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La Svezia è stata fin dall’inizio della pandemia di coronavirus in Europa un caso, per la scelta dell’esecutivo socialdemocratico di Stefan Lofven, di non procedere a un rigido lockdown e a misure restrittive eccessive.

I primi casi di coronavirus in Svezia sono stati registrati a fine gennaio, ma è solo il 6 marzo che nella capitale Stoccolma è stata ufficialmente riconosciuta una coppia di casi frutto di contagio interno al territorio nazionale. Da allora in avanti il Paese ha visto un graduale aumento dei casi che, soprattutto ad aprile, ha aperto il dilemma sulle misure da prendere per un efficace contenimento. Il governo svedese ha interiorizzato alcune prescrizioni della sua Public Health Agency e del funzionario chiave per le politiche sanitarie, l’epidemiologo di Stato Nils Anders Tegnell, vietando gli assembramenti da più di 50 persone, l’ingresso ai musei e le manifestazioni sportive, chiudendo parzialmente scuole e università ma tenendo aperte le primarie per consentire agli operatori sanitari con figli minori di non dover restare a casa ad accudirli.

Oltre queste prescrizioni, peraltro prodotte da enti con un gradiente di autonomia elevato e costituzionalmente tutelato, Stoccolma ha voluto preservare la normalità della vita: Lofven ha parlato di puntare a un “contagio graduale”, gli svedesi sono stati avvertiti dell’importanza del distanziamento sociale e della necessità di preservare gli anziani ma misure strette e rigorose non sono mai state varate. Questo, secondo molti esperti, anche per tutelare le prospettive dell’economia e venire incontro a un dettame sociale: è stata constata, in Svezia come nel caso olandese, l’impossibilità, per società ferocemente individualiste, competitive e radicate nel principio del dominio dell’economico sulla sfera pubblica, di accettare le misure del lock-down sistemico.


Il caso Svezia porta all’emersione nella sua forma più radicale il dibattito sul “costo della vita” in rapporto alla tutela del normale fluire della vita in una società nel contesto della diffusione di una pandemia; punta a ragionare su quanto senso abbiano avuto i discorsi sulla tutela dell’economia nella fase iniziale del contagio epidemico da coronavirus; permette un bilancio generale sulla principale alternativa al “lockdown”.

Dunque, ci chiediamo: il modello svedese ha consentito al Paese di controllare il numero di contagiati e morti? Il “contagio graduale” è stato ottenuto? L’economia ha avuto beneficio dalla scelta di rinunciare al lockdown totale? I dati aiutano a chiarire con maggiore certezza lo scenario.

Contagi e morti

Al 25 maggio la Svezia contava ufficialmente 33.843 casi di coronavirus e 4.029 morti a fronte di una popolazione di poco più di 10 milioni di abitanti.

In rapporto alla popolazione, dunque, Stoccolma risulta caratterizzata da un ruolino di marcia della pandemia relativamente simile a quella di altri Paesi europei, colpiti con severità dal contagio, come Italia, Francia e Belgio. La Svezia, secondo quanto si può apprendere da dati sinottici analizzati dal Financial Timesha 3288,3 casi di coronavirus per milione di abitanti, meno di Italia (3804,2) e Belgio (4993,5) ma più della Francia (2163,7).

I morti, invece, posizionano la Svezia al sesto posto a livello mondiale in rapporto a ogni milione di abitanti, con 392,9 decessi. Ma i Paesi che la precedono sono i tre in precedenza citati più Spagna e Regno Unito, che precedono tutti la Svezia nella classifica dei morti complessivi. E se consideriamo che la Svezia è il quindicesimo Paese al mondo per decessi, ma il sesto per morti in rapporto alla popolazione si ha un’idea della differenza tra dati assoluti e dati relativi. Stoccolma, in quanto a morti in rapporto alla popolazione, fa peggio degli Stati Uniti, della Germania e dell’Olanda, ma anche di Paesi in via di sviluppo che col Covid-19 stanno convivendo con gravi problemi, come il Messico, il Brasile e l’India.

