La geopolitica della corsa allo spazio
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David Quammen, nel suo Spillover, aveva previsto la “Next Big One”, una nuova grande pandemia in grado di sconvolgere l’umanità. Ci siamo dentro. Ma in futuro potremmo divenire le vittime di altre pandemie di questo tipo? La domanda non è semplice, ma la sensazione è che i “salti di specie” possano sempre investire la storia dell’uomo. E c’è uno specifico avvertimento su una specifica patologia. Un rischio che potrebbe accompagnarci nei prossimi anni. Anche quando e se risulteremo vincitori nei confronti del Covid-19. Ne abbiamo parlato con il dottor Federico Gobbi, membro dello Steering committee tropnet Europe and quot e dello European Network for Tropical Medicine and Travel Health and quot, e direttore del Global surveillance network of travel and tropical medicin dell’ospedale Sacro Cuore Don Calabria. Gobbi peraltro sorveglia anche l’insorgenza delle malattie infettive nella e per la Regione Veneto. 

Un altro virus ha fatto il salto di specie. Questa volta lo spillover è avvenuto tra il topo e l’uomo. L’epatite E è stata notata ad Hong Kong. Ci dobbiamo preoccupare?

L’epatite E? Si tratta di una patologia poco conosciuta e quindi poco cercata. Quando si cerca poco, si trova poco. Però ne esistono già diversi casi in Europa, In specie per via dei contatti tra gli uomini e i suini. Si tratta di una malattia a trasmissione oro-fecale. Come l’epatite A, del resto. L’epatite E non sarebbe una grande novità. In Europa c’è una cospicua percentuale di persone che sono positive agli anticorpi anti-epatite E: quindi in molti hanno avuto una forma asintomatica o pauci sintomatica della malattia. Un problema però persiste: è una malattia che ha un’alta mortalità nelle donne gravide.

Una nuova pandemia?

Non dobbiamo aspettarci una pandemia di epatite E. Per comprendere il perché, bisogna valutare le vie di trasmissione, che sono centrali. Il Covid-19 è trasmesso per via respiratoria. Quando una malattia si trasmette così, come la Sars-Cov2 – diviene molto molto complesso cercare di ridurre il contagio. Di qui il lockdown e le altre contromisure. L’epatite E, invece, si trasmette mediante cibi contaminati, frutta e verdura non cotta e frutta contaminata e non lavata. Gestire un’epidemia del genere sarebbe più semplice. Vale anche per l’Hiv: trasmettendosi soprattutto mediante i rapporti sessuali, è molto più gestibile rispetto ad una malattia a trasmissione respiratoria.

In Cina si sono messi a studiare gli altri coronavirus che risiedono nei pipistrelli…

Lei ha letto Spillover di David Quammen? Io apprezzo molto quel libro. Nell’ultimo capitolo, Quammen aveva già predetto la prossima grande pandemia, citando due agenti respiratori più problematici: uno era un nuovo tipo di coronavirus (noi sino ad ora avevamo il coronavirus causa della Sars  2003); l’altra grande preoccupazione degli esperti era rappresentata dall’influenza aviaria, un’aviaria particolare. Dovendo citare le future ed eventuali pandemie, potremmo dividerle così: un qualcosa di completamente nuovo, com’è stato il Covid-19; una malattia emergente, ossia una malattia che da noi in Italia non c’è ma che può arrivare da un’altra parte del mondo trasmessa da un vettore, le zanzare per esempio; una malattia riemergente, che noi abbiamo conosciuto ma che non affrontiamo da tempo.

Lei è a conoscenza di qualche altro “nuovo” virus?

Guardi, recentemente in Brasile in un lago artificiale a Belo Horizonte hanno trovato un nuovo virus, lo Yaravirus, che ha dimensioni molto più grandi dei normali virus. Sono virus da tenere in considerazione e da studiare per valutare una possibile trasmissione all’uomo.

Un caso di malattia riemergente di cui dovremmo aver paura?

