Forse gli attivisti cosiddetti “antirazzisti” e liberal che in queste ore stanno sfogando la propria frustrazione contro statue e monumenti in tutto l’Occidente non conoscono il significato della locuzione latina damnatio memoriae, ossia la “condanna della memoria”. Come riporta l’Enciclopedia Treccani, parliamo della condanna, che si decretava in Roma antica in casi gravissimi, per effetto della quale veniva cancellato ogni ricordo (ritratti, iscrizioni) dei personaggi colpiti da un tale decreto. In 1984 di George Orwell quando un sovversivo viene fatto sparire dal partito, si applica la damnatio memoriae: viene cioè eliminato, da tutti i libri, i giornali, i film e così via, tutto ciò che si riferisca direttamente o indirettamente alla persona in oggetto. Citiamo un passaggio chiave del capolavoro di Orwell: “Ogni disco è stato distrutto o falsificato, ogni libro è stato riscritto, ogni immagine è stata ridipinta, ogni statua e ogni edificio è stato rinominato, ogni data è stata modificata. E il processo continua giorno per giorno e minuto per minuto. La storia si è fermata. Nulla esiste tranne il presente senza fine in cui il Partito ha sempre ragione “.

La follia nichilista e politicamente corretta degli attivisti di Black Lives Matter, così come di altre organizzazioni della galassia left-wing (anarchici, centri sociali, Antifa) applica degli standard morali contemporanei, progressisti, fortemente ideologici – e dunque di parte – a personaggi storici del passato: una furia iconoclasta che spinge questi ultimi a scagliarsi con violenza e intolleranza contro i simboli del passato. Ma la cosa grave è tali istinti non vengono condannati dalla politica ma, anzi, tollerati, in modo particolare dai sindaci più progressisti delle grandi metropoli, se non addirittura incoraggiati. Come riporta l’agenzia di stampa Agi, gli attivisti antirazzisti sono determinati a rimuovere dallo spazio pubblico i simboli del passato coloniale del Regno Unito. E nelle scorse ore, in concomitanza con il funerale di George Floyd, in Gran Bretagna migliaia di attivisti hanno manifestato a Oxford contro una statua di Cecil Rhodes, magnate minerario e politico colonizzatore, attivo soprattutto in Sudafrica nel XIX secolo.

L’elenco delle statue da abbattere

Non troppo diversamente dai miliziani dallo Stato Islamico, gli attivisti della sinistra radicale sono arrivati a compilare un elenco di 60 statue che vogliono abbattere perché “celebrano schiavitù e razzismo”. La mappa interattiva, Topple the racists, ricorda l’Agi, è stata istituita dalla Stop Trump Coalition ed elenca placche e monumenti in oltre 30 città del Regno Unito: nella lista, la statua di Robert Milligan, il fondatore del mercato degli schiavi, West India Docks, al Museum of London; quella a Edimburgo dell’ex segretario Henry Dundas, che ritardò l’abolizione della schiavitù; quella di Sir Francis Drake sul Plymouth Hoe. Nel frattempo, il consiglio comunale di Manchester ha annunciato la “revisione” di tutte le statue della città.

A Plymouth, le autorità hanno deciso di ribattezzare una piazza intitolata al mercante di schiavi Sir John Hawkins, anche se hanno fatto sapere che non intendono rimuovere la statua di Sir Francis Drake. Come se non bastasse, il Museum of London, ha deciso di rimuovere la gigantesca figura bronzea di un proprietario di piantagioni e schiavi, Robert Milligan. E l’immancabile sindaco di Londra, Sadiq Khan, ha annunciato che una nuova commissione rivedrà le statue, i monumenti e i nomi delle strade per assicurarsi che “riflettono la diversità della città”.

Il sindaco di Londra appoggia la furia dei manifestanti

Ciò che è davvero scioccante e grave, nota lo Spectator, è che invece di condannare questi atti criminali, il sindaco di Londra li ha istituzionalizzati. La commissione annunciata da Khan lascia infatti spazio a parecchi quesiti. Innanzitutto, davvero una commissione – non eletta da nessuno – può avere la facoltà di decidere cosa cancellare e cosa no? E quali sono le possibilità , riflette lo Spectator, che tale Commissione rappresenti democraticamente una realtà sufficientemente ampia di opinioni?

“Nel corso della storia britannica – sottolinea lo Spectator – Londra non ha avuto la diversità culturale che ha oggi, ed è profondamente sbagliato scrivere la storia delle persone che ci hanno preceduto, indipendentemente dal fatto che attualmente troviamo aspetti di quel passato moralmente discutibili. È una semplice cancellazione culturale. Attraverso l’occupazione romana, il periodo anglosassone, l’epoca vittoriana, fino ad oggi, queste cose hanno lasciato un segno indelebile e prezioso nel nostro paesaggio e nella nostra storia. Il sindaco di Londra non dovrebbe dare credito all’impulso autoritario di privarci della prospettiva storica nello spazio pubblico”.

Eppure, è esattamente quello che sta facendo Khan, nonostante soltanto una netta minoranza dei londinesi abbia supportato, per esempio, la rimozione della statua di Colston, perlomeno con questi metodi. Ma questo agli attivisti e alla sinistra liberal sembra importare gran poco.

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