Dal 13, quando si contavano 7,3 morti per milione di abitanti, al 19 maggio, quando il tasso era di sei morti, il numero di morti quotidiane per il coronavirus in Svezia è stato il più alto al mondo, se messo in raffronto alla popolazione.

Impietoso il confronto con gli altri Paesi nordici: la Danimarca conta 97 morti per milione di abitanti da inizio pandemia, la Finlandia 55, la Norvegia 44. Come ha riportato la Cnn, tutte queste nazioni hanno messo in atto strategie di chiusura assai più rigide di quelle svedesi.

Aprile il mese più nero

Aprile 2020 è risultato il mese più duro per la Svezia e quello caratterizzato dal maggior numero di decessi da quasi trent’anni, per un totale di 10.458, 2.364 dei quali ufficialmente imputabili al Covid-19. “Dobbiamo andare indietro al dicembre 1993 per trovare più morti in un solo mese”, ha precisato Tomas Johansson dell’Ufficio statistico svedese. Allora morirono 11.057 persone, soprattutto a causa di un picco di influenze stagionali. Tegnell, l’epidemiologo in capo del governo, ha precisato, come riporta Repubblica, che il tasso di mortalità è stata la vera anomalia: “Non abbiamo fatto i conti con un alto tasso di mortalità inizialmente, devo ammettere. Stimavamo un aumento dei malati, ma il tasso di mortalità ci ha davvero colto di sorpresa”. Il grave problema resta, come altrove in Europa, la diffusione del contagio nelle case di cura per anziani. In Svezia teatro di una vera e propria ecatombe.

I dati sull’economia

Le settimane di attività risparmiate con il mancato lockdown non sembrano aver sortito un effetto significativo sulla crescita economica, anche e soprattutto perchè la recessione in arrivo appare destinata a rappresentare un fenomeno globale. Come sottolinea Il Post, “il governo svedese ha annunciato che nel 2020 il Pil nazionale si contrarrà del 7 per cento, un dato appena più basso della media europea ma paragonabile a quello di altri Paesi che hanno imposto maggiori restrizioni e registrato meno morti come Portogallo, Ungheria e Irlanda”.

L’interconnessione di alcuni dei maggiori colossi economici svedesi al mercato globale (si pensi a Volvo, Ikea e Ericsonn) e la sostanziale chiusura dei traffici interni all’Unione Europea hanno debilitato notevolmente la posizione del Paese, che in campo continentale ha difeso strenuamente le logiche dell’austerità sperando, assieme ai “falchi” del rigore, di separare il proprio destino da quello del resto del Vecchio continente sulla ripresa. Ipotesi fallace fin dalle fondamenta.

I dati della Commissione europea prevedono che Stoccolma conoscerà un calo del Pil del 6,1%, un crollo dei consumi privati del 5,2% e un balzo della disoccupazione dal 6,8% al 9,75% nell’anno in corso.

In fin dei conti, puntare a salvare la “borsa” sacrificando delle vite non si è rivelata una scelta vincente. Se l’obiettivo di Stoccolma era puntare a sconfiggere il coronavirus con la convivenza per evitare una recessione dura, esso è stato fatalmente mancato. Questo in primo luogo perché il “costo della vita” non è predeterminabile, e Stoccolma ha peccato nel sottovalutare l’incidenza del contagio, specie sulle categorie a rischio. In secondo luogo perché per tutta Europa la fase più dura della recessione sarà quella che la aspetta dopo, e non durante, il lockdown. I dati certificano anche la debolezza del modello sociale svedese: un popolo abituato a ampi diritti e pochi doveri non avrebbe mai concepito un lockdown, né il governo si è dimostrato capace di compiere un passo che, col senno di poi, si sarebbe rivelato in grado di salvare centinaia di vite, preferendo mosse ben più timide.