Quella variabile che incide sulla rapidità di vaccinazione degli Stati

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La lotta contro il coronavirus è entrata forse nella sua fase più cruciale. Adesso i vaccini sono pronti e, progressivamente, tutti i Paesi del mondo hanno iniziato (o stanno per iniziare) le loro campagne di immunizzazione. L’obiettivo dei governi è centrare la tanto agognata immunità di gregge, raggiungibile, secondo alcuni, “coprendo” almeno il 70% delle rispettive popolazioni. In altre parole, è necessario che le macchine organizzative allestite nei mesi estivi diano prova di tutta la loro concretezza.

Dagli accordi con le case farmaceutiche alla logistica, dalla distribuzione locale all’effettiva iniezione: tutto questo – e molto altro – contribuisce al successo (o all’insuccesso) delle nazioni nella battaglia al virus. C’è, infatti, chi è finito in alto mare, tra quantitativi di vaccini insufficienti e ritardi nella road map, e chi non ha perso tempo, vaccinando centinaia di migliaia di cittadini a settimana. Gli esempi si sprecano.

Se Francia e Italia, giusto per citare due Paesi membri dell’Ue, hanno dovuto fare i conti con un imprevisto quanto improvviso taglio di consegne di vaccini – con il conseguente rallentamento delle vaccinazioni -, Israele è quasi arrivato al traguardo. Perché assistiamo a un simile gap? C’entra soltanto la capacità organizzativa dei singoli governi o c’è dell’altro?

La capacità di contenimento

Senza ombra di dubbio, i governi che hanno saputo organizzarsi in anticipo attraverso meccanismi ben oliati, hanno potuto godere di notevoli vantaggi in quanto a rapidità di vaccinazione. Eppure, dietro all’apparato organizzativo, dobbiamo prendere in considerazione due concetti non da poco: il contenimento e la vaccinazione. Siamo di fronte a due temi tra loro interconnessi, capaci di spiegare perché alcuni Paesi sono così avanti con le vaccinazioni e altri no.

Il motivo è semplice: le nazioni che, nel corso dei mesi passati (cioè prima del vaccino), sono riuscite a mettere una museruola al Sars-CoV-2, possono adesso permettersi di procedere a un’immunizzazione più lenta rispetto a chi, al contrario, non è stato in grado di contenere la diffusione del Covid. Detto in altre parole, chi ha messo in pratica un buon contenimento non si ritrova né con l’acqua alla gola, né con l’impellenza di accelerare nella propria campagna di vaccinazione.

Il caso di Cina, Usa e Uk

Facciamo degli esempi concreti. Il tasso di inoculazione dei vaccini in Cina è in ritardo rispetto a quello registrato negli Stati Uniti. Non solo: sono più le dosi del siero finite oltre la Muraglia che non quelle iniettate nelle braccia dei cittadini cinesi. Si tratta di un fallimento su tutta la linea di Pechino? Come detto, si tratta di esigenze. Dato che il Dragone era già riuscito a contenere il Covid ben prima dei vaccini, adesso può permettersi il lusso di ritardare sul vaccino. Anzi. Grazie alla sua posizione, la Cina può perfino riservare più fiale per la cosiddetta diplomazia del vaccino che non per la campagna di vaccinazione interna.

Il discorso è capovolto quando parliamo di Stati Uniti e Regno Unito. Washington e Londra, a dir poco velleitari durante la prima fase dell’emergenza, sono stati travolti da una marea di contagi e decessi. Simili dati hanno costretto i due governi ad accelerare sugli accordi per ottenere i sieri anti Covid e sulla vaccinazione. L’Italia si trova a metà del guado. Roma non è riuscita a contenere il virus – e questo nonostante le rifiniture mediatiche di Conte – e non è neppure stata abile a imporre una decisiva accelerazione sull’inoculazione delle dosi. Morale della favola: chi ha saputo contenere il virus, oggi può gestire le vaccinazioni con molta più serenità rispetto a chi non lo ha fatto.