La Germania è stata considerata per anni un Paese virtuoso dove tutto funzionava alla perfezione, dal sistema politico a quello economico. I media hanno sempre utilizzato Berlino come metro di paragone per gettare fango sul resto dell’Europa, con un mantra che a son di essere ripetuto alla fine è diventato una sorta di dodicesimo comandamento. Il ritornello più o meno faceva così: i tedeschi sono tanto efficienti, onesti, laboriosi e pieni di virtù quanto gli altri abitanti dell’Eurozona sono incapaci, disonesti, svogliati e privi di valori. Insomma, sembrava che la Germania fosse una sorta di paradiso in terra da contrapporre all’inferno rappresentato, in prima battuta, da Paesi come Italia, Grecia, Spagna e Portogallo. Oggi la situazione è cambiata, o meglio: l’astuto meccanismo su cui si basava il modello tedesco – cioè tante esportazioni, poche importazioni e austerity a pioggia – si è inceppato a causa di fattori esogeni ed endogeni.

Ombre nere su Berlino

La guerra dei dazi ha dato un calcio al settore manifatturiero tedesco, danneggiando per lo più le fabbriche incaricate di realizzare le automobili. Gran parte del miracolo teutonico si è affidato all’esportazione dei migliori brand locali nel resto del mondo, con un occhio di riguardo nell’enorme mercato della Cina. Le tariffe di Trump sono entrate a gamba tesa sui consumatori cinesi, che hanno dovuto ridurre il pacchetto dei consumi. Morale: niente più auto tedesche, sostituite da modelli cinesi. Tutto questoè esemplificativo, ma ha provocato il calo della produzione industriale del Paese del 3,7% su base annua per l’ottava volta negli ultimi 12 mesi e la contrazione del manifatturiero, sceso addirittura del 4,1%. Considerando che il settore auto vale circa il 12% del pil tedesco, si capisce il motivo dell’inghippo principale, che ha travolto il resto come nel più classico degli effetti domino.

Gli errori di Angela Merkel

Angela Merkel non solo ha reagito troppo tardi alla sirena dell’allarme, cercando di elemosinare qualche accordo più conveniente con la Cina, ma ha perso il controllo della situazione anche per quanto riguarda l’altra grande ombra che adesso mette apprensione alla Germania: l’immigrazione. Mentre prima del rallentamento economico Berlino poteva ergersi a esempio virtuoso di accoglienza (seppur un accoglienza filtrata), adesso il governo tedesco non può più rischiare di perdere il prezioso consenso elettorale. Con la popolazione che adesso inizia a preoccuparsi del futuro, gli immigrati, da risorse, iniziano a essere percepiti come minacce. Ecco, tra l’altro, perché l’Italia rischia di uscire dai negoziati con l’Ue sulla ridistribuzione dei migranti con un bel pugno di mosche, ma questo è un altro discorso. In ogni caso, le porte del paradiso tedesco iniziano a chiudersi lentamente.

Ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri

La società tedesca è sotto pressione. In Germania la disuguaglianza dei redditi, e quindi il divario tra le fasce più ricche della popolazione e quelle più povere, ha ormai superato ogni livello di guardia raggiungendo i massimi storici. Secondo un rapporto della Fondazione Hans-Bockler citato da Il Sole 24 Ore, dopo un decennio di vacche grasse, crescita, boom economico e aumento dei salari, oggi siamo arrivati a una situazione paradossale. La disparità di reddito ha iniziato ad allargarsi con una certa evidenza tra il 2005 e il 2016; in questi undici anni il coefficiente di Gini (un indice usato in ambito economico per misurare la disuguaglianza) è aumentato del 2%. In poche parole: in Germania i poveri sono sempre più poveri, i ricchi sempre più ricchi.

Due, per i ricercatori, sarebbero le cause: le persone con un reddito elevato hanno saputo destreggiarsi tra i profitti aziendali e la Borsa, mentre i meno abbienti sono rimasti fermi all’angolo, impermeabili al cosiddetto miracolo tedesco. Un altro studio interessante, questa volta proveniente dall’Istituto tedesco di ricerca economica DIW, ha sottolineato come in Germania la ricchezza sia distribuita in modo omogeneo. Dai dati risulta che l’1% dei tedeschi più ricchi controlla un quinto del patrimonio netto nazionale, il 10% ne detiene il 56%, mentre il 50% della popolazione, cioè quasi 40 milioni di persone, annaspa per non restare indietro e affogare in un mare di squali.