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Se è vero che non conosciamo l’origine del nuovo coronavirus, è altrettanto vero che non sappiamo ancora con certezza quand’è che la Sars-CoV-2 ha fatto la sua prima apparizione tra gli esseri umani. Ci sono molte versioni, e per giunta pure discordanti tra loro. Il 31 dicembre le autorità cinesi mettono al corrente l’Organizzazione mondiale della Sanità sulla presenza di uno strano virus che, nella città di Wuhan, provincia dello Hubei, ha provocato decine di polmoniti atipiche.

Eppure, secondo il South China Morning Post, il primo caso conclamato risalirebbe al 17 novembre; ad ammalarsi sarebbe stato un uomo di 55 anni. “Da lì in poi – prosegue l’articolo, che come fonte cita un registro del governo cinese – sono stati segnalati da uno a cinque nuovi casi ogni giorno. Il 15 dicembre il numero totale di infezioni era pari a 27- Il primo aumento giornaliero a due cifre è stato riportato il 17 dicembre. Il 20 dicembre il numero totale di casi confermati aveva raggiunto 60”.

Il condizionale è d’obbligo, anche perché la timeline di Pechino va in tutt’altra direzione: il Wuhan Center for Disease Control and Prevention (Cdc)avrebbe rilevato casi di polmonite di causa sconosciuta soltanto alla “fine di dicembre”. Appare evidente: i tempi non coincidono.

Tempi e date: tre ipotesi

Tanti sono i misteri collegati all’epidemia di Covid-19. Ad esempio, nessuno sa chi è il paziente zero. Le uniche ipotesi, sul paziente 1, ricadono sull’anonimo 55enne della provincia dello Hubei, che per giunta non sembrerebbe avere alcun legame con il Mercato ittico di Huanan, presunto ground zero del contagio.

Il 16 dicembre 2019 il Wuhan Central Hospital aveva già rilevato la causa di quelle strane polmoniti. I test diagnostici erano chiari: c’era in circolazione un coronavirus sconosciuto. Almeno, questo è quanto emerso dalla testimonianza di Ai Fen, una dottoressa dell’ospedale di Wuhan (la sua intervista è stata poi rimossa).

Una decina di giorni più tardi, il 27 dicembre, Zhang Jixian, un medico dell’Ospedale provinciale di Wuhan, ha un’illuminazione. Mentre visita una coppia di anziani, la signora Zhang si accorge che qualcosa non va. Entrambi i coniugi hanno tosse e febbre: sintomi che lasciavano presagire una comune influenza o polmonite. Tuttavia, in un secondo momento, l’esito delle loro Tac fa impallidire la dottoressa. Zhang è una professionista molto esperta, visto che, durante l’epidemia di Sars del 2003, ha lavorato in prima linea nella città di Wuhan. Ebbene, la dottoressa avvisa subito le autorità: in città c’è un virus molto simile alla Sars. Sarebbe questo, dunque, il momento esatto in cui la Cina capisce di avere a che fare con un nemico invisibile.

Altre ricerche, infine, posticipano l’insorgenza dell’agente patogeno addirittura agli inizi di settembre. È il caso, ad esempio, dello studio avanzato da Peter Forster dell’Università di Cambridge, pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences.

Parcheggi pieni e ricerche su internet

Accanto alle ipotesi citate, adesso sono spuntate nuove prove che confermerebbero l’effettiva retrodatazione dell’avvento del nuovo coronavirus rispetto a quanto riportato dalle versioni ufficiali. L’Harvard Medical School ha analizzato i dati dei satelliti, scoprendo un traffico anomalo nei pressi degli ospedali di Wuhan risalente, addirittura, alla fine della scorsa estate.

In altre parole, i parcheggi degli istituti erano colmi di auto già tra settembre e ottobre 2019, cioè due mesi prima dello scoppio “ufficiale” dell’epidemia. A quanto pare, il 10 ottobre 2019, nel Tianyou Hospital c’erano 285 auto parcheggiate; il 67% in più rispetto alle 171 registrate lo stesso giorno di un anno prima. In altri ospedali l’aumento sarebbe arrivato addirittura al 90%.

“I parcheggi si riempiono quando un ospedale è pieno – ha spiegato il dottor John Brownstein, uno degli autori dello studio – ed è pieno perché sta succedendo qualcosa nella comunità. Come ad esempio un’infezione che si diffonde”. Non è finita qui: secondo l’analisi avanzata dal dottor Brownstein, nel capoluogo dello Hubei ci sarebbe stato, nel medesimo periodo, un picco di ricerche su internet dei sintomi tipici dei coronavirus. Parole come “tosse” e “difficoltà respiratoria”, sottolinea la ricerca, erano le più digitate dai cittadini.

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