I mondiali di calcio sono da sempre un avvenimento che, al pari delle Olimpiadi, va ben oltre il semplice aspetto sportivo. Intere nazioni si fermano e oltre un miliardo di persone assistono alle partite più importanti. Anche il mondiale iniziato lo scorso 14 giugno non sembra esser da meno: già per il semplice fatto che per la prima volta si gioca in Russia, la manifestazione appare intrisa di tanti significati. Nel passato comunque, è possibile rintracciare molte curiosità sul rapporto tra i mondiali di calcio e eventi di natura prettamente politica.
L’Italia dei due mondiali negli anni trenta
La prima edizione della competizione si ha nel 1930 in Uruguay. Il calcio all’epoca è già uno sport universale e popolare, anche se gli unici continenti aventi squadre competitive sono l’Europa ed il Sud America. Non a caso è l’Uruguay ad essere scelto come sede del primo mondiale e, proprio la nazionale di casa, trionfa in finale contro l’Argentina. Visto il successo di pubblico, pochi anni dopo è l’Italia a volersi candidare per ospitare la seconda edizione: il governo di Mussolini spera in tal modo di poter avere una vetrina importante all’estero.
Così è: il mondiale del 1934 è ospitato in Italia e vinto dalla nostra nazionale. È quello il primo caso in cui calcio e politica ai mondiali hanno modo di incrociarsi. Dall’estero infatti, piovono critiche sugli arbitraggi, definendo quella italiana come una “vittoria di regime” favorita esclusivamente dal fatto di essere la nazione ospitante. In realtà, quattro anni più tardi, anche i più critici sono costretti a ricredersi: l’Italia infatti bissa il successo e questa volta in una terra non molto amica quale la Francia, vincendo la finale di Parigi contro la favorita Ungheria. Il fascismo utilizza poi quei due trionfi inserendoli nella macchina di propaganda ante guerra.
Quando il confronto calcistico rischia di tramutarsi in guerra
Chi riesce a vincere poi dopo il secondo conflitto mondiale non manca di far tramutare il successo sportivo in un qualcosa di più simbolico: l’Uruguay che batte il Brasile a Rio De Janeiro nel 1950 è un qualcosa che ancora oggi a Montevideo viene raccontata alle giovani generazioni come apice dello sport nazionale, così come il trionfo della Germania in Svizzera nel 1954 segna l’inizio del riscatto di un paese ancora in macerie dopo la guerra. Poi arriva il Brasile di Pelè, il quale domina la scena vincendo tre mondiali tra il 1958 ed il 1970 ma, proprio in questo lasso di tempo non mancano episodi significativi dal sapore anche politico. Tra tutti, ad esempio, la clamorosa vittoria nel mondiale inglese del 1966 della Corea del Nord sull’Italia, grazie ad un gol del dentista Pak Doo Ik: “Andate in Inghilterra e ricordatevi che rappresentate le nazioni asiatiche ed africane”, ha esclamato il leader nordcoreano Kim Il Sung ai suoi giocatori prima di partire. Quel gol e quella vittoria contro l’Italia, oltre al clamore sportivo, ha fatto sì che i calciatori tornano a Pyongyang accolti come eroi.
Ma c’è un caso anche in cui, a seguito di un confronto calcistico, è scoppiata la guerra tra due Paesi. È il giugno del 1969, Honduras ed El Salvador si contendono un posto nella finale del torneo che decreterà poi la squadra qualificata per il Nord America a Messico 1970. Tra le due nazioni i nervi sono molto tesi: ad aprile di quell’anno, il governo honduregno ha improvvisamente espulso trecentomila salvadoregni dal paese. Le tensioni per tal motivo sono alle stelle quando il destino vuole proprio l’incrocio tra le due rispettive nazionali in vista del mondiale messicano: sia a Tegucigalpa che a San Salvador, durante i match si hanno veri e propri scontri urbani. Calciatori aggrediti, scontri tra tifosi con alcuni morti e centinaia di feriti, il bilancio dopo le due partite giocate nei due paesi è di guerra. Ed una vera e propria guerra scoppierà, sulla scia di questa tensione, pochi giorni dopo: il 14 luglio, il governo di El Salvador decide di intraprendere un’azione militare contro l’Honduras. La guerra, nota poi con l’appellativo di “guerra del calcio”, durerà appena quattro giorni ma lascerà sul terreno centinaia di morti.
Quelle partite che mettono di fronte nazioni ostili
I calendari dei mondiali di calcio a volte non mancano di fare “scherzi”, trascinando sul campo giocatori di due nazioni con scarsi od ostili rapporti diplomatici. Un esempio arriva dalla sfida del 22 giugno 1974 tenutasi ad Amburgo: i padroni di casa della Germania Ovest sfidano la Germania Est. È l’unico caso di derby tra le due Germanie ed a vincerlo è clamorosamente la selezione orientale, grazie ad un gol di Sparwasser. Per la Germania Ovest è un duro colpo, dimenticato però pochi giorno dopo quando a Monaco di Baviera i tedeschi alzano davanti al proprio pubblico la loro seconda coppa del mondo dopo aver battuto i Paesi Bassi.
Una partita ricca di tensione è invece quella di esattamente 12 anni dopo: allo stadio Azteca di Città del Messico, è andato in scena il quarto di finale tra Argentina ed Inghilterra. Di fronte dunque vi sono le nazionali di due Stati che appena quattro anni prima si sono fronteggiati nella guerra delle Falkland. Per gli argentini capitanati da Maradona, quel match vale molto più della possibilità di accedere alle semifinali: per i giocatori, il pubblico ed i tifosi del paese sudamericano è un’occasione di riscatto contro un paese considerato ostile e rivale. E quel match in effetti è poi passato alla storia: proprio Maradona, prima con un gol di mano e poi con una delle azioni più belle della storia del calcio, conduce l’Argentina alla vittoria per 2 – 1. Pochi giorni dopo, gli argentini nello stesso stadio trionferanno battendo la Germania in finale.
Un altro scontro di natura più politica che calcistica, si ha il 21 giugno del 1998 a Lione: di fronte vi sono infatti Iran e Stati Uniti. Entrambe le nazionali hanno poche possibilità di accesso alla fase successiva di Francia 98, ma quel match vale certamente molto di più. Gli occhi del mondo si sono accesi e sono puntati sulla città francese, la sfida è vissuta sul filo della tensione nonostante la foto prima della partita è scattata con tutti i ventidue giocatori abbracciati. L’esito poi ha determinato per l’Iran non solo la prima vittoria in un mondiale, ma anche festeggiamenti per diversi giorni a Teheran ed in tutto il paese.
Tante le storie dunque, tanti i momenti in cui calcio e politica si intrecciano in un palcoscenico, quale quello del mondiale, che ogni quattro anni è capace di attirare su di sé un’attenzione planetaria e, di conseguenza, anche interessi di ogni tipo. In Russia, c’è da aspettarselo, calcio e politica non mancheranno di andare spesso a braccetto.
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