Una malattia riemergente? Il ritorno della febbre gialla in Europa o negli Stati Uniti. Nel 1800, sono stati notati diversi casi di febbre gialla: negli States, in Francia, in Spagna ed in Inghilterra. La presenza di questa malattia era dovuta alla presenza del vettore, che è la zanzara Aedes aegypti. Poi questa zanzara è scomparsa dall’Europa. Dunque non sono stati più registrati casi di febbre gialla. Ma il cambiamento climatico può divenire un fattore. Se l’aumento delle temperature dovesse consentire a una zanzara Aedes aegypti giunta per caso in Europa di superare l’inverno, noi potremmo assistere a casi di febbre gialla anche in Occidente. Questo potrebbe accadere nei prossimi dieci-venti-trenta anni. 

Una patologia emergente?

La febbre West Nile, la febbre del Nilo occidentale. Il primo caso in Italia è stato certificato nel 2008. Ogni anno, da allora, registriamo casi autoctoni da virus del West Nile. Il vettore in questa circostanza è la zanzara comune  (Culex). Il virus del West Nile è stato isolato negli anni ’50 in Uganda, ma fino al 2008 non era mai comparso dalle nostre parti. Una malattia presente in altre zone di mondo, che è arrivata pure da noi. Abbiamo già avuto modo di notare la presenza in Italia della zanzara tigre (la cugina della Aedes aegypti), che è arrivata tramite pneumautico dagli Stati Uniti nel 1990. La presenza del vettore comporta la possibile comparsa di malattie. In Italia ci siamo dovuti confrontare con due epidemia di chikungunya: una nel 2007 e una nel 2017.

Gli esperti pensavano che un pericolo potesse derivare dall’aviaria…che fine ha fatto?

L’aviaria è passata in alcuni casi dal pollo all’uomo ma, per una serie di motivi tecnici, non si è mai verificata una performante linea di trasmissione da uomo a uomo. Il pericolo evidenziato da Quammen – quello che sostengono anche gli esperti – dipende dalla possibilità di mutazioni: ecco, se un’aviaria trovasse un buon canale di trasmissione uomo-uomo, allora saremmo dinanzi ad un’altra pandemia simile a quella che stiamo affrontando adesso.

Che fine ha fatto invece il virus della prima Sars? Si nasconde dentro qualche animale serbatoio?

Probabilmente è scomparso. Ma c’è una differenza tra l’attuale Sars-Cov-2 e la Sars del 2003. Quella del 2003 – è necessario ricordarlo – ci ha portato via un grande medico italiano, il dottor Carlo Urbani, che è morto per questa patologia ed ha evitato che creasse un’epidemia in Vietnam. Quel tipo di Sars, all’epoca, fece 800 morti. Un dato imparagonabile con quello del 2020. Come mai questa differenza? La Sars del 2003 ha una mortalità maggiore rispetto a questa, intorno al 10%. La Sars nel 2003, la prima Sars, presentava una caratteristica di questo tipo: il momento in cui si è più contagiosi da quando ci si infetta corrisponde al settimo-ottavo giorno di malattia. Diviene così difficile contagiare qualcuno. Il malato è già isolato. Nel caso del Covid-19 invece, la massima carica virale si raggiunge uno-due giorni prima di avere i sintomi. Posso stare benissimo, ma quella preliminare allo sviluppo dei sintomi è la fase in cui sono più contagioso. Per fare un paragone calcistico: nel caso del Covid-19, il difensore non può rincorrere l’attaccante – colui che ha i sintomi – perché quel centravanti ha già segnato. L’unica maniera di fermare il Covid-19 è giocare d’anticipo. Significa lockdown: evitare di far uscire le persone che sono inconsapevoli di aver già contratto il virus. All’inizio della pandemia abbiamo rincorso il virus, che siamo riusciti a fermare soltanto con il lockdown.

C’è qualche virus particolare che tenete sott’occhio?

