Quando O. J. Simpson spaccò l’America in due

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Era da poco passata la mezzanotte quel 13 giugno del 1994 che avrebbe cambiato per sempre l’opinione pubblica americana. In quel di Brentwood, distretto di Los Angeles noto per essere stato il buen retiro di Marylin Monroe, Nicole Brown Simpson e Ronald Lyle Goldman vengono ritrovati in una pozza di sangue, i loro corpi martoriati da numerose coltellate. I due cadaveri vengono scoperti nei pressi dell’abitazione della Brown che attendeva Goldman, cameriere del locale in cui aveva cenato, che le avrebbe restituito un paio di occhiali. Un “normale” delitto efferato nell’America degli anni Novanta, un movente – forse – passionale, oppure una rapina, oppure ancora opera di uno squilibrato? Ma Nicole Brown Simpson non è una donna qualunque è l’ex moglie di O. J. Simpson, star del football americano: i due hanno divorziato nel 1992. Sullo sfondo della separazione, l’accusa di violenze coniugali da parte dell’ex giocatore sulla moglie.

Negli Stati Uniti c’è fermento e trepidazione per l’inizio dei Campionati del mondo di calcio. L’alba giunge sulla città degli Angeli, ma ancora nessun testimone viene fuori, tantomeno un reo confesso. I sospetti cadono immediatamente su Simpson, considerate le accuse della moglie. L’uomo è partito qualche minuto prima della mezzanotte alla volta di Chicago, ma alla notizia della tragedia torna indietro per farsi interrogare e poi, in assenza di prove, viene rilasciato. Nessuno può ancora saperlo, ma in quel momento si stanno scrivendo le battute del più grande cold case americano di tutti i tempi. Il ritrovamento di alcune tracce ematiche riconducibili a Simpson stringe i sospetti su di lui: all’avvocato della star viene chiesto che l’uomo si consegni spontaneamente. Ma Simpson non solo non si consegnerà, ma si da alla fuga. Nel frattempo, la notizia è rimbalzata da un capo all’altro del Paese e del mondo. È il 17 giugno: Spagna-Corea del Sud e Germania-Bolivia daranno il via ai mondiali di calcio. Ma gli Americani sono incollati alla tv per un altro motivo: Simpson è fuggito a bordo della Ford Bronco bianca assieme all’ex compagno di squadra Al Cowling. I due vengono intercettati sulla Highway 405 in direzione Orange County: nel giro di poco ha inizio sulla NBC una lunga caccia all’uomo in diretta tv che verrà seguita da oltre 95 milioni di spettatori, interrompendo tutte le altre trasmissioni, sport compreso.

Simpson è armato e minaccia più volte il suicidio al telefono con il 911 che lui stesso ha chiamato. Nel frattempo Domino’s Pizza registra una cifra di ordinazioni record in tutto il Paese: gli americani non possono staccarsi dallo schermo per preparare la cena. Non possono e non vogliono. La “Bronco Chase“, l’appellativo con cui la stampa ribattezzerà la caccia a Simpson, termina alle 19.45 di quel 17 giugno memorabile. La corsa termina nel cortile della sua dimora, inseguito da un corteo di auto della polizia e da una folla che urla il suo sostegno all’uomo. Simpson-barricato in auto da un’ora-si arrende alle forze dell’ordine. Cos’era accaduto quel lungo pomeriggio? Mutatis mutandis, la fuga di O. J. Simpson è stata una sorta di Vermicino americana al contrario. La tragedia in diretta tv, lo spettacolo del dolore, il pubblico che assiste e che si divide tra sostenitori e giudici. E tutto questo nel Paese che aveva visto morire in diretta il suo presidente a Dallas trent’anni prima: ma questa era un’altra cosa.

La vicenda non sarebbe finita lì. Cinque mesi dopo ebbe inizio il processo. Si confrontarono due linee: quella dell’impianto accusatorio, volta a dipingere Simpson come un marito violento e possessivo; e quella della gli avvocati di Simpson, che costruirono l’intera difesa sull’ipotesi di discriminazione razziale. Contro di lui viene esibita la madre di tutte le prove: un paio di guanti neri imbrattati di sangue che Simpson sarà costretto a calzare al processo mostrando come fossero troppo stretti e piccoli per le sue mani. Da qui la celebre frase del suo avvocato: “If it doesn’t fit you must acquit!” (“Se non gli calzano dovete assolverlo”). E così fu, dopo 253 giorni di processo in diretta televisiva. La giuria (a prevalenza afroamericana, dettaglio fondamentale), alquanto velocemente, stabilì-anche di fronte ai numerosi dubbi sulla manipolazione della prova del DNA- che non vi erano prove a carico dell’imputato “oltre ogni ragionevole dubbio“.

Nel processo civile, intentato dalle famiglie delle due vittime, venne composta una nuova giuria, questa volta a prevalenza bianca. Il processo ebbe inizio nel settembre 1996, e portò gli alibi di Simpson a sgretolarsi, riconoscendo un risarcimento record alle famiglie di Brown e Goldman. Fu possibile grazie anche alle logiche del processo civile, opposte a quelle di quello penale, che richiede la prova “oltre ogni ragionevole dubbio”. Da quel momento, Simpson ha iniziato una vita sulle montagne russe che lo ha portato in carcere per nove anni per rapina a mano armata e sequestro di persona nel 2008. Il caso, oltre a far emergere gli istinti pruriginosi degli spettatori americani, fu percepito come un vero terremoto nel mondo giudiziario, soprattutto dal punto di vista degli afroamericani. Chi era, infatti, Simpson? Il campione di football, star di Una pallottola spuntata o l’assassino di sua moglie? Oppure entrambe le cose? E se invece, in quanto afroamericano, Simpson è stato solo un altro Hurricane-The man the authorities came to blame for somethin’ that he never done?

Qualunque fosse la verità sul caso, i due processi costituiscono oggi una pietra miliare del diritto penale americano, ove si fondono teorie, consuetudini, opinioni dissenzienti, progresso scientifico e gravissimi errori giudiziari. Ancora oggi il caso fa scuola, e viene riproposto nelle aule universitarie come nei tribunali soprattutto se vi è il sospetto di discriminazione. Quello che resta è un’America in cui (dati del 2022) un cittadino nero innocente ha una probabilità 7 volte superiore a quella dei bianchi di essere ingiustamente condannato per un reato grave. Questa disparità razziale si riscontra per tutte le principali categorie di reati (omicidio, stupro e crimini connessi alla droga). Nel novero dei reati gravi, i cittadini neri condannati per omicidio hanno circa l’80% di probabilità in più di risultare innocenti rispetto agli altri condannati per lo stesso reato. Ad aggravare il quadro, il fatto che le condanne che hanno portato al proscioglimento dall’accusa di omicidio di imputati neri avevano quasi il 50% in più di probabilità di includere nel processo casi di cattiva condotta da parte degli agenti di polizia rispetto a quelle con imputati bianchi.

L’ultima corsa di Orenthal James Simpson è finita ieri all’età di 76 anni, per via di un cancro. Si porta nella tomba il più grande dei segreti: quello sulla propria innocenza. Un enigma che la giustizia terrena non ha saputo risolvere.