Quando erano re: 50 anni fa lo storico incontro Alì-Foreman

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Sono le 4.00 del mattino a Kinshasa, ex Zaire, quando il 30 ottobre 1974 i due campioni dei pesi massimi Mohammed Alì e George Foreman arrivano allo stadio Tata Raphaël. L’insolito orario è funzionale a mandare in onda l’incontro nel prime time americano. A commentare c’è il mitico Bob Sheridan, a bordo ring niente meno che David Frost. Su quel ring si fa la storia: Alì ha bisogno di tornare a vincere dopo la brutta storia del rifiuto di andare a combattere in Vietnam: tre anni prima, il suo primo tentativo di riconquistare il titolo dei pesi massimi era fallito per mano di Joe Frazier al Madison Square Garden l’8 marzo 1971. Quest’ultimo però, nel 1973, era andato KO proprio sotto le saccagnate di Foreman.

Negli anni d’oro della boxe mondiale, i grandi pugili non erano meri boxeur. Erano idoli e simboli. Alì e Foreman non erano da meno. Sulla carta erano americani entrambi, ma in modo totalmente differente. Se Alì aveva fatto della Nation of Islam la sua “patria”, rifiutando di andare a farsi ammazzare in Vietnam, Foreman sventolava fiero la Stars and Stripes. Anche dal punto di vista tecnico i due non potevano essere così diversi: Alì era un concentrato di rapidità, gioco di gambe e finezza, mentre Foreman vinse la maggior parte dei suoi match nello stesso modo in cui vinse contro Frazier: con una potenza devastante nei primi round.

L’incontro era stato organizzato da uno scaltro promotore di Cleveland ancora sconosciuto di nome Don King, un ex addetto ai calcoli la cui unica precedente esperienza nella promozione di incontri era stata un’esibizione di beneficenza con Alì per conto di un ospedale di Cleveland. King si era fatto firmare due contratti separati dai due pugili, promettendo un ingaggio da 5 milioni di dollari a testa. C’era solo un problema: non possedeva quel denaro. Non solo, negli Usa non era gradito organizzare un evento di tale profilo: iniziò perciò a cercare un Paese esterno per organizzare e sponsorizzare l’evento. Fred Weymar, un consigliere americano del dittatore dello Zaire Mobutu Sese Seko, convinse Mobutu che la pubblicità che un evento di così alto profilo avrebbe generato avrebbe aiutato il regime: fu così che acconsentì alla “Rumble in the jungle“, considerato ancora oggi l’evento sportivo del secolo.

Per pompare l’evento e promuovere lo Zaire agli occhi del mondo, Mobutu mise in piedi Zaire ’74. L’idea era quella di allestire una maratona musicale che radunasse i migliori artisti dello Zaire e grandi star del Nord America: James Brown, BB King, Bill Withers e The Spinners, senza dimenticare i Fania All Stars, guidati da Johnny Pacheco e dalla straordinaria Celia Cruz e la splendida Miriam Makeba. L’idea era quella di celebrare la riunione tra l’Africa e la sua diaspora. Ma l’attesissimo incontro di pugilato, inizialmente previsto per il 25 settembre, appena tre giorni dopo i concerti, dovette essere posticipato di cinque settimane per via di un infortunio di Foreman. Troppo tardi per annullarlo: fu così che le migliaia di biglietti destinati al pubblico straniero si trasformarono in sedute gratis per gli 80.000 congolesi che assistettero a uno degli eventi musicali più grandi della storia.

Alì, già campione e figura carismatica, si presentava come lo sfidante. Di fronte a lui Foreman, detentore del titolo dei pesi massimi e pugile temuto per la sua forza distruttiva, in grado di mandare al tappeto l’avversario con una facilità disarmante. Le previsioni non erano favorevoli per Alì: la potenza di Foreman sembrava troppo grande persino per un combattente esperto come lui. Ma Alì, consapevole del divario in termini di forza, aveva studiato una strategia tanto rischiosa quanto geniale, il cosiddetto rope-a-dope. Appoggiandosi alle corde per gran parte dell’incontro, lasciò che Foreman si sfogasse con i suoi pugni devastanti, limitando però i danni grazie a una difesa solida e mirata.

Provocazioni verbali e gesti di sfida si alternavano ai colpi, nel tentativo – riuscito – di esaurire l’energia di Foreman e di mandarlo fuori concentrazione. “Alì, bomaye!” (Alì, uccidilo!), così il pubblico dello Zaire incitava Alì nello storico incontro: quel coro diventò anche una canzone popolare. Round dopo round, la strategia di Alì cominciò a dare i suoi frutti. L’esuberanza iniziale di Foreman iniziò a calare, e la forza, pilastro delle sue vittorie, cominciò a cedere. All’ottavo round, ormai esausto, Foreman si trovò di fronte a un Alì lucido e pronto a sferrare il colpo decisivo. Fu in quel momento che Alì colse l’opportunità: con una sequenza di pugni rapidi e precisi, lo mandò al tappeto. Foreman tentò di rialzarsi, ma le forze non gli consentirono di rispettare il conteggio. Non avevano vinto i pugni di Alì, bensì la sua testa.

I due nemici storici divennero amici dopo lo scontro. Alla consegna dei Premi Oscar 1997 il documentario When We Were Kings, dedicato allo storico incontro in Zaire, Mohammed Alì viene chiamato sul palco mentre regine e re del cinema si alzarono in piedi applaudendolo. Alì, gravemente colpito dal morbo di Parkinson, ebbe difficoltà a salire sul palco. A sostenerlo, questa volta con tocchi gentili, Mr George Foreman.