Al principio di dicembre, una nuova pagina è stata scritta nel libro della sempre più vivida, scottante ed estesa guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina. Pechino ha ordinato, a partire dall’anno prossimo e fino al 2022, la progressiva rimozione dagli uffici governativi di computer, software e relativo equipaggiamento stranieri (in special modo americani, s’intende).

Come ha riportato il Financial Times, l’ambiziosa direttiva è giunta dallo stesso Partito comunista cinese (in particolare, dal suo Ufficio Centrale), al governo nella Repubblica Popolare con Xi Jinping. L’obiettivo è quello di sostituire presto la tecnologia informatica proveniente dall’esterno con una fatta in casa: altrettanto funzionale, specifica ed estesa nelle sue capacità.

L’opposizione cinese agli Stati Uniti

Naturalmente, questa decisione (secondo diversi analisti) può esser fatta rientrare appieno all’interno del conflitto venuto in essere negli ultimi anni fra Pechino e Washington sull’uso dell’alta tecnologia – in questo caso informatica.

Il divieto da parte degli Stati Uniti (nonostante proroghe, tregue ed aggiramenti) imposto alle grandi aziende high-tech nazionali di fare affari Huawei – il loro rivale per eccellenza -, e la pressione agli alleati europei affinché non aderissero né alla Nuova Via della Seta né alla sperimentazione della tecnologia 5G, sono stati sgambetti non di poco conto nei confronti di Pechino. La cui reazione, in questo gioco di scacchi teso a corrodere le mura avversarie rinforzando nel frattempo le proprie, si è rivelata proporzionale.

Tuttavia, l’idea che questo provvedimento possa estrinsecarsi unicamente come risposta ad un torto è quanto mai parziale. Infatti, in piena epoca digitale, laddove dati, soldi ed informazioni passano attraverso canali telematici, per un Paese averne il pieno controllo è assolutamente fondamentale: per i principi di sovranità e sicurezza nazionali, soprattutto nel momento in cui esistano conflitti palesi e palesemente capaci di infliggere ed arrecare danni.

In questo senso, la scelta di Pechino si rivolge proprio a tentare un’operazione che, incerto qual modo, si potrebbe definire autarchica. O, quantomeno, autarchica specificamente nei confronti di un avversario molto potente e molto ingombrante nel campo dell’high-tech. Infatti, sarebbe più corretto parlare di resilienza, ovverosia della capacità, da parte della Cina, di vivere secondo criteri avanzati e nell’ottica delle proprie capacità e dei propri bisogni prescindendo da parti terze, a meno che non si tratti di scelte politiche. E l’informatica, a Pechino, è tanto necessaria (bisogno) quanto implementabile (capacità).

Il progetto denominato “3-5-2”

Il piano della Cina di sostituzione di hardware e software stranieri con prodotti tecnologici ed informatici casalinghi ha una progettualità di tre anni, ma contempla un inizio immediato. Infatti, secondo quanto riportato dal Financial Times, l’operazione prevede una liberazione progressiva del 30% (sul totale ammontante attualmente) delle apparecchiature entro il 2020, del 50% entro il 2021 e del restante 20% entro il 2022.

Le aziende competitor americane che verrebbero maggiormente colpite da questo nuovo obiettivo del governo di Pechino sarebbero Microsoft, HP e Dell, i cui affari presso la Repubblica Popolare Cinese si aggirano complessivamente attorno ai 150 miliardi di dollari. Senza dubbio, una cifra esorbitante, che costerebbe un ribasso notevole degli affari di queste multinazionali, la cui espansione globale tuttavia non li priverebbe di altrettanto notevoli profitti.

Secondo quanto riferito al quotidiano economico londinese da alcuni analisti di China Securities – banca d’investimento e società di intermediazione -, i pezzi da sostituire fisicamente in tre anni si aggirerebbero attorno ai 20-30 milioni. Più difficile di quella dei computer risulterebbe invece la sostituzione virtuale dei vari software in uso nel gigante asiatico, essendo che gli sviluppatori ancora si concentrano ad indirizzarsi verso la tecnologia americana, non esistendo ancora sostituti cinesi all’altezza qualitativa desiderata.

Alle origini della resilienza di Pechino

La scelta politica cinese di virare verso l’utilizzo di tecnologie home-made piuttosto che di prodotti stranieri, per quanto funzionali, si situa appieno nel contesto della guerra commerciale con gli Stati Uniti, ma non si limita a questo orizzonte. Quello che il governo di Pechino contempla è un panorama molto più ampio, molto più resistente nel tempo, ed esso prende il nome di “indipendenza”.

Il secolo americano ha prodotto, fondamentalmente, il dominio del globo da parte degli Stati Uniti: non soltanto attraverso contingenti militari, ma anche e soprattutto attraverso la penetrazione economica e finanziaria, prodotta tramite l’utilizzo del proprio sviluppo tecnologico e la propria ineguagliata capacità di innovazione. La sua rampante economia e l’esorbitante privilegio del dollaro (come ebbe a chiamarlo Valery d’Estaing, Ministro delle Finanze francese negli anni Sessanta) hanno fatto il resto.

Per questo motivo, non sorprende che l’informatica abbia un dominatore incontrastato: gli Stati Uniti. Come, del resto, proprio per questo motivo non deve sorprendere il fatto che sempre più attori internazionali si stiano rendendo conto di trovarsi in una condizione di dipendenza dalla “madrepatria informatica d’Oltreoceano“. Una dipendenza che, in caso di scontro bellico, di embargo o sanzioni, di ritorsioni economiche, di diatribe politiche, potrebbe tramutarsi in tragedia (volendo prendere in esame anche le ipotesi più estreme).

La Russia sta progettando ed attualizzando con sempre maggiore efficacia RuNet, il proprio internet sovrano, una cortina di ferro” digitale che le permetterebbe di evitare brecce nel proprio sistema. L’Unione europea – con tutte le criticità del caso – ha avviato attraverso venti banche d’affari coordinate con la Bce il progetto Pepsi, per sostituire Visa e Mastercard, ovverosia il circuito di pagamenti elettronici made in Usa.

Allo stesso modo, la Cina vuole intraprendere l’itinerario dell’indipendenza totale dal gigante americano nel contesto dell’informatica, a livello sia fisico (computer) che virtuale (software). L’operazione sarà lunga (e peraltro, per ora, riguarderà solo il settore pubblico, non quello privato), richiederà tempo e sicuramente dovrà affrontare molti ostacoli, ma Pechino mira a condurla in porto per essere strategicamente sicura – senza timore di smentita – di non dover mai rinunciare ad una componente imprescindibile nel mondo odierno (magari, in caso di cyberwar). Una condizione che sarebbe ottimale ed invidiabile, in special modo al principio (2020) di quello che il Financial Times ha definito il secolo asiatico.

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