La catastrofe di Notre Dame ha lasciato attoniti la Francia, l’Europa e il mondo. Il rogo andato vicino a distruggere la cattedrale ha lasciato dietro di sé ferite che richiederanno sforzi di ampia portata per essere rimarginate. Incerti i tempi in cui tali sforzi dovranno dispiegarsi: Emmanuel Macron ha promesso che i lavori di ricostruzione di Notre Dame saranno terminati in cinque anni, numerosi esperti d’arte e addetti ai lavori hanno ipotizzato invece che serviranno almeno dieci o quindici anni.

Ma la principale criticità riguarda i costi che dovranno essere sostenuti per riportare Notre Dame, sopravvissuta alla Rivoluzione, alla Comune di Parigi, alle guerre mondiali e all’occupazione nazista, all’antico splendore.

La corsa alla generosità su Notre Dame

La commozione destata dall’incendio ha scatenato una gara di solidarietà globale, con donazioni per oltre 800 milioni di euro alimentate principalmente dall’intervento di numerosi leader dell’economia francese: François Pinault, gestore del gruppo Kering che controlla tra gli altri Gucci e Balenciaga, ha annunciato di voler donare 100 milioni di euro.

“‘L’altro big del lusso, il gruppo Lvmh di Bernard Arnault – il miliardario più ricco di Francia, il terzo al mondo, a cui fanno capo marchi del calibro di Fendi, Christian Dior, Bulgari, Dkny, Cèline, Guerlain, Givenchy, Kenzo, Loro Piana e Louis Vuitton – ha risposto, rilanciando e raddoppiando: 200 milioni di euro”, sottolinea l’Agi. “Non si è fatto attendere l’annuncio di Total”, il colosso energetico transalpino, “di un “dono speciale” di 100 milioni di euro”. Anche il Paris Saint Germain, la squadra di calcio egemone in Francia, ha annunciato iniziative economiche a sostegno di Notre Dame.

Sarebbe bastato molto meno per restaurare Notre Dame?

Tutto ciò stona con la quantità relativamente modesta di fondi che sarebbero stati sufficienti per porre in essere lavori di ristrutturazione omnicomprensivi e capaci di prevenire situazioni come quella che hanno portato al rogo di Notre Dame. Una quantità di fondi al cui cospetto, tuttavia, gli impegni economici messi in campo dal governo francese negli ultimi anni sono apparsi a dir poco irrisori. E questa non è un’accusa ad Emmanuel Macron o ai suoi predecessori, ma una critica a un modus operandi in voga nella gestione dei beni culturali nei Paesi occidentali che mira a ridurre l’apporto di fondi pubblici e programmi governativi a favore dell’intervento di filantropi o mecenati. Perdendo in questo modo l’opportunità di interventi organici e strutturati.

Secondo il redattore capo della rivista La Tribune de l’art, Didier Rickner, “il dramma ‘si sarebbe potuto evitare’ e Notre Dame non era da considerare l’unica chiesa a rischio nel Paese”, mentre  Jean-Michel Leniaud, presidente del Conseil scientifique de l’institut national du patrimoine ed ex direttore della più prestigiosa scuola di paleografia francese, L’école de Chartres, ha affermato che “questo incendio mostra la nostra miseria e la nostra debolezza”.

“Prima dell’incendio i lavori di ristrutturazione erano stati stimati circa 150 milioni di euro: la somma, comunque, sarebbe bastata soltanto ad occuparsi delle operazioni strutturali e non delle singole caratteristiche della cattedrale”, sottolinea Money.it. Per avvantaggiarsi, “il governo aveva dato vita ad una vera e propria campagna volta al salvataggio delle opere francesi, tra cui appunto Notre-Dame. Un programma dal nome Loto du Patrimoine finalizzato alla vendita di 12 milioni di gratta e vinci e alla conseguente destinazione dei proventi (il 10%) alla tutela del patrimonio”.

I lavori necessari

All’inizio di aprile “erano stati raccolti 16 milioni di euro che però non sarebbero andati soltanto alla cattedrale ma a numerose altre opere francesi”. La raccolta messa in campo allora e le più recenti donazioni dovranno fare fronte a un piano di lavoro immenso e complicato che comporterà:

La ricostruzione di due terzi del tetto di Notre Dame, inclusa una sezione di circa 100 metri andata completamente distrutta.
La costruzione di una nuova guglia, dopo il crollo della precedente.
Il restauro delle vetrate andate danneggiate.
La messa in sicurezza della struttura in pietra della cattedrale, che potrebbe essere stata indotta dalle fiamme a calcificarsi, colonna portante di tutta Notre Dame.
Una pulizia dell’organo dell’organo principale da 8mila canne, ricoperto da acqua, polvere e calcinacci.

Un lavoro immenso che potrebbe comportare stanziamenti per miliardi di euro: quantificare con precisione i costi di ricostruzione di Notre Dame, allo stato attuale delle cose, è un’impresa impossibile, ma l’ordine di grandezza è intuibile dalla mole dei danni subiti dalla cattedrale. Danni che ci ricordano quanto avrebbe potuto essere evitato con una prevenzione più diffusa e incisiva e con una dotazione di fondi maggiore e non colpita dai tagli imposti dallo Stato francese negli ultimi anni.    Una lezione per il futuro che la Francia avrebbe voluto non dover apprendere.