È un documento a suo modo straordinario, quello che riemerge dagli archivi di Mediaset, e che ci è capitato di trovare per caso in Rete. Che ci dice una o due cose sull’antropologia nazionale, sull’evoluzione della nostra satira, ma anche sul tremendo restringersi del dicibile pubblico. Nel 1983, sulle reti di Silvio Berlusconi, Drive In cambiava la televisione italiana. Quante volte lo abbiamo letto, nei saggi di costume e società? Sketch veloci, stile Saturday Night Live, corpi e battute per superare il femminismo della seconda ondata e parodie sui giovani di allora, la formula del successo.
Tra i bersagli, molti lo hanno dimenticato, c’era anche Israele. In uno sketch che dovrebbe risalire al 1987 o al 1988, a Prima Intifada già iniziata, un attore impersonava il ministro della Difesa Giovanni “John” Spadolini, del Partito repubblicano, simbolo dell’atlantismo più rigido e idealista, che finge di mirare a un palestinese in studio e lo colpisce con una cerbottana. La violenza degli americanofili d’Italia sui arabi, insomma.
Ma si parlava anche di “politica di liquidazione” da parte di Israele sui palestinesi senza “prezzi di saldo”, delle “mazzate” inflitte ai palestinesi che entrano in un negozio, rimando all’apartheid già diventato allora di dominio comune. E che dire delle due ragazze scosciate che, con toni leggeri e la classica risata fuori campo, commentano la difficoltà dei palestinesi di vivere senza patria “aggravata dal fatto che gli israeliani continuano a ucciderli”.
Allineati o traditori
Perché oggi una simile satira è impensabile, viste le accuse terribili di antisemitismo che fomenterebbe? La risposta, almeno in parte, emerge dall’intervista del podcaster Daniele Rielli alla storica Anna Foa. Negli Stati Uniti, nota Foa, fresca vincitrice del Premio Strega col suo saggio Il suicidio di Israele, esiste un ebraismo riformato più disposto a criticare Israele. In Europa prevale invece un atteggiamento “molto silente” e insieme ostile verso chi si disallinea dal fronte pro-Netanyahu: chi firma appelli contro la pulizia etnica o denuncia l’occupazione illegale è bollato come “traditore” o vittima dell’“odio di sé”, anche se ebreo.
Il caso della rabbina francese Delphine Horvilleur, attaccata per aver difeso le pretese universaliste del sionismo, è per Foa emblematico. In Italia figure come lei stessa, Gad Lerner o Stefano Levi Della Torre si trovano isolate. “Non stiamo attaccando Israele – dice – pensiamo di difenderlo”.
Foa si definisce “a-sionista”: non mette in discussione l’esistenza dello Stato mediorientale, ma contesta l’oppressione istituzionalizzata, la separazione brutale, e il “genocidio” in corso. Questo le è costato amicizie, rapporti familiari e serenità quotidiana. “Non puoi essere unitario con chi ammazza, distrugge e dice che bisogna assassinare i bambini”, afferma. Solo la comunità ebraica di Venezia l’ha invitata a discutere pubblicamente del suo libro Il suicidio di Israele.
La caccia alla satira
Se un programma innocuo come Drive In poteva ironizzare su Israele negli anni Ottanta, è anche perché la satira era percepita come arma democratica e non come minaccia identitaria. In un contesto segnato da attacchi reali e dall’erosione della prospettiva dei due Stati come quello odierno, invece, la critica è vista come delegittimazione dell’esistenza stessa di Israele, e di conseguenza degli ebrei tutti. Il cambiamento demografico, gli attacchi subiti in Europa e il trauma passato hanno spinto molte comunità ebraiche europee verso una posizione più rigida e difensiva, appoggiata da un nazionalismo di destra che proietta su Israele la difesa dell’Occidente collettivo.
Il paradosso è che proprio questa caccia culturale contro la satira cancella un filone antichissimo dell’ebraismo europeo: l’autoironia, la critica interna, il progressismo socialista. “Io speravo – dice Foa – che il mio libro aprisse un dibattito nel mondo ebraico. Non è successo e me ne dispiace”.
L’archeologia di Mediaset e la testimonianza di Foa raccontano, con quasi quarant’anni che li separano, del fallimento del processo di pace, di come questo ha generato un clima in cui ogni dissidenza è sospetta. Eppure, negli anni Ottanta, quando la soluzione dei due Stati sembrava a portata di mano, ridere delle violenze israeliane non implicava negare l’esistenza di Israele. E gli ebrei – israeliani o europei – erano molto più sicuri di oggi: in appena due giorni, il 7 e 8 ottobre 2025, sono stati uccisi molti più civili ebrei che durante tutte e due le Intifada. La stessa presenza degli israeliani in Europa si complicherà, prevedibilmente, molto più che ai tempi di Drive In.
La vera correttezza politica non è quella dei comici timorosi di oggi, ma quella che ha risparmiato a Israele le pressioni necessarie a riformarsi, contribuendo così al disastro attuale.