Noi in Italia sorvegliamo le arbovirosi, che comprendono anche la West Nile. Ma teniamo sott’occhio anche la Dengue, lo Zika e la Chikungunya: tutte patologie trasmesse dalla zanzara tigre. Quella zanzara fa parte delle nostre zanzare ormai dall’inizio degli anni ’90. Ecco, noi cerchiamo soprattutto di evitare epidemie da questi virus ma, cambiando tipo di virus, cambia tutto lo scenario. Con il Covid-19 dobbiamo stare attenti alla trasmissione respiratoria. Con una epidemia da Hiv, dobbiamo stare attenti soprattutto ai rapporti sessuali. Arrivasse una epidemia di Dengue, Zika o Chikungunya, dovremmo stare attenti a non essere punti dalla zanzara tigre. Con la Zika, le persone più a rischio sarebbero le donne in gravidanza, poiché questo virus causa malformazioni fetali. Con la Chikungunya, le persone più a rischio sarebbero gli anziani, più propensi a sviluppare dolori articolari cronici. Il quadro è diversificato ed è molto difficile fare previsioni.

E questa storia dei virus sepolti nei ghiacciai? Davvero, con lo scioglimento, potrebbero tornare in scena?

Non mi occupo nello specifico di questi aspetti ma mi preme segnalare che il virus dell’influenza spagnola è stato isolato nei cadaveri riesumati in Alaska, dopo lo scioglimento del permafrost. Un fenomeno che deriva dal riscaldamento globale. Sono arrivati in fretta e sono riusciti ad isolarlo.

Gli americani si aspettavano una pandemia. Ma pensavano che sarebbe arrivata dal Sud America, non dalla Cina.

Quando l’uomo, per la ricerca di terreni fertili e nuovi pascoli, invade alcuni ecosistemi particolari, come quello della foresta Amazzonica o quello della foresta equatoriale in Africa, rischia di facilitare gli spillover, alterando cicli a livello animale e vettoriale. Questa, che è una tesi anche di Quammen, è sicuramente vera. Non conosciamo un sacco di patologie. Disturbando gli habitat, ci creiamo dei problemi. Diviene utile citare il caso dell’Hiv: il salto di specie dallo scimpanzé all’uomo si è verificato probabilmente intorno al 1908. Prima di una vera e propria pandemia da HIV sono trascorsi però circa sessant’anni. Quindi fare previsioni è molto complesso. Per ora il rischio maggiore proviene da Oriente. Pensiamo alla questione delle influenze: l’Asiatica, l’influenza di Hong Kong, la Cinese… In Oriente tendono ad avere delle fattorie in cui dimorano sia uccelli sia animali domestici. Continui incontri e continue mutazioni di virus del mondo aviario e del mondo animale contribuiscono allo sviluppo di nuove tipologie di influenze. Tante mutazioni sono prive di significato. Una singola mutazione tra queste può invece divenire molto problematica per noi. Per l’Amazzonia, dire qualcosa di certo rimane molto complesso: non ne sappiamo abbastanza.

Si prospetta il ritorno della malaria?

La malaria è scomparsa dall’Italia nel 1970, come dichiarato dall’Oms. Non tutti tuttavia sanno che fino primi anni 20′ del secolo scorso alcuni casi di malaria sono stati notati in Svezia, in Siberia, in Svizzera ed in Germania…Potrebbe ritornare? Sì. Teniamo conto che esistono diversi tipi di malaria. Le zanzare che sono presenti in Europa trasmettono con più facilità il Plasmodium vivax, che può essere grave ma non come il Plasmodium falciparum, che è il tipo più grave di malaria, quello che provoca il 95% di morti di malaria nel mondo. In linea teorica, i cambiamenti climatici potrebbero assecondare un ritorno della malaria. Bisogna stare attenti alle specie anofele che ci sono in Italia. C’è stato qualche caso in cui qualche soggetto di ritorno da un viaggio con il Plasmodium vivax è stato punto da una zanzara, che ha poi infettato altre persone senza che si siano mosse da casa. Però parliamo di episodi sporadici. Non si può comunque escludere un ritorno di questa patologia. A livello europeo, comunque, sarebbe una malattia riemergente, non emergente.

Si fa un gran parlare di malattie emergenti trasmesse dalle zecche…

Le zecche trasmettono molte patologie. Un tipo che nostra fortuna non abbiamo mai dovuto conoscere da vicino è il Crimean-Congo Hemorrhagic fever. In Spagna c’è stato un caso autoctono. Mi riferisco a qualche anno fa. Un cercatore di funghi, in prossimità del Portogallo, è stato morso da una zecca, ha contratto questa malattia ed è morto in un ospedale di Madrid. La zecca è arrivata in Spagna mediante un uccello migratore. Questo è caso di scuola da far studiare agli studenti, che riguarda i meccanismi di diffusione, le dinamiche, delle malattie. Un’infermiera che ha avuto a che fare con quel cercatore di funghi è stata contagiata, ma si è salvata. Qualsiasi epidemia in una parte del mondo è un rischio per qualunque altra parte del mondo: viaggiano persone, animali, insetti e cibi. Uno qualsiasi di questi quattro fattori può contribuire a far viaggiare anche le epidemie. Questa storia ci fa capire come da un momento all’altro l’umanità possa essere colpita da una epidemia. Ma non c’è niente di nuovo: la storia ci ha già insegnato tutto.

Ci sono nuovi insetti giunti recentemente in Italia?

Qualche anno fa nel bellunese è stata individuata una zanzara, la Aedes koreicus, che è giunta in Italia tramite il commercio di fiori dal sud-est asiatico. Questa zanzara, a differenza di molte altre, ama la media montagna e negli anni si è spinta fino in Lessinia, i monti sopra Verona. Aedes koreicus è in grado di trasmettere l’encefalite giapponese. Recentemente in alcune regioni italiane è stata individuata la vespa velutina, chiamata anche calabrone asiatico, che è molto pericolosa perché attacca e uccide le api. Questo può provocare seri problemi a livello di ecosistemi naturali. Inoltre la sua puntura può provocare una patologia grave anche nell’uomo. 

Finito qui?

Molti non lo sanno ma, in Madagascar, ogni anno, vengono diagnosticati dei nuovi casi di peste…quella di manzoniana memoria. Stranamente nel 2017 sono stati registrati più casi rispetto agli anni precedenti e si è arrivati a una vera e propria epidemia.

E l’ebola? Rimarrà circoscritta o dobbiamo temere?

Nel caso dell’Ebola la mortalità è molto alta: siamo attorno al 50%. Anche in questo caso avviene uno spillover: dal pipistrello alla scimmia sino all’uomo. Il contagio umano dipende da uno stretto contatto con una scimmia o dall’aver mangiato carne di scimmia non cotta. L’ebola, a differenza del Covid-19, prevede pure che si debba stare attenti a non toccare la pelle di un malato. E poi si è anche ipotizzata la possibilità di trasmissione sessuale. Per Ebola vi sono alcuni farmaci che sembrano efficaci. Inoltre sono in fase di sperimentazione diversi vaccini. A mio modo di vedere, è molto difficile che un’epidemia di Ebola possa sconfinare in Europa. Si tratta di un’ipotesi possibile, ma molto improbabile. Qualche anno fa, sono stati rimpatriati in Europa e negli Stati Uniti alcuni operatori sanitari e missionari infettati, ma il fenomeno si è limitato a questo. Dobbiamo inoltre ricordare che ebola non è l’unico virus che causa febbre emorragiche. Anche gli hantavirus, trasmessi da urine e feci di topo, possono provocare gravi forme emorragiche. E gli hantavirus li troviamo negli stati Uniti, nei Balcani e in Scandinavia.

Quindi, se lei dovesse pronosticare la prossima “Big One”, direbbe che potrebbe dipendere dall’aviaria?

Sì. Noi consideriamo come “Big One” soprattutto i virus trasmessi per via respiratoria. Sono difficilissimi da contenere. Serve il lockdown. Come con la spagnola nel 1918 e con il nuovo coronavirus adesso. Il “Big One” maggiormente possibile è quello dell’influenza aviaria oppure potrebbe essere un altro coronavirus. Ma nel frattempo, potrebbero esserci altre epidemie: dipende dalla via di trasmissione. Patologie trasmesse da vettori potrebbero dar vita ad una pandemia, ma più difficilmente a un “Big One”.

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