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Ci eravamo lasciati quattro anni fa con Lady Gaga, Jennifer Lopez e Bruce Springsteen a “benedire” l’insediamento di Joe Biden in un altrettanto freddissimo gennaio in quel di Washington. Un mandato dopo, tutto sembra pronto per un nuovo attesissimo giuramento, in un’America e un mondo completamente diverso.

Sebbene The Donald prediliga farsi accompagnare da personaggi popolari del calibro di wrestler o imprenditori del suo entourage, l’insediamento è e resta una festa oltre che un momento solenne, attraverso il quale scoccare dardi qui e lì. In occasione del suo primo mandato, da Elton John a Céline Dion, collezionò una serie di due picche clamorosi, che lo costrinsero a riparare su Toby Keith, il gruppo rock 3 Doors Down e il gruppo musicale The Piano Guys, con la giovanissima Jackie Evancho a intonare l’inno. Non fu una gran cosa: la cerimonia ebbe tutta un effetto “quando lo ordini su Wish”.

Al secondo mandato urge fare meglio. Così The Donald ha tirato fuori l‘anti-Taylor Swift: secondo quanto riportato dall’Associated Press, la star della musica country Carrie Underwood canterà America the Beautiful all’insediamento insieme all’Armed Forces Choir e al Glee Club della United States Naval Academy. E questo già dice molto: una scelta che avrà fatto cadere la mandibola a più di qualcuno. La biondissima artista, infatti, è sempre stata considerata fuori da giochi della politica, evitando di farsi trascinare nel Trump or Harris? dell’ultimo anno. Creatura di American idol, vanta una carriera già ventennale con tanto di super premi: Billboard l’ha nominata Miglior artista country degli anni 2000, mentre il suo album di debutto Some Hearts venne definito il Miglior Album Country del decennio. Ma il country, negli Usa non è come altri generi musicali: viene dalla terra, dalla grande provincia, sa di paglia e stivali: non a caso, la signora Beyoncé Giselle Knowles lo scorso anno ha sfornato un album zeppo di brani intrisi di sonorità country (ne abbiamo parlato qui), una ri-appropriazione di un genere che da sempre è stato appannaggio dei WASP. Quanto basta a far piovere anatemi contro la cantante. Ora però il country “torna a casa”, e il Maga è pronto a riprenderselo di rapina.

Il resto della festicciola completa il quadro. Tra gli altri artisti ci saranno il cantante country Lee Greenwood e il tenore Christopher Macchio. Greenwood si esibirà mentre Trump uscirà per prestare giuramento, almeno secondo il comitato inaugurale di Trump. Macchio, invece, è la scelta di Trump per eseguire l’inno nazionale alla fine del programma. Chi sono costoro? Il primo è l’autore di God Bless the USA (conosciuta anche come Proud to Be an American, una canzone dal sapore patriottico, considerata la sua perla. Per chi non la conoscesse, è il motivo che andava in loop prima di ogni incontro elettorale di Trump. Nell’estate del 1984, la canzone fu inclusa in un film sul presidente Ronald Reagan, che fu mostrato alla Convention nazionale repubblicana dello stesso anno. God Bless the USA acquisì maggiore importanza durante la campagna elettorale presidenziale degli Stati Uniti del 1988, quando Greenwood la eseguì alla Convention nazionale repubblicana e ai comizi per George Bush senior. Il motivo divenne di nuovo popolare durante la Guerra del Golfo, tanto che Greenwood registrò nuovamente la traccia per il suo album del 1992 American Patriot. Qui il messaggio è più che chiaro. Siamo born in the Usa, ma non come “The boss”.

Christopher Dennis Macchio è, invece, un tenore americano specializzato in musica classica crossover: si esibisce in più lingue, tra cui ebraico, turco e arabo. E questo aspetto già dice molte cose sulla scelta. Macchio, che tuttavia non vanta crediti professionali in nessuno dei principali teatri d’opera americani, è anche uno dei tre New York Tenors, insieme ad Andy Cooney e Daniel Rodriguez, e si esibisce con loro in modo semi-regolare alla Carnegie Hall e al Lincoln Center. Una sorta di membro de Il Volo versione cresciutella. Macchio ha incontrato per la prima volta il presidente eletto quando il tenore è stato chiamato come sostituto dell’ultimo minuto per un’esibizione di Capodanno a Mar-a-Lago. Alla fine ha continuato esibendosi per Trump nel patio della Casa Bianca durante la Convention nazionale repubblicana nel 2020, dopo che Trump accettò la nomina del suo partito.

Il vero colpaccio, però, non è all’inaugurazione. I Village People, il gruppo disco americano diventato icona del movimento Lgbtq e i cui successi sono stati ospiti abituali dei raduni e degli eventi della campagna del Gop, si esibiranno in occasione di uno dei balli inaugurali di Trump e in una manifestazione che terrà a Washington il giorno prima del suo giuramento. Un mondo e una visione d’America lontana dal machismo MAGA: eppure YMCA e Macho man sono consuete hit che hanno fatto da colonna sonora agli eventi elettorali di The Donald. Una scelta pigliatutti, per Trump affatto casuale. Una mossa che però ha confuso più di qualcuno: tanto da costringere il gruppo a postare un annuncio su Facebook, sottolineando di aver accettato l’invito: “Sappiamo che questo non renderà felici alcuni di voi, ma crediamo che la musica debba essere eseguita senza farsi condizionare dalla politica”, ha scritto il gruppo lunedì. Eh sì, è il momento di unire, nonostante proprio i Village People avessero dichiarato di non gradire l’uso politico delle loro hit e che la loro candidata (Kamala Harris) aveva perso le elezioni. Ma del resto…anche il Village People “tengono famiglia”.

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