Dicembre 2020: il mondo combatte contro il coronavirus alla ricerca di nuove strategie di difesa sperando che la corsa al vaccino possa fare abbassare la curva dei livelli di contagio ormai alle stelle. Nel frattempo, scatta un nuovo allarme che arriva  dall’India: qui, in un solo weekend, sono state ricoverate negli ospedali diverse centinaia di persone con sintomi gravi e comuni ma nuovi rispetto al coronavirus. Il mondo trema: si teme una nuova pandemia.

Cos’è successo in India?

Nausea, vomito, crisi epilettiche fino ad arrivare allo svenimento. Sono questi i sintomi che hanno colpito circa 600 persone nel primo weekend di dicembre in India. Tutto è iniziato a Eluru, antica città nota per la lavorazione dei tessuti a mano nello Stato meridionale dell’Andhra Pradesh.  Qui, nel giro di poche ore, gli ospedali si sono ritrovati “invasi” da persone riportanti uguali sintomi. Senza distinzione di sesso o di età i pazienti riportavano tutti lo stesso malessere che ha causato un morto. Immediato l’allarme per una malattia sconosciuta e di rapida diffusione in un contesto in cui l’allerta per la pandemia da coronavirus ha messo in subbuglio il sapere scientifico. Al lavoro i medici e le autorità locali che, fortunatamente, sono riusciti a risalire alle cause del problema. Quello che rappresentava infatti il fattore comune tra tutti i malati, a parte i sintomi, era il risultato delle analisi del sangue da dove emergevano presenze di nichel abbinato al piombo. Lo stesso nichel è quello che gli scienziati hanno rinvenuto in numerosi campioni di latte prelevati nella zona dove sono stati registrati i casi. Fortunatamente non si è trattato di un virus e i pazienti, nel frattempo in migliori condizioni, hanno fatto rientro nelle proprie abitazioni.

Perché il mondo ha tremato

In un solo weekend l’India ha messo paura a tutto il mondo facendo pensare a scenari caratterizzati da una nuova pandemia. Già perché con quasi un miliardo e mezzo di abitanti, il Paese asiatico è il secondo più popolato al mondo. E il rischio di un focolaio che partisse proprio da una nazione avente un’alta densità della popolazione, ha fatto scattare l’allarme. Tutto ciò in un precario contesto sanitario a livello internazionale per causa del coronavirus che continua a fare vittime e tenere alto il livello dei contagi. Lo stesso Covid-19 in India ha colpito circa dieci milioni di persone con 145mila decessi. Qui il virus veicola facilmente tra le persone, dunque un nuovo nemico virale avrebbe messo in ginocchio gli indiani ma anche la popolazione mondiale.

E l’India non ha ancora dimenticato gli effetti della peste polmonare che nel 1994 ha causato una strage. Cina e India, le due nazioni poste rispettivamente ad est e a sud dell’Asia, proprio per l’alto numero di abitanti sono in qualche modo i Paesi sui quali l’arrivo di nuove malattie desta ogni volta maggiore preoccupazione.

Il precedente del 1994

Come ulteriore riprova dell’attenzione destata costantemente dall’India in ambito sanitario, c’è il precedente di un quarto di secolo fa. Anche in quell’occasione tutto è iniziato con l’emersione improvvisa di una malattia sconosciuta. La scintilla è esplosa il 21 settembre 1994 a Surat, metropoli di due milioni di abitanti nello Stato del Gujarat. Quel giorno le autorità sanitarie hanno segnalato la presenza di almeno un decesso causato da peste polmonare. Altri casi sono stati poi segnalati nei vari ospedali cittadini. La patologia ha un’origine batterica, ma i sintomi non sono così diversi dal Covid-19 visto che è proprio l’apparato respiratorio ad essere colpito. E le immagini provenienti da Surat nel 1994 non sono state tanto dissimili da quelle del 2020: gente in preda al panico, corsa alla distribuzione di mascherine, ospedali sotto pressione.

Le cronache di allora, come riportato da un articolo di Repubblica del 24 settembre 1994, parlano di “potenziale peggiore catastrofe umanitaria del decennio”. Qualcosa come trecentomila persone sono fuggite in pochi giorni da Surat. Un esodo che ha complicato ulteriormente la gestione della situazione per le autorità indiane. Per questo il mondo anche 26 anni fa ha tremato. Si temeva un effetto domino, si è convissuto con l’incubo di un’epidemia capace di diffondersi globalmente. Tutto poco dopo è rientrato. L’anno successivo una commissione del governo di Nuova Dehli ha confermato la presenza della peste polmonare, senza tuttavia rintracciare l’origine dei primi focolai. Si tirava un sospiro di sollievo, ma ancora una volta si intuiva l’importanza di tenere sotto controllo gli allarmi provenienti dall’India.

Basti pensare che proprio dopo l’epidemia di peste, in Canada si è deciso di dare vita al Gphin, Global Public Health Intelligence Network, ente di “intelligence” sulla malattie usato dal 2000 anche dall’Oms.

“Ecco cosa fare per accertarsi che non si tratti di un nuovo virus”

Dell’attuale situazione in India ne ha parlato in esclusiva su InsideOver anche il virologo Massimo Clementi: “Alcune centinaia di casi di una malattia che colpisce soprattutto i bambini caratterizzata da bruciore agli occhi, vomito, svenimenti e convulsioni – ha dichiarato lo studioso del San Raffaele – è stata descritta nelle ultime settimane in India e sta generando preoccupazione. Pare che ci sia una vittima, ma non certamente correlata a questa patologia. Non è certo che sia una malattia infettiva e soprattutto che sia virale. Un’ipotesi alternativa è che si tratti di un inquinamento o di diffusione di una sostanza tossica”. Dunque non dovrebbe trattarsi di un nuovo virus.

Ma come esserne del tutto certi? Quando si è di fronte a una nuova malattia, ci sono dei metodi volti a riconoscere l’agente patogeno: “Un nuovo virus – ha sottolineato Clementi – potrebbe essere isolato in colture cellulari o essere messo in evidenza con tecniche molecolari, cioè con la ricerca del DNA o dell’RNA a seconda del tipo di virus. Non è possibile tuttavia escludere che virus nuovi per l’uomo possano essere trasmessi in condizioni epidemiologiche particolari”. Non dovrebbe essere il caso delle nuove patologie emerse in India. Ad ogni modo, nel Paese asiatico la situazione è meno allarmante del previsto: “Nella gestione dell’epidemia da coronavirus ad esempio – ha rimarcato il virologo – l’India si è impegnata moltissimo, pur avendo ovvie difficoltà”.

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