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A Tokyo era una serata come tante. La giornata lavorativa, ormai agli sgoccioli, stava per chiudersi nella solita monotonia. Le lancette della stazione ferroviaria di Seijogakuen, nella parte occidentale della capitale giapponese, segnavano le 20:00 in punto. Decine di pendolari aspettavano il treno che li avrebbe riportati a casa. I loro occhi stanchi fissavano il tabellone degli arrivi. Era un venerdì di agosto, il 7, cioè l’antivigilia della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi in corso proprio a Tokyo.

Un giorno come tanti

Molte persone erano immerse nei loro pensieri. Pochi si cimentavano nella lettura di un libro, mentre altre avevano la testa china sugli smartphone. Le immagini luminose ripercorrevano le gesta degli atleti, la premiazione dei vincitori, le lacrime degli sconfitti. A 15 chilometri da lì sorgeva lo Stadio Olimpico di Tokyo, uno dei tanti impianti ultramoderni realizzati dal governo a tempo record in vista dei Giochi Olimpici, nonché principale sede olimpica. Le Olimpiadi, nonostante l’ombra del coronavirus e l’assenza di pubblico, erano riuscite ad attrarre appassionati da tutto il mondo. Da quella piccola stazione, una delle tante incastonate nell’immensa megalopoli di Tokyo, erano soliti transitare, senza fermarsi, diversi treni espressi rapidi.

Attorno alle 20:30, l’Odakyu Electric Railway, l’espresso rapido diretto a Shinjuku, si era fermato all’altezza del quartiere di Setagaya, proprio nei pressi della fermata Seijogakuen. Ma, stranamente, non per far scendere o salire i passeggeri. Del resto nessuna voce metallica aveva annunciato niente. “È sicuramente un guasto”, ripetevano i pendolari da terra, frustrati all’idea di dover aspettare chissà quanto per potersene tornare nei rispettivi appartamenti. Anche perché il servizio ferroviario giapponese, oltre a essere solitamente puntuale, è sempre stato rinomato per la sua affidabilità. Insomma, un guasto ogni tanto, per quanto raro, può sempre capitare. Peccato che l’Odakyu Electric Railway non avesse alcun guasto. All’interno del mezzo, dove circa 400 passeggeri erano disposti lungo 10 carrozze, si era appena consumato un dramma.

“Quella persona sembrava felice”

Yusuke Tsushima è uscito di casa intorno alle 19:30. L’uomo, residente a Kawasaki, nella prefettura di Kanagawa, ha chiuso a chiave la porta della sua abitazione. Non era solito ricevere visite, né da amici né da parenti. Inoltre parlava a malapena. Il 36enne si è recato in un negozio di alimentari nel quartiere Shinjuku di Tokyo. Un membro dello staff, notando i suoi modi furtivi, aveva subito informato la polizia, ma il bizzarro cliente era già sparito dalla circolazione. Tsushima si è così diretto, a passo svelto, alla stazione ferroviaria più vicina. È salito a bordo di un treno Odakyu senza avere un’apparente meta. Il convoglio avrebbe dovuto viaggiare otto minuti prima di fermarsi alla stazione successiva, posizionata a 11 fermate di distanza. A quel punto, Tsushima ha preso posto nella carrozza numero 6. I passeggeri del treno non avrebbero mai potuto immaginare che quello strano individuo sarebbe stato in grado di commettere un mezzo massacro.

E invece, spostatosi nella carrozza numero 7, il signor Yusuke ha accoltellato una studentessa di 20 anni senza apparente motivo. Alla schiena, poi sul torace, ancora sulla schiena e di nuovo sul torace. “Quella persona sembrava felice“, ha in seguito raccontato l’uomo alla polizia, cercando di spiegare il suo folle gesto. Tsushima era diventato un demonio. Dopo essersi scagliato sulla prima donna, l’uomo ha attaccato gli altri passeggeri, ferendoli con lo stesso coltello da chef lungo 20 centimetri, e prendendoli a pugni. Ha quindi cosparso di olio da cucina il pavimento della carrozza 8 con l’intento di appiccare un incendio, ma qualcosa, nei suoi piani, è andato storto e l’incendio non è scoppiato. Quando il treno si è fermato d’emergenza, l’aggressore è scappato sui binari da una porta del vagone numero 9. Un totale di 10 passeggeri, tra cui cinque donne e cinque uomini, erano rimasti feriti in forme più o meno gravi. Nessuno di loro conosceva l’aggressore.

La polizia lo ha arrestato qualche ora più tardi, in quella stessa notte. Tsushima è stato fermato in un minimarket, a quasi 4 chilometri a nord dalla scena dell’assalto, nel vicino quartiere di Suginami. Un lavoratore del locale ha avvertito le forze dell’ordine dopo la confessione del cliente: “Sono il sospettato dell’incidente riportato dai media. Sono stanco di fuggire”. L’uomo ha quindi detto alla polizia di aver scelto un treno rapido perché i passeggeri non avrebbero avrebbero avuto modo di scampare alla sua furia. Il suo obiettivo: uccidere “donne dall’aspetto felice”. “Negli ultimi sei anni volevo uccidere donne dall’aspetto felice. Chiunque andava bene”, avrebbe dichiarato con freddezza, secondo quanto riferito dai media. Fonti investigative lo hanno addirittura citato. Tsushima aveva l’intenzione “di uccidere coppie e donne dall’aspetto felice” dopo essere stato ridicolizzato più volte nella sua vita e rifiutato ai servizi di appuntamenti.

Violenza estrema

L’episodio raccontato è avvenuto in Giappone lo scorso agosto. Non è un episodio isolato, e rappresenta alla perfezione la violenza incel che minaccia la società nipponica. Negli anni ’90 i riflettori erano puntati sugli hikikomori, giovani che improvvisamente, o in seguito a traumi sociali, decidevano di isolarsi dalla società. Vent’anni dopo, ha ben evidenziato il South China Morning Post, le pressioni che hanno indotto migliaia di giovani giapponesi a evitare i contatti con il mondo esterno sono diventate più acute.

È in un contesto del genere che un mix tossico di isolamento sociale e mutamenti nelle dinamiche di genere ha creato un nuovo e più pericoloso fenomeno sociale: la violenza causata dagli incel, alla lettera involuntarily celibate young men, termine utilizzato per etichettare i giovani uomini “celibi involontari”. Nel mirino degli incel – a dire il vero diffusi in tutto il mondo, e non solo in Giappone – ci sono le donne. A conferma di come questo sia un fenomeno globale, citiamo un episodio avvenuto poche settimane fa a Plymouth, nel Regno Unito, dove un 22enne ha ucciso cinque persone, prima di suicidarsi e aver pubblicato online messaggi di rabbia contro le donne “arroganti” e aver detto di essere “amareggiato e geloso” per non essere riuscito a trovare una ragazza.

Restare indietro

C’è però una differenza sostanziale tra la violenza riscontrata in Giappone e quella registrata in altri Paesi. Le giovani donne giapponesi sono oggi molto più libere rispetto al passato. Hanno meno pressioni se confrontate con gli uomini della loro stessa generazione. La società nipponica “dice” agli uomini di studiare duramente, frequentare un’ottima università e poi mettere su famiglia grazie allo stipendio di un eccellente lavoro. Non c’è niente di nuovo sotto al sole: quelle appena elencate sono le richieste tradizionali della società giapponese.

Il punto è che, accanto alle crescenti pressioni lavorative e finanziarie (sconosciute alle vecchie generazioni), le donne sono in qualche modo riuscite a liberarsi dal giogo delle vecchie tradizioni, godendo di più libertà che mai. A detta degli esperti, i cambiamenti sociali avrebbero messo in discussione i ruoli di genere tradizionali, creando, in casi limite e fuori dall’ordinario, terreno fertile per raptus ed episodi folli.

Detto in altre parole, in Giappone la vita sta diventando senza speranza per sempre più persone, le quali sentono di essere in ritardo rispetto ad altre. Le loro reazioni? Nel peggiore dai casi: raptus, follia, rabbia. I media hanno coniato un nuovo termine per tutto questo: kireru, termine usato per descrivere i giovani che si arrabbiano all’improvviso e possono perdere il controllo.

Tra rabbia e frustrazione

A proposito del Giappone, negli ultimi anni sono avvenuti molti casi di misoginia violenta. A luglio, ad esempio, un uomo di Osaka è stato arrestato per aver spalmato i propri escrementi sulla borsa di una donna. L’autore dell’insano gesto ha spiegato alle forze dell’ordine di essere stressato e di provare una certa “mal volontà” nei confronti delle donne. Nel 2019, a Kawasaki City, un uomo si è tolto la vita dopo aver aggredito un gruppo di studentesse in attesa di un autobus, uccidendone due e ferendone 17. Nel 2018, Ryuichi Iwasaki, 51 anni, ha ucciso un passeggero di un treno proiettile e ferito due persone. Iwasaki era un hikikomori che non riusciva ad allacciare relazioni, tanto meno con il genere femminile.

Andando ancora a ritroso, nel 2016 la pop star Mayu Tomita è stata uccisa da un suo fan. Tomohiro Iwazaki è riuscito a colpirla con un coltello più di 60 volte. “Due decenni fa gli hikikomori erano una preoccupazione, ma non erano violenti e volevano solo stare da soli. Da allora, la vita in Giappone è diventata molto più dura, e molti giovani hanno la sensazione che i loro leader (politici ndr) non si preoccupino di loro”, ha commentato al Scmp Makoto Watanabe, professore di comunicazione all’Università di Hokkaido Bunkyo.

“Gli esseri umani sono programmati per avere interazioni sociali, e quando ciò non accade, allora alcune persone sperimentano ansia, depressione e malattie mentali e fisiche. Non sono sorpreso che stiamo assistendo a più casi di psicosi, di violenza e di persone che si comportano in modo strano”, ha aggiunto Chisato Kitanaka, professore associato all’Università di Hiroshima. Da questo punto di vista, la pandemia ha aggravato un fenomeno già piuttosto preoccupante. In Giappone, certo, ma anche nel resto del pianeta.

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