per cattiverie gratuite e incivili crudeltà…lo farebbero comunque, con altri strumenti.

Qualcuno diceva che la caduta e la botta in testa sono i due elementi principali che scatenano le risate altrui. E il meccanismo della risata è una di quelle cose che la scienza fatica ancora a spiegare alla perfezione. Secondo una teoria tra le più accreditate, si tratta di un modo per “dimostrare sostegno a qualcuno che ne ha bisogno“. E allora ridiamo, tutti assieme…che ce n’è gran bisogno.

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