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Nelle ultime settimane la società italiana è stata scossa da diverse manifestazioni di un disagio profondo che lambisce strati, per ora, non maggioritari della popolazione e dalla contemporanea dimostrazione di un affaticamento delle capacità degli apparati pubblici di anticipare alcune problematiche non secondarie.

Il recente rave della provincia di Viterbo e l’aumento dell’asprezza e dell’animosità dei movimenti anti-vaccinisti possono apparire questioni diverse e non collegate tra loro, ma sotto il profilo del rischio hanno dei punti di contatto. Nel primo caso, parliamo di una questione di ordine pubblico di estrema gravità: un assembramento massiccio di persone riunite con il passaparola via web alla faccia di ogni regola anti-pandemica, durato per giorni, con ampio consumo di droghe e sostanze di provenienza illegale, concluso con decessi e ipotesi di reato difficilmente indagabili fino in fondo per l’assenza di un repentino processo di schedatura dei presenti. Nel secondo caso di un braccio di ferro tra dinamiche sociali e politiche sanitarie che porta a un’estremizzazione dello scontro, a una deriva protestataria di frange del movimento antivaccinista che si sostanzia in minacce a ministri, virologi, giornalisti, nella minaccia di sedizione e in un dichiarato rifiuto dell’ordine costituito.

Cosa lega queste emergenze? Essenzialmente tre fattori. In primo luogo, si manifestano in forme diverse una latente inquietudine sociale e una problema di legittimazione delle regole democratiche; in secondo luogo, una pervasiva e capillare organizzazione telematica delle manifestazioni non autorizzate che mostra la presenza di reti di contatto non smantellabili anticipatamente dalle autorità; in terzo luogo, la facile scalabilità di fenomeni di agitazione sociale da parte di gruppi estremistici e reti criminali.

Ciò deve essere un vero e proprio campanello d’allarme in vista dei mesi autunnali. L’Italia deve evitare che quello entrante sia un autunno caldo come quello del 2020, segnato da proteste e scontri che hanno manifestato le fragilità del corpo sociale provato dalla pandemia di Covid-19 e dalla crisi economica. La profilazione di ogni rischio non può non interiorizzare nel suo calcolo qualsiasi scenario possibile: il rave di Viterbo ha segnalato l’esistenza di porosità nella capacità di controllo del territorio e di una ridotta vigilanza politica da parte del ministero dell’Interno; le proteste no-Vax l’esistenza di una criticità notevole sul fronte comunicativo da parte di diversi attori istituzionali e di una fronda estremista le cui pieghe più radicali non sono ancora state conosciute; entrambi ci ricordano come la pandemia non sia solo una problematica di ordine sanitario ma anche, e soprattutto, una fattispecie di carattere politico-sociale. Ci segnalano che un anno di limitazioni, problematiche e incertezze hanno generato nella società aspettative di “liberazione” e frustrazioni, speranze e ansie, prospettive di un futuro normale alternate a una retorica emergenziale sempre più logora.

Il grande calmiere, in questi mesi, sono stati essenzialmente vaccini e consumi. Semplificando, si può dire che la fase di calma apparente nella lotta al Covid aperta dall’accelerazione della campagna vaccinale e il ritorno dei cittadini a una vita di socialità, viaggi, incontri abbiano aperto una finestra e portato una brezza d’aria fresca nel  Paese, senza però fugare definitivamente la paura della pandemia. Paura sanitaria, ma anche paura economica: non a caso, declinando l’estate senza la certezza di un “game over” e avvicinandosi i cruciali mesi autunnali l’inquietudine sociale ha ripreso a farsi pesante e nell’opinione pubblica appare sempre meno certo il fatto che le prossime settimane non saranno contraddistinte da quelle nuove restrizioni che si vorrebbe evitare. Le società contemporanee hanno un limite fisiologico di resistenza alle politiche emergenziali, dopo le quali subentra un senso di stanchezza e frustrazione: di questi campanelli d’allarme bisogna tenere adeguatamente conto.

Basta poco, in fin dei conti, a accendere la miccia. E proprio sull’analisi di scenari problematici deve basarsi una strategia di contrasto delle emergenze d’ordine pubblico e di risposta al disagio sociale. Cosa sarebbe successo se invece che di volantini gli esagitati no-vax e no-pass che hanno protestato sotto la sede de Il Giornale fossero stati armati di corpi contundenti o armi da fuoco? Che fine faranno i proventi ottenuti dai gruppi criminali col rave di Viterbo? Chi c’è dietro le chat in cui si organizzano raduni clandestini o proteste di massa? Quali organizzazioni possono “mettere il cappello” sia sul disagio legittimo delle persone che sulla rabbia dei facinorosi? Chi assicura che nei prossimi mesi non ci saranno restrizioni e, qualora si rivelassero necessarie, che strategia adottare per evitare che disagio economico e traumi psicologici collettivi creino danni sistemici?

La ripresa economica sostenuta, non va dimenticato, deve distribuirsi sull’intera filiera e nel Paese ci sono numerosi “terreni fertili” da bonificare per evitare che nei prossimi mesi e nell’anno a venire si creino situazioni al limite. In un Paese che vede 5,6 milioni di persone vivere in povertà assoluta, in cui la disoccupazione resta vicina alla doppia cifra, nei cui grandi centri urbani le periferie sono un problema sempre più critico e nella cui parte più profonda le opportunità di ascesa sociale e sviluppo sono sempre meno accessibili la pandemia ha inferto un danno durissimo. Il governo deve agire preventivamente, sia sul fronte sanitario che su quello economico, per evitare che l’autunno segni un passo indietro sul percorso della ripresa e che, indipendentemente dalla lotta al Covid, lo sviluppo sia inclusivo e tenga conto delle questioni più scottanti; gli apparati di intelligence e sicurezza devono vigilare preventivamente, al contempo, sulla possibilità che le fasce più fragili della popolazione siano oggetto della propaganda dei moderni Masaniello e degli agitatori e che sul loro legittimo disagio si crei la prospettiva di una conflittualità sociale crescente. Una sfida sistemica da vincere per evitare un autunno caldo che metterebbe a dura prova l’intero sistema-Paese.

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