Da quando il Sars-CoV-2 è entrato a far parte delle nostre vite, da un punto di vista mediatico le attenzioni sono state concentrate sugli studi relativi alla prevenzione. Sotto quest’ultimo aspetto, i risultati raggiunti grazie alla ricerca scientifica si sono concretizzati dando le prime risposte di difesa contro il virus. Tuttavia c’è anche un altro aspetto su cui la ricerca si è concentrata, ossia quello relativo alle complicazioni sorte dopo aver contratto la malattia. A che punto sono gli studi su questo fronte?

Quei fattori preoccupanti

Nella vita quotidiana capita più o meno a tutti di avvertire i sintomi influenzali tipici di stagione, ma ormai la paura di contrarre il nuovo coronavirus e il senso di responsabilità sono così alti da indurci al test laringo faringeo per precauzione. O si torna a casa tranquilli di non aver contratto la malattia o, nei casi peggiori, con un esito di positività al virus. In quest’ultimo caso scatta l’allerta e l’attenzione su quei sintomi che pur non manifestandosi nei primi giorni, potrebbero insorgere all’improvviso in quelli successivi. Oltre ai malesseri che il paziente avverte con sintomi evidenti, potrebbero emergere altre complicazioni, come quelle al sistema cardiocircolatorio. “È ormai noto come l’infezione da SARS-CoV-2 non causi solo polmonite virale ma abbia importanti ripercussioni sul sistema circolatorio”. Ad affermarlo su InsideOver è l’angiologo e cardiologo Giovanni Alongi, esperto in patologie venose che prosegue: “I numerosi dati scientifici recenti, contrariamente a quanto si pensava all’inizio della pandemia, suggeriscono che questo virus si manifesta con effetti sistemici e con un rischio trombotico sia arterioso che venoso dei piccoli e dei grossi vasi. Questi effetti sono paragonabili ad «una tempesta di coaguli di sangue» e un recente studio americano ha evidenziato come uno stato di ipercoagulabilità è presente in circa il 50% dei soggetti che si ammalano di Covid-19”.

Polmoni – trombosi: qual è il nesso?

Sulla base  delle conseguenze che subisce il sistema circolatorio sorge spontanea una domanda e cioè quale sia la relazione tra il problema ai polmoni e il problema della trombosi causati dal Sars-Cov-2. A fare chiarezza ancora una volta è il dottor Alongi spiegando che “lo stato di ipercoagulabilità dovuto al rilascio massivo dei mediatori dell’infiammazione porta sia all’insorgenza di microembolie a livello delle arterie polmonari, sia a trombosi venosa profonda che può degenerare con un embolia polmonare. Le microembolie e le trombosi sono improvvise – precisa l’esperto in patologie venose – ed è quindi opportuno intervenire prima possibile con i corretti dosaggi di anticoagulanti”.

Quello che accade dunque nel corpo delle persone che vengono colpite in modo grave da questo virus rende necessaria la continuità della ricerca scientifica portata avanti fino ad oggi. Gli studi nell’ambito della prevenzione e della cura del Sars-CoV-2 devono ora più che mai andare di pari passo.

L’importanza della ricerca scientifica

Da quando il virus è apparso in Cina, subito il mondo scientifico si è mosso per capire le conseguenze sulla salute dei pazienti. Del resto, la materia riguardante i coronavirus costituisce un mondo ancora tutto da esplorare. Fino al 2002, quando cioè si è sviluppata l’epidemia di Sars, questa famiglia di virus veniva ritenuta responsabile sull’essere umano solo dei comuni raffreddori. Si credeva che, al contrario, le conseguenze fatali fossero solo sugli animali. Per questo è apparso subito essenziale capire il comportamento del nuovo coronavirus apparso sul finire del 2019 nel wet market di Wuhan. Se da un lato la polmonite atipica e i problemi respiratori sono risultati elementi comuni con le più recenti epidemie, dall’altro le complicazioni legate all’apparato cardiocircolatorio hanno destato crescenti perplessità.

La ricerca su questo fronte si è sviluppata in modo molto rapido. Anche perché era importante capire con quanti e quali mezzi intervenire sui primi pazienti: “La ricerca scientifica è di fondamentale importanza per stabilire l’efficacia di un farmaco – conferma Giovanni Alongi – ma anche, come spesso è accaduto per il Covid-19, per decretare l’inutilità di altre terapie”. I riflettori della comunità scientifica in tal senso, si sono accesi soprattutto sull’uso dell’Eparina: “I ricercatori della Mount Sinai School of Medicine, ma anche molti centri Italiani – ha proseguito Alongi – hanno riferito che i pazienti ricoverati con Covid-19 sottoposti a ventilazione meccanica che avevano ricevuto Eparina hanno avuto una mortalità inferiore rispetto a quelli non scoagulati”. Le ricerche stanno proseguendo in molti laboratori di tutto il mondo. È una vera e propria corsa contro il tempo per acquisire, in primo luogo, quanti più dati possibili.

“Essenziale continuare a seguire i pazienti”

C’è un altro aspetto dell’attuale pandemia spesso poco sottolineato. Riguarda l’importanza di seguire i guariti dal Covid anche a distanza di tempo. Una necessità che sta emergendo proprio con l’evoluzione degli studi e delle ricerche sulle conseguenze della malattia sull’apparato cardiocircolatorio: “Secondo le raccomandazioni della American Society of Hematology – dichiara Giovanni Alongi – è consigliabile iniziare il prima possibile la terapia anticoagulante in pazienti con Covid-19 e continuarla anche dopo le dimissioni dall’ospedale”.

“Allo stesso tempo – ha proseguito il medico –  è importante seguire ulteriormente questi pazienti anche dopo la completa ripresa e mantenere un monitoraggio clinico ed EcocolorDoppler Venoso nel tempo per escludere possibili recrudescenze”. Le conseguenze sulla salute delle persone colpite dal Covid, potrebbero quindi manifestarsi anche a distanza di tempo dalla guarigione. Una circostanza che apre un altro delicato tema: l’importanza cioè di non considerare i guariti come soggetti oramai fuori dalla necessità di essere seguiti una volta dimessi dagli ospedali.