Il suo nome non dice nulla ai più ma per il mondo scientifico significa la fine di un’epoca, ovvero quella del vaiolo. Lei era Janet Parker, una fotografa medica: nel 1978 è stata l’ultima persona ad ammalarsi e morire di vaiolo nonostante già in quella fase il virus stava per essere eradicato. Dopo la fotografa non ci sono state più altre vittime. Come si è arrivati a questo risultato? E cosa oggi, in piena pandemia da coronavirus, possiamo imparare da allora?
Edward Jenner e il suo intuito sul vaccino
Si attribuisce ad Edward Jenner il merito della scoperta del vaccino contro il vaiolo nel 1798. Il medico inglese ha avuto una spiccata intuizione partendo dall’osservazione di un fenomeno particolare: le persone che lavorando con il bestiame avevano contratto il vaiolo bovino risultavano immuni al virus, al contrario di chi viveva in città. Le sue osservazioni non sono state sperimentate subito ma in un secondo momento. In particolare, quando i pazienti che si recavano nel suo studio per farsi visitare dopo aver contratto il vaiolo bovino, risultavano “protetti” da quello umano che stava sterminando la popolazione a Londra. La prima sperimentazione del medico è stata eseguita quando una lattaia locale ha iniziato a farsi curare dal medico dopo la comparsa dei sintomi del vaiolo bovino.
È stata in questa occasione che Edward Jenner ha messo in pratica quella che fino a poco prima era stata solo una teoria: ha iniettato nel piccolo figlio del suo giardiniere del materiale infetto prelevato dalle lesioni del corpo della lattaia provocate dal vaiolo bovino. Il bambino, come già preventivato dallo stesso medico, ha avuto po’ di febbre come reazione, ma dopo due giorni stava bene. Dopo un paio di mesi Jenner ha avuto la conferma che cercava: dopo aver iniettato in entrambe le braccia del piccolo il materiale infetto prelevato da un caso umano di vaiolo, non c’è stato alcun effetto degno di nota. Il bambino stava bene. Quello è stato il cammino verso la nascita del primo vaccino, il cui termine è stato ideato da Jenner facendolo derivare dalla parola variolae vaccinae, ovvero vaiolo della vacca.
Cos’è il vaiolo
La malattia di variola virus in natura ha avuto la capacità di infettare solamente l’uomo, non c’è stata una trasmissibilità attraverso gli animali, al contrario del coronavirus per il quale si sta cercando ancora oggi di conoscere i dettagli circa il salto di specie dal pipistrello all’uomo. Il virus si manifesta con febbre alta, tosse e raffreddore e anche con rush e lesioni cutanee che si sollevano in papule piene di pus. Appartenente alla famiglia Orthopoxviridae, il virus del vaiolo è stabile a temperatura ambiente e, per la natura delle sue dimensioni, è facilmente trasmissibile via aerosol. Quindi basta l’inalazione delle goccioline contenenti i virioni per trasmettersi da persona a persona. La trasmissibilità avviene nelle distanze ravvicinate o venendo a contatto con oggetti contaminati. Il virus non è contagioso durante la fase dell’incubazione ma dal momento in cui iniziano le reazioni cutanee. Quando si stacca l’ultima crosta, il malato smette di essere infettivo.
La guerra al vaiolo
Le caratteristiche del virus e la sua alta letalità hanno tenuto l’umanità costantemente con il fiato sospeso. Al vaiolo è attribuita una delle più gravi catastrofi dell’Impero Romano, quella cioè dell’epidemia di peste antonina diffusasi soprattutto tra il 165 e il 180 d.C. e che, tra gli altri, ha ucciso lo stesso imperatore Lucio Vero. Nell’era moderna, la scoperta del vaccino ha permesso notevoli sforzi sul contenimento della malattia. Ma è soprattutto dal 1959 che a livello globale è iniziata una vera e propria guerra al vaiolo: in quell’anno infatti, l’Oms ha lanciato l’operazione volta ad eradicare del tutto l’agente patogeno. All’epoca in media due milioni di persone ogni anno morivano a causa del vaiolo. L’Oms, assieme agli Stati membri dell’organizzazione, ha stanziato miliardi di Dollari per raggiungere l’obiettivo. Protagonista della sfida al virus è stato il virologo australiano Frank Frenner: isolamento dei malati e vaccinazione di coloro che erano a contatto con loro, ha spiegato nel programma da lui redatto per l’Oms, gli elementi cardine per sconfiggere il vaiolo.
La povera Janet Parker, ultima vittima di vaiolo accertata nel 1978, ha subito il contagio all’interno di un laboratorio di Birmingham, ma l’ultimo uomo a contrarre il virus da un focolaio ancora attivo è stato un cuoco somalo di 23 anni nel 1977. Da quel momento, come ricostruito in una pubblicazione del 2005 degli studiosi Atkinson, Hamborsky, McIntyre e Wolfe, non è stato registrato più alcun caso di vaiolo. L’eradicazione del virus è stata confermata da una commissione di esperti dell’Oms il 9 dicembre 1979 e dichiarata solennemente l’8 maggio del 1980.
Una lezione oggi non imparata
Partiamo per un attimo proprio dalla data della proclamazione solenne della sconfitta del virus: lo scorso 8 maggio l’Oms ha celebrato i 40 anni da quell’evento. Lo ha fatto mentre il mondo era già in lotta contro la pandemia da coronavirus: “Il vaiolo è la prima e unica malattia eradicata su scala globale, attraverso la collaborazione di paesi in tutto il mondo – si legge nella nota dell’Oms – Da questa eradicazione, ci sono molte lezioni da imparare che possono aiutare a combattere Covid-19”. Per eradicazione, come è possibile leggere dallo stesso sito dell’Oms, si intende la “riduzione permanente a zero dell’incidenza mondiale di un’infezione”. È lecito aspettarsi un simile successo nella lotta al nuovo coronavirus?
Lo scetticismo in questo caso regna sovrano. In primo luogo, il successo contro il vaiolo non è attribuibile unicamente all’Oms. Studi contro questo virus erano iniziati ben prima della fondazione dell’organizzazione nel 1948. In secondo luogo, oggi la credibilità dell’Oms è ridotta ai minimi termini. Quanto accaduto a inizio 2020 con la diffusione del Covid-19, tra allarmi lanciati in ritardo e confusione nelle indicazioni date dall’Oms, ha messo in guardia anche la stessa comunità scientifica: “Oggi l’Oms è più un’organizzazione politica che scientifica”, ha ad esempio ribadito su InsideOver lo scorso 5 novembre il virologo Massimo Clementi. In un simile contesto, sono in pochi a credere alla possibilità che l’Oms sia in grado di lanciare oggi contro il Covid la guerra già vista negli anni ’60 contro il vaiolo.
È probabile che si arrivi a una circolazione endemica del coronavirus e a un’attenuazione su scala globale dell’emergenza. Subito dopo nel mondo scientifico post Covid è probabile un’autentica resa dei conti. Con l’Oms sempre meno protagonista e con una lotta ai prossimi virus tutta da riscrivere